Segnalazione di eventi in cui viene privilegiata la "cultura di vita".

Ognuno al suo lavoro. Domande al mondo che cambia

Le riflessioni sul mondo del lavoro sono state uno dei temi centrali approfonditi durante la 38° edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli proposto da Comunione e Liberazione a Rimini dal 20 al 26 agosto. Il fil rouge di tutti gli eventi organizzati quest’anno è stata la simbolica frase “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” tratta dal “Faust”, uno dei poemi più noti di J.W.Goethe in cui si parla di illusioni, di sogni, di aspettative. E una delle mostre maggiormente sentite al Meeting che ha dato voce ai sogni e ai desideri di tanti giovani alla ricerca del loro posto nel mondo, è stata proprio quella curata da Giorgio Vittadini, Marco Saporiti e da un gruppo di una trentina di giovani lavoratori tra i 25 e i 30 anni che si sono messi in gioco interrogandosi sul loro futuro. E’ nata così “Ognuno al suo lavoro. Domande al mondo che cambia”, esposizione che anche dopo la manifestazione riminese continuerà online attraverso un apposito sito dedicato: www.ognunoalsuolavoro.com. In particolare per i giovani, nel nostro Paese il futuro non è roseo con un tasso di disoccupazione che resta stabile all’11,9%. Un dato significativo riguarda la mobilità: tra il 2013 e il 2014 solo l’80% dei contratti stipulati è rimasto in essere, mentre il 20% è stato rescisso, di cui il 9% sono stati i lavoratori licenziati, il resto ha scelto di cambiare lavoro liberamente. Il lavoro dunque non si identifica più con un “posto fisso” ma si delinea come un percorso per crescere e cambiare. Il punto di partenza per l’allestimento della mostra è stata la consapevolezza che il mondo del lavoro negli ultimi decenni ha subìto fortissimi cambiamenti, sono cambiate le modalità e si sono inevitabilmente innescate nuove sfide, ma non sono cambiate le domande e i desideri. L’uomo è da sempre protagonista del lavoro, ambito principale attraverso cui ciascuno di noi si rapporta alla totalità del reale. E proprio gli stessi interrogativi di carattere esperienziale che i giovani curatori della mostra si sono posti sono stati condivisi con altri intervistati eterogenei per formazione, storie e percorsi professionali: manager e imprenditori come Marina Salomon fondatrice di Altana e presidente di Doxa Spa, Davide Dattoli, fondatore di Talent Garden e Sandro Veronesi, presidente del Gruppo Calzedonia Spa, ma anche medici, operai o donne delle pulizie. Le domande sono state suddivise in sette aree tematiche (Scelta del percorso; Fallimento; Un “io” al lavoro; Lavoro e vita privata; Formazione; Innovazione; Crescita professionale) con l’obiettivo di aiutare il singolo visitatore a trovare la sua strada, la sua strategia senza mai perdere quel senso di positività e di disponibilità a ricalcolare il percorso intrapreso, soprattutto dopo fallimenti drammatici, certi che a fallire è un progetto, ma mai la persona e la sua unicità. Il cammino spesso impervio nel mondo del lavoro è fatto di passi che costruiscono l’“io” anche grazie a punti di riferimento certi, di maestri capaci di accompagnarci, aiutandoci a far emergere tutto il desiderio di vivere la propria missione anche attraverso il lavoro. La mostra si pone dunque come un invito chiaro a lavorare per il mondo, a lavorare con coscienza, serietà e responsabilità consapevoli che così facendo daremo il nostro piccolo contributo per il bene di tutti. La prima solidarietà verso chi è meno fortunato e resta indietro è fare quello a cui siamo chiamati accogliendo così le parole pronunciate da Papa Francesco all’Ilva di Genova il 27 maggio scorso: “Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. […] Il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide.

Benedetta Grendene

Incontriamoci tra le righe: Sognare si può!

Occorre imparare a “sognare in grande” e valorizzare ogni piccola cosa,
perché il Sogno può nascere piccolo come una ghianda e diventare grande come una quercia

Sognare si può: questo il tema scelto per l’ottava edizione della kermesse culturale “Incontriamoci tra le righe” che si è svolta domenica 16 ottobre presso la sala meeting del Klass Hotel di Castelfidardo. Ad aprire la mattinata dedicata alla riflessione dei relatori presenti, è stata la scrittrice Maria Lampa, anima e ideatrice di un evento che è divenuto ormai un appuntamento imperdibile per autori, scrittori, amanti della parola scritta e di ogni forma di arte. Maria ha pensato di riproporre con questa iniziativa la stessa esperienza straordinaria di incontro, entusiasmo, passione e condivisione che tanto l’aveva colpita partecipando per la prima volta tanti anni fa al Salone del Libro di Torino. Il mondo è nelle mani di chi sa sognare ed ha il coraggio di realizzare i propri sogni: il sogno, atto primordiale di vita di ogni innovazione a beneficio dell’umanità, nasce in silenzio quasi senza far rumore, come il delicato batter d’ali di una farfalla. E’ possibile costruire insieme una cultura dell’incontro che abbia il sapore di bene e di vita, grazie a quell’olio d’amore che deve permeare le relazioni sociali tra tutti gli esseri viventi. La mattinata è iniziata sulle note del violino magistralmente suonato da Marco Santini, artista di fama mondiale che attraverso il linguaggio universale della musica ha fatto sognare e vibrare le corde dell’anima dei presenti in sala. “Da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”: citando i versi che la poetessa Alda Merini nel 1993 dedicò alle donne vittime di violenza, ha preso la parola il dott.Achille Ginnetti, medico di medicina generale che ha ricordato l’importanza del sogno nella vita di tutti noi. “I have a dream” gridava nel 1963 Martin Luther King, sperando un giorno di costruire una società non violenta: oggi il suo sogno è sepolto sotto una miriade di bombe di egoismo, più forti di quelle al napalm, ma non possiamo smettere di desiderare la pace. E’ possibile sognare anche in medicina, a partire dalla concezione che ogni persona è un unicum fisico, psichico, morale. L’oncologo Umberto Veronesi nel suo libro “Dell’amore e del dolore delle donne” narra storie che parlano di vita, amore e libertà, raccontando il suo sogno di medico ricercatore, ovvero far sì che le donne potessero essere salvate dalla malattia senza subire mutilazioni inutili, come la mastectomia. Andare avanti senza paure ma con fiducia e speranza: è questo il sogno raccontato da un altro medico, il dott.Franco Mandelli, nel suo libro appassionante e commovente “Ho sognato un mondo senza cancro”. Non solo assenza di malattia, ma raggiungimento di uno stato psico-fisico sereno, persino di una gioia anche nella malattia, affinchè il paziente abbia la percezione di sentirsi ancora importante in una trama di relazioni e in un mondo di persone che soffrono e gioiscono con lui. A questi modelli dobbiamo guardare: ne è convinto Giancarlo Trapanese giornalista di RAI 3, presenza costante e affezionata in tutte le otto edizioni di “Incontriamoci tra le righe”, che anche quest’anno ha donato ai presenti la sua testimonianza. Quando si parla di sogno, oggi automaticamente per una questione di processo mentale ormai consolidato nella nostra società, associamo anche altre due parole: “successo” e “soldo”. Ma il sogno vero e autentico è il sogno di chi vive spendendo la vita per gli altri, desiderando una società migliore e più giusta. Occorre dunque seguire l’esempio di tutte quelle persone che nel silenzio della quotidianità possono essere “scintille di luce” che ci sappiano insegnare e testimoniare come sia possibile amare per primi e gratuitamente. Lucia Tancredi, scrittrice e insegnante, prendendo la parola durante il suo intervento, ha esordito dicendo: “gli oggetti che mi fanno più sognare sono i libri, tanto che nel 2009 ho fondato EV casa editrice, insieme ad altre quattro donne che condividevano con me lo stesso sogno”. E la sua riflessione in merito al tema del sogno si è articolata proprio a partire da alcuni libri. Luisa Muraro nel suo romanzo “Il dio delle donne” evoca spesso la figura dei passage, una sorta di “gallerie” in ferro e in vetro, che verso la fine del Settecento consentivano ai parigini che amavano passeggiare per la città di fessurare i muri, di aprire passaggi che permettessero di entrare straordinariamente in contatto con gli altri, creando luoghi di incontro e di esperienze. Umberto Galimberti nel suo libro “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” sottolinea come a volte il problema sia l’eccesso di sogno: il nichilismo può essere generato da ciò che sarebbe il suo contrario tanto che un sogno talmente grande, bello e vorace rischia di non divenire mai realtà.. Sognare troppo può essere paradossalmente pericoloso, a tal punto che Maria Zambrano arriva ad affermare che tutti i grandi dittatori promettono sogni che spesso si traducono in incubi. Simone Weil, ebrea coraggiosa e rivoluzionaria, nella sua “Attesa di Dio” durante l’incubo delle persecuzioni razziali afferma che bisogna incarnare il proprio sogno con gioia. La gioia è contagiosa per una sorta di travaso spirituale che moltiplica la sua energia e il sognatore deve essere perfettamente incarnato nella realtà. Per incarnare un sogno con passione serve lungimiranza, attenzione e soprattutto “una selvaggia pazienza” come scriveva la poetessa Adrienne Rich. “Il mio sogno è sempre stato legato alla parola. Le persone che incontro mi donano un frammento della loro vita che io a mia volta regalo ad altri e diventa un sogno che passa di mano in mano..”: molto toccante la testimonianza della giornalista italo-siriana Asmae Dachan che ha parlato del sogno a partire dal suo lavoro appassionato, ma pieno di responsabilità. “Voi scrivete la prima bozza della storia”: con parole ricche di umanità che nascono dal cuore, Papa Francesco il 22 settembre scorso ha accolto in udienza privata un gruppo di giornalisti di cui la stessa Asmae ha avuto la gioia e l’emozione di far parte. A chiudere il convegno ancora una volta le note di Marco Santini che dopo aver interpretato la struggente melodia “Il Cristo delle Marche”, si è esibito in un inedito duetto con il chitarrista Antonio Del Sordo.

Benedetta Grendene

Annunciazione e comunicazione

Quando la testimonianza di un volto noto e di successo riesce a toccare il cuore e a far vibrare le corde dell’anima di chi ascolta, ci si sente arricchiti e si diventa consapevoli che l’incontro con Cristo è davvero un incontro carnale tra uomini, che ci accompagna e ci fa sentire meno soli nel pellegrinaggio della nostra vita.
A riflettere intorno al binomio autentico “Annunciazione e Comunicazione” è stato invitato a Loreto Michele Mirabella autore, regista, conduttore televisivo, grande esperto e appassionato di cultura classica che ha incontrato il pubblico nella suggestiva cornice delle Cantine del Bramante, situate al pianterreno del Palazzo Apostolico lauretano. Grande emozione per il presentatore pugliese trovarsi proprio a Loreto, il luogo del “Sì” di Maria, dove il cammino dell’umanità è iniziato, mettendoci in comunicazione con il divino e con tutta la storia della Chiesa.
Mirabella ha preso la parola recitando a braccio alcuni versi tratti dal terzo canto del Purgatorio dantesco che apostrofa come un folle colui che crede nel dogma della Santissima Trinità: “Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone.” Ma il Sommo Poeta invita gli uomini a “stare contenti” e a gioire per ciò che è stato loro rivelato perchè se avessimo potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse Gesù: “State contenti, umana gente, al quia; ché, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria”. E proprio nel momento in cui l’angelo del Signore portò l’Annuncio a Maria con il messaggio che per sempre cambierà la storia dell’uomo, il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo, meravigliosamente nasce anche la comunicazione. L’inizio della comunicazione è tutto lì: in quell’Ave Maria, in quel “non temere” che è replica della carezza che il Padre ci ha dato e continua a donarci. Ai suoi studenti universitari in Sociologia della comunicazione il “professor Mirabella” parla sempre di quella stupenda tempera su tela oggi conservata al Museo del Prado a Madrid che è l’ “Annunciazione” del Beato Angelico, in cui l’angelo si presentò a Maria con la buona novella. L’Annunciazione è l’inizio della comunicazione: se non si annuncia, non si comunica. Non a caso nell’antica Grecia l’ “emerodròmos”, messaggero che correva da una città all’altra per recapitare i messaggi che gli venivano affidati, era allora colui che annunciava notizie, poiché una notizia per raggiungere e interessare tutti deve correre, deve viaggiare e semanticamente il termine “comunicazione” in latino significa proprio “mettere in comune”, condividere una notizia con la communitas.
Anche quando Gesù nacque, forti furono il bisogno e la gioia di condividere la buona novella, ma i Re Magi allora non ebbero bisogno di Internet per andare ad adorare il bambino: seguirono la stella cometa, quella luce emblema della comunicazione globale, dono inestimabile del creato che tutto il mondo vede. E nell’archetipo simbolico l’uomo per millenni ha atteso questa verità, questa notizia, la comunicazione di questo momento meraviglioso dell’Annunciazione che rende anche gli umili pastori “emerodromi”, messaggeri che pieni di stupore hanno ricevuto l’Annunciazione.
Mirabella si è poi collegato al tema del suo libro “Cantami, o Mouse”, pubblicato per Mondadori nel 2011, dove già nel titolo il gioco di parole “Mouse” “Musa”, evoca l’incipit dell’Odissea il poema omerico che narra di Ulisse, uomo di carne e di passione che, animato dalla sete di conoscenza, cerca la verità, consapevole dei suoi limiti, con l’unico compito di traghettare l’antichità mitologica alla modernità storica. E c’è un sottile file rouge che lega la mitologia al racconto della Verità del Cristianesimo: a ben vedere la mitologia e l’antichità classica sono una fase preparatoria e di passaggio che ci apre al racconto della Verità cristiana e in questo forse si nascondono le cause della crisi di valori e di etica che stiamo vivendo. La Musa oggi è stata sostituita dal mouse, oggi cerchiamo di colmare con la scienza e con il progresso la perdita e la progressiva depauperazione di valori che tristemente attanaglia il nostro miserabile tempo.
Il mito classico con la sua narrazione investita di sacralità e con la sua tradizione caratterizzata dall’oralità ha segnato e costruito la nostra cultura, ma se oggi ci chiedessimo che cos’è e chi è un “mito” ci renderemmo presto conto che non c’è nessun personaggio, nessun eroe del nostro tempo che può reggere all’immortalità in eterno. Per essere un mito bisognerebbe incarnare quell’idea e quel valore assoluto, prima ancora di esistere. Mirabella cita allora un ricordo: un giorno morì Papa Giovanni XXIII e “quella sera io che ero agnostico piansi.. Da quel momento iniziò il mio percorso di Fede, grazie ad un Papa che bussò al mio cuore, commosso e intenerito profondamente quando pronunciò queste parole: “Tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa.” Ecco, Papa Giovanni XXIII può essere un mito e un modello che siamo chiamati a seguire, così come lo è stato San Giovanni Paolo II che si presentò al mondo con un disarmante: “Se mi sbaglio mi corrigerete” attuando una rivoluzione di pace e di amore sulla scia di quelle dolcissime ma decise parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”
Come l’annuncio di un Papa può essere comunicazione? Semplicemente seguendo la Via, la Verità, la Vita che da tre anni è affidata ai gesti, agli sguardi, alle parole di Jorge Mario Bergoglio, grande comunicatore di umiltà che appena eletto ha scelto il nome di Franciscus e non ha salutato il mondo con grandi convenevoli, ma con un modesto “Buonasera” segno immediato di una comunicazione umile, spicciola, semplice, spirituale di chi ha nel cuore il misero, il povero e serba ancora dentro lo stupore di un annuncio che deve rimanere vivo in mezzo a noi.

Benedetta Grendene

Il Giubileo dei Giornalisti a Loreto

Nella mattinata di venerdì 22 aprile tutti i giornalisti marchigiani, su invito della Conferenza Episcopale Marchigiana, sono stati chiamati a Loreto per vivere un tempo di Grazia e un momento di riflessione. Particolarmente incisive le testimonianze di Mons.Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, giornalista, autore e conduttore televisivo della rubrica religiosa “Sulla via di Damasco”, di Don Dino Cecconi, giornalista e membro dello staff di RaiUno per la regia della messa domenicale e del giornalista Saverio Gaeta, vaticanista di “Famiglia Cristiana”. Un’occasione spirituale molto bella che si è svolta nella Sala Paolo VI e si è conclusa con il rito giubilare, la recita dell’Angelus in Santa Casa e la Santa Messa presieduta da Mons.Giovanni D’Ercole. L’incontro è iniziato a partire dal Messaggio del Santo Padre per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazione sociali che si è tenuta il 24 gennaio: “Comunicazione e Misericordia: un incontro fecondo”. Nella nostra professione non dobbiamo essere semplicemente giornalisti cattolici, ma prima di tutto dei cattolici che svolgono il lavoro di giornalisti: ognuno di noi è una persona che vive concretamente la Fede nella propria vita, cogliendo questa sfida che riguarda non solo la nostra professione, ma l’Eternità.

“Per amore del mio popolo non tacerò”: queste parole del profeta Isaia devono essere il nostro motto, la nostra luce, poiché l’esperienza che raccontiamo mentre siamo in onda o scriviamo deve essere quella che noi per primi viviamo. Siamo persone che cercano e raccontano la Verità, la bellezza, la gioia del Vangelo, sperimentando la Misericordia nella comunicazione verso noi stessi in primo luogo e poi verso chi è misero e povero nel cuore. Esprimere Misericordia nella comunicazione significa dare il nostro cuore al misero, avendo sempre presente Dio, che per primo ha incontrato il misero. Comunicazione e Misericordia hanno in comune la Verità, la giustizia, l’Amore e il fatto di ritrovarsi proprio a Loreto, il luogo del “Si” dove il pellegrinaggio e il cammino della nostra vita è iniziato, assume un significato simbolico e autentico, perché ci mette in comunicazione con il divino e con tutta la storia della Chiesa, così come ha sottolineato Mons.Giovanni Tonucci che ha voluto donare il suo personale benvenuto a Loreto a tutti i giornalisti presenti. Seguiamo dunque l’esempio di Maria, la prima “giornalista” che è uscita per annunciare il messaggio della Santa Casa, la buona novella al mondo intero. In questo tempo di post-modernità, secolarizzazione, di “società liquida” dove tutto passa, tutto scorre e tutto muore, nessuno si chiede più attraverso il proprio lavoro le ragioni profonde della propria vita…Allora dobbiamo interrogarci affinchè la comunicazione crei ponti: dobbiamo essere vigilanti nel modo di esprimerci e nel rispetto di chi la pensa diversamente da noi. Nel Salmo 84 è scritto: “Misericordia e Verità s’incontreranno”: noi giornalisti e comunicatori possiamo essere i canali, i fattori, gli strumenti della Misericordia, ma mai esserne i creatori, se non in forza del lavoro di Dio. Il nostro piccolo contributo nel progetto divino sarà allora cercare di trasmettere all’altro quell’amore che abbiamo incontrato, percependo il senso che il nostro cuore attende, senza restare prigionieri del nostro limite, del nostro peccato. Siano per noi un faro sempre acceso le parole di Papa Francesco: “Comunicare significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire. L’udire riguarda l’ambito dell’informazione; ascoltare, invece, rimanda a quello della comunicazione, e richiede la vicinanza. L’incontro tra la comunicazione e la Misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa.” L’invito alla condivisione sia una luce anche tra noi colleghi giornalisti, consapevoli che il nostro lavoro è per un bene più grande, al fine di aiutarci insieme a cogliere il senso più vero di quello che facciamo. Anche gli strumenti di comunicazione e la tecnologia siano usati per intessere relazioni umane non distruttive, poiché il cuore dell’uomo è fatto per la Verità e la Verità è sempre frutto di un incontro: dentro questo orizzonte si sperimenta la Misericordia, che è un abbraccio, una carezza, uno sguardo che ci fa sentire amati.

Benedetta Grendene

“Chi mi ha ucciso?”: il thriller metafisico di Giancarlo Trapanese

Con lo stesso calore e lo stesso immutato affetto di due anni fa, in occasione della presentazione ufficiale del romanzo “La giusta scelta”, l’Auditorium della Figc (Federazione Italiana Gioco Calcio) di Ancona ha accolto le oltre seicento persone intervenute alla prima nazionale dell’ultima “fatica letteraria” di Giancarlo Trapanese. Ma forse per un giornalista-scrittore così amato e stimato non si è trattato dell’ennesima “fatica”, dal momento che con “Chi mi ha ucciso?” l’autore raggiunge il traguardo del decimo romanzo che di sicuro meriterà il successo di tutti gli altri libri pubblicati. I relatori che hanno animato il dibattito nel pomeriggio di domenica 8 novembre, hanno stuzzicato l’attenzione del pubblico in sala, elogiando l’autore e tratteggiando le peculiarità dell’insolito e curioso giallo edito dalla Italic Pequod.
L’interpretazione dal vivo degli attori del Teatro del Sorriso di Ancona, che stanno già lavorando per mettere in scena la trasposizione teatrale di questo ultimo romanzo di Trapanese, ha sapientemente introdotto in medias res la scena e l’ambientazione dell’opera, accompagnando i presenti all’interno di quella villa maestosa del ‘700 in cui si dipana la misteriosa trama del libro.
La presentazione spettacolo, moderata dal giornalista Andrea Carloni, ha visto protagonisti accanto ad un emozionato Trapanese trenta amici, tra artisti, musicisti, relatori che con il loro supporto, la loro professionalità e collaborazione hanno contribuito a trasmettere un messaggio di speranza e di positività.
Come per contrasto, accanto al tavolo dei relatori, troneggiava una struggente statua realizzata dallo scultore Nazareno Rocchetti, assurta a simbolo di tutte le donne vittime di violenza, violate nel corpo e nell’anima.
Flavio Corradini, Magnifico Rettore dell’Università di Camerino, ha preso la parola ribadendo l’estrema originalità del romanzo di Trapanese, per la ricchezza di stimoli e spunti interessanti che vi si possono cogliere. Leggere “Chi mi ha ucciso?” è dunque un’eccellente occasione per riflettere sul senso della vita. Ciascuno di noi è indispensabile in questo mondo, chiamato a reagire agli stimoli che riceve, contribuendo così a costruire la storia dell’umanità. C’è chi è più timido, chi più scafato, chi più riflessivo; ognuno di noi è diverso ed unico, così come lo sono i diciannove personaggi del romanzo di Trapanese, che per un caso fortuito si incontrano e sono chiamati a meditare sul dualismo esistenziale e sul mistero della vita. Corradini ha voluto concludere il suo intervento, citando un passo molto significativo tratto dal diario di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebraica, vittima della Shoah che merita di essere riportato per la profondità ed estrema verità che contiene: ” Questo è ciò che ogni giorno mi insegna daccapo: che bisogna rimanere aperti, che non ci si deve chiudere in se stessi nei momenti più bui, né affondare in essi pensando che sia un giorno perso, triste. Nella mia vita quasi troppo ricca, mi rendo conto che ci sono centinaia di svolte in una giornata, centinaia di sorprese…“.

E parlando di un romanzo thriller, non si poteva non interpellare l’ex Questore di Ancona e Trento Giorgio Iacobone, in virtù della sua straordinaria esperienza investigativa. A suo avviso quest’ultimo romanzo consacra e conferma Trapanese scrittore di grandissimo talento, dallo stile diretto ed estremamente coinvolgente. Ambientato al di là del tempo e dello spazio, “Chi mi ha ucciso?” racconta una morte violenta e alquanto misteriosa che sconvolge i personaggi e chiama in causa il maresciallo Luigi Braschi coinvolto nelle indagini con il suo amico giornalista Giorgio Catanese. L’autore Trapanese non si ferma a descrivere il reato in sé, ma con estrema maestria va oltre e si sofferma sui vari personaggi, che lo condurranno poi alla soluzione del caso. C’è un po’ in questo romanzo un ritorno ad un vecchio modo di investigare, molto in voga negli anni ‘70, in cui gli inquirenti ascoltavano molto i testimoni, parlavano con le persone e venivano poi a conoscenza di tanti altri indizi utili per un’indagine quanto più completa e ad ampio raggio. Con un po’ di nostalgia del passato, Iacobone auspica che sarebbe bello in futuro riuscire a sposare le indagini moderne condotte con le nuove tecnologie, con le testimonianze della gente comune che molto spesso sa tante più cose di quelle che si possono immaginare.

Maurizio Blasi, caporedattore della sede Rai di Ancona, ha sottolineato come già la scelta della location per il romanzo sia stata significativa: una villa del ‘700, secolo della Ragione e dei Lumi, in cui la scienza sembrava spiegare tutto. Blasi definisce il romanzo di Trapanese con l’aggettivo “mosaicale”, proprio perché è composto da tante tessere come un mosaico e per questo può essere letto su più livelli. Interessante è ad esempio la tematica del tempo affrontata nel romanzo, oppure la cura dell’autore per il dettaglio e i particolari, o il tema del rapporto tra libertà e necessità, dove il filo conduttore è la ridotta e limitata capacità che l’uomo ha di modificare gli eventi, secondo le sue logiche.
Un momento commovente durante la presentazione è stata la consegna simbolica di una copia del libro “Chi mi ha ucciso?” a Jennifer, coraggiosa figlia di Pietro Sarchiè, il commerciante di pesce, barbaramente ucciso proprio nella nostra regione nel giugno del 2014, a causa della criminalità.
Dopo l’intervento del Prof.Stefano Mancini con la sua riflessione sulla fisica quantistica e sulla nozione di tempo e realtà, messi in atto nel giallo di Trapanese, ha preso la parola Don Luigi Taliani, direttore responsabile di “Emmaus”, il quale ha tristemente ricordato ai presenti come oggi manca la relazione, il contatto e il dialogo tra l’uomo e il resto del mondo che lo circonda. In una realtà iperconnessa dove siamo così vicini, ma in realtà profondamente estranei, la grande solitudine dei personaggi di “Chi mi ha ucciso?” non è altro che lo specchio della società moderna. I protagonisti del romanzo di Trapanese si ritrovano a fare un viaggio dentro le loro vite, le loro storie, il loro passato costretti a recuperare quel senso di umanità e di attenzione alla persona di cui abbiamo bisogno oggi più che mai.
Un’insolita band diretta dal Maestro Michele Pecora e composta ad hoc da artisti come Antonio Del Sordo alla chitarra, Matteo Pecora alla batteria, Marco Santini al violino, Cristian Mattioli alla voce ha concluso la serata, interpretando una commovente versione di “Imagine” di John Lennon, per un messaggio di speranza, armonia e pace che il libro di Trapanese ci aiuta a riscoprire, cantando un inno alla vita e un grido di libertà.

Benedetta Grendene

Incontriamoci tra le righe: il cammino dell’esperienza

Entra nello scrigno prezioso dei ricordi anche la settima edizione di Incontriamoci tra le righe, la kermesse culturale organizzata fin dal 2009 dalla straordinaria Maria Lampa, che ancora una volta ha saputo riunire nell’accogliente cornice del Klass Hotel di Castelfidardo tanti artisti e scrittori. Il leit motiv di quest’anno non poteva che essere la parola e il suo valore infinito che prende campo nell’animo di chi sa leggere e scorgere l’ “oltre” in tutte le sue espressioni e forme: un testo scritto, una nota di violino, una pennellata di colore o una melodia che ci accompagnano nell’avventura della vita. Non a caso durante la mattinata uno spazio particolare è stato affidato alla musica, con l’esibizione del Maestro Marco Santini che ha eseguito diversi brani, tra cui lo struggente “Cristo delle Marche”. Susanna Ricci ha incantato il pubblico con i “massaggi sonori dell’anima”delle sue campane tibetane di cristallo di quarzo e minerali mentre Giulia Poeta ha letto un passo molto toccante tratto da “Felice è chi sa amare” di Hermann Hesse.
Ad aprire l’edizione 2015 di Incontriamoci tra le righe, la tavola rotonda sul tema: “L’esperienza si fa ricca sulla strada dell’esempio”, per riflettere sul dono che ognuno di noi può essere per l’altro, condividendo il suo tesoro con una “missione puramente cristiana”, come ha ricordato la moderatrice Tiziana Bonifazi. E uno degli strumenti privilegiati di trasmissione del sapere che abbiamo a disposizione è sicuramente un libro, perché citando Giacomo Leopardi e il suo Zibaldone di pensieri “La lettura per l’arte dello scrivere è come l’esperienza per l’arte di viver nel mondo, e di conoscer gli uomini e le cose”.

Tra i relatori presenti, il giornalista Giancarlo Trapanese che, in attesa della prima nazionale del suo nuovo romanzo “Chi mi ha ucciso?”, ha svelato se stesso e il suo essere uomo e artista dalla “doppia anima”: non solo giornalista ma anche scrittore. Chiamato ad una riflessione sul concetto di “esperienza”, Trapanese ci ha confidato che fin da quando a vent’anni ha intrapreso la strada del giornalismo, ha sempre avuto come modello l’autorità quasi sacrale dei capi delle redazioni dove lavorava. I giovani di oggi invece pretendono troppo spesso di sapere tutto e non hanno l’umiltà di imparare e di riconoscere l’autorità indiscussa di chi ha accumulato l’esperienza in anni ed anni di attività professionale. Sebbene l’esperienza sia dai più considerata un inutile orpello, tuttavia vale la pena riflettere sul fatto che il cammino dell’esperienza ha una genesi ancora più antica, come ci testimonia Niccolò Machiavelli ne “Il Principe”. Il filosofo rinascimentale attribuisce un valore molto importante all’esperienza, elemento fondamentale nella vita per capire ed evitare gli errori, dal momento che si possono distinguere due tipi di esperienza: quella reale sperimentata sulla propria pelle e quella ricavata dallo studio dei classici. In altre parole gli uomini camminano sempre su strade già battute da altri in una storia che ciclicamente si ripete. Il poeta e filosofo libanese Kahlil Gibran ci ricorda che “l’esperienza è la vita con le ali” e l’ideale nella quotidianità sarebbe trovare un connubio tra l’esperienza e la sensibilità dei “vecchi” e l’entusiasmo dei “giovani”.
Anche Franco Collodet insegnante di religione e ricercatore del cammino e dell’esperienza umana, ha raccontato la sua testimonianza, in cui Amore e Fede si intrecciano nella scoperta del senso più profondo della vita spirituale ed interiore di ognuno di noi. Per Collodet il pellegrinaggio e il cammino a piedi con lo zaino in spalla sono l’esempio più alto e lo strumento privilegiato di grazia, attraverso cui imparare a vivere in pieno la vita. Un allenamento per affrontare un pellegrinaggio non c’è, così come non esiste nessun segreto particolare per affrontare la vita: purtroppo le sofferenze sono sempre in agguato, né si possono evitare. Così un pellegrino cerca sempre l’accoglienza e l’incontro con l’altro capace di destare meraviglie, proprio come nel viaggio sensazionale della vita. Collodet ha compiuto diversi pellegrinaggi, ma i più significativi sono stati due. Il primo dal 23 maggio al 31 agosto 2010: 101 giorni e 3000 chilometri per raggiungere Santiago De Compostela, il secondo nel 2014 alla volta di Gerusalemme. Quest’ultima esperienza è stata un pellegrinaggio al servizio degli altri, in un cammino durato 140 giorni con più di 4100 km percorsi a piedi e un bellissimo progetto pensato proprio per consegnare le intenzioni di preghiera raccolte in tutto il mondo a Gerusalemme, alla Basilica del Santo Sepolcro, alla Cupola della Roccia e al Muro del Pianto. Attraverso un sito web (www.sendyourprayertojerusalem.org) e grazie alla diretta streaming con una telecamera, Collodet è riuscito ad essere in contatto con tutti indistintamente, presentando più di 1200 intenzioni di preghiera in comunione da tutto il mondo.
Dopo questa bellissima testimonianza di vita, il consulente risorse umane Enzo Di Vera, giunto dal Veneto proprio per questa settima edizione di Incontriamoci tra le righe, ha parlato del valore dell’esperienza, attraverso la sua attività di promozione e diffusione di una cultura dell’essere, la cui finalità non è tanto il raggiungimento dell’obiettivo in sé, ma la consapevolezza del cammino che si fa. Galileo Galilei diceva: “Non puoi insegnare qualche cosa ad un uomo, puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé”, ma è importante che ognuno abbia un modello di riferimento cui rapportarsi. Non a caso il vero leader è colui che cammina al fianco delle persone e le sa condurre al cambiamento senza dominarle, ma generando benessere in loro. La leadership non è autoritaria ma consapevole, cioè dettata dal riconoscimento dell’autorità in modo tale da essere un trade union tra la conoscenza e l’esempio. Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi, ci ricorda Proust. Nel cammino della vita il tesoro dell’esperienza è capire che non si perde mai e l’errore non esiste: o si vince o si impara. L’esperienza, come ci ricorda lo scrittore britannico Huxley, non è ciò che accade ad un uomo, ma ciò che un uomo fa con ciò che gli accade.
Per respirare e assaporare la vita non ci resta dunque che affidarci ad essa, riconoscendo che la vita stessa è l’arte dell’incontro e della condivisione con il mondo: solo così si possono tracciare dei ponti per comunicare e raggiungere l’altro nell’intimo più profondo, un po’ come la storia di Incontriamoci tra le righe che Maria Lampa ogni anno continua a donare ad ognuno di noi. E che c’è di più bello nella vita dell’incontrarsi, aiutarsi, scambiarsi le esperienze regalandole agli altri? Questa è la vera libertà, per contagiare con la propria gioia chi ci sta accanto: “la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione” come cantava Giorgio Gaber.

Benedetta Grendene

Le grandi sfide del web sportivo: opportunità e nuove frontiere

Si è tenuto sabato 10 ottobre, presso la storica Aula Magna dell’Università degli Studi di Macerata, un convegno molto interessante proposto nell’ambito di Overtime, il Festival nazionale del racconto e dell’etica sportiva che ormai da cinque anni parla di tutti di quegli sport “alla portata di tutti”, come sottolinea il dott. Michele Spagnuolo, presidente dell’associazione culturale Pindaro, organizzatrice di Overtime.

Promuovere i valori dello sport e dell’umanesimo che innova è la mission più alta non solo di questo Festival, ma anche la sfida più avvincente per tutti coloro che operano a vario titolo nel mondo dello sport, fedeli al noto motto di Giovenale “Mens sana in corpore sano”.
Dopo i saluti del Magnifico Rettore prof. Luigi Lacchè, a condurre la tavola rotonda è intervenuta in Aula Magna la prof.ssa Barbara Pojaghi che ha introdotto i relatori presenti, a cominciare dai saluti video registrati del giornalista sportivo Claudio Arrigoni il quale ha speso due parole sullo sport paralimpico e sulle storie meravigliose di tutti quegli atleti che vanno oltre i limiti, sfidando le loro disabilità e testimoniando con la loro forza e tenacia che niente può fermare la vita. Al di là delle tristi vicende personali che lo hanno coinvolto, il simbolo più alto dello sport paralimpico che secondo Arrigoni resterà per sempre nel cuore di molti è senza dubbio l’atleta sudafricano Oscar Pistorius.
Parlando di sport tra i giovani, è intervenuto al convegno Lorenzo Di Dieco, responsabile Comunicazione web presso Rai Ragazzi, per raccontare i casi dei format Rai YoYo e Rai Gulp, programmi di successo che coinvolgono e fanno interagire i giovani anche sul web, attraverso community e blog seguitissimi, su cui la Rai investe molto, analizzando, studiando e approfondendo i contenuti e le potenzialità che questo nuovo mondo tanto amato dai nativi digitali offre. Il web e la tv, d’altronde, pur essendo due device diversi, sono tra loro complementari così come testimonia il case history del nuovo format cross mediale “Versus – Generazione di campioni”, realizzato da Rai Gulp con l’obiettivo di avviare i giovani verso una sana, ma anche divertente pratica sportiva. Contemporaneamente alla messa in onda in tv tutte le domeniche, la sfida corre sul web sul portale di Rai Gulp (www.raigulp.rai.it) con il challenge “the champion is…” in cui i telespettatori ed i fan delle rispettive discipline cercheranno di far emergere lo sport più amato.
A cogliere le opportunità del web è anche la giornalista sportiva di Mediaset Irma D’Alessandro che sottolinea come l’innovazione abbia costretto ad essere al passo con i tempi e abbia imposto alle professionalità già consolidate del giornalismo ad aggiornarsi per “travasare” le proprie competenze anche nel mondo dei new media e del web. Oggi il giornalista non è più così il “confezionatore” di una notizia, ma anche colui che in autonomia è in grado di montare il pezzo che ha scritto e di veicolarlo poi nei canal social. Così lei stessa, per lasciare una traccia dei suoi numerosi appunti di viaggio in ambito sportivo, nel 2012 ha creato un sito internet (quellichelapremierleague.com) per raccontare il calcio inglese, che porta con sé una serie di storie e di catarsi senza eguali.
Ma con l’avvento imperante di Internet e in particolare dei social network uno dei problemi più sentiti che vanno a toccare la deontologia del giornalista è proprio quello legato al controllo delle fonti. Basti pensare, ci ricorda Irma D’Alessandro che oggi Twitter è ormai diventata la prima agenzia di stampa al mondo pur essendo un social network, ossia un semplice strumento di comunicazione “social” tra individui.
E qui, come puntualizza il prof. Simone Calzolaio, subentra anche il delicato problema del diritto all’immagine dello sportivo e alla sua identità personale che sono di fatto molto cambiati, in rapporto ai nuovi media che veicolano la “web reputation” dell’atleta nel mare magnum di Internet. E’ il calciatore stesso o lo sportivo “vip” ad essere fonte della notizia che lo riguarda, proprio con un semplice Tweet che il team preposto a gestire la sua immagine invia ai follower.
D’altronde oggi, comodamente seduti davanti alla tv, gli utenti in tempo reale possono postare contenuti e commenti sui social, durante le partite e le trasmissioni sportive, divenendo in qualche modo protagonisti e loro stessi user generated content, ossia generatori di notizie e contenuti.
Collegandosi all’hashtag giusto ci si può sentire coinvolti in maniera diretta in tutto ciò che accade in ambito sportivo: #juve #juvereal #storiadiungrandeamore sono le etichette più comuni dal forte impatto emozionale socialmente riconoscibili da tutti, non solo dal tifo di una squadra di calcio.
A conclusione della tavola rotonda, la prof.ssa Pojaghi e i relatori presenti hanno “tenuto a battesimo” il lancio ufficiale di ClubUp (clubup.it/home), il nuovo sport network ideato dai fratelli Mattia e Michele Patrassi che, sul modello di LinkedIn, vuole mettere in contatto quattro diversi attori: giocatori, squadra, allenatori e società.
E al momento della premiazione dei vincitori di Overtime, rassegna di blog, pagine, siti che parlano di sport, è intervenuta la dott.ssa Francesca Cipolloni, direttrice del settimanale d’opinione Emmaus uno dei Media partners del Festival, la quale ha chiamato in causa gli operatori che si sono distinti con i loro progetti, relativamente alle sei categorie: sport di squadra, sport individuali, motori, vintage, paralimpico e alimentazione.
Tra i lavori più interessanti che hanno ricevuto un riconoscimento, il sito calciomercato.com nato nel 1996 e divenuto una “pratica” quasi più importante del calcio giocato, il sito donneinsella.com che da otto anni pensa alle moto al femminile, il sito abiliallosport.it per la promozione dello sport praticato da disabili, il nuovo sito alimentazionesportiva.it nato a giugno 2015, la pagina Facebook “Serie A – Operazione nostalgia” e il sito tenniscircus.com per la recensione dell’autobiografia di John McEnroe “Non puoi dire sul serio”.

Benedetta Grendene

Praticamente io. Nulla accade per caso.

Domenica 19 aprile la libreria Feltrinelli di Macerata ha organizzato un incontro letterario, presentando l’opera prima di Savino Marè, pubblicata da Edizioni Simple nel mese di novembre 2014. “Praticamente io. Nulla accade per caso” è il titolo del libro autobiografico che racconta il vissuto dell’autore, ma allo stesso tempo rappresenta un faro acceso nel mare magnum delle emozioni e dei sentimenti che l’arte della scrittura ancora, fortunatamente, riesce a suscitare. La dott.ssa Belinda Marini ha condotto il pomeriggio descrivendo la personalità eclettica di Marè e tratteggiando gli aspetti più interessanti e accattivanti del suo libro. Savino crede fermamente che ognuno di noi ha il suo destino scritto in cielo secondo un preciso disegno divino: nulla accade per caso, un po’ come affermava a suo tempo Carl Gustav Jung, quando nel descrivere i sogni parlava di “eventi sincronistici”, di coincidenze significative. Oggi più che mai abbiamo bisogno di credere in questi valori veri e nella costruzione di legami affettivi e di solidarietà, talmente forti e radicati da spingerci fuori dall’isolamento nel quale la società tende ad ingabbiarci.

Il linguaggio diretto, autentico e spontaneo, la struttura del libro semplice e priva di orpelli ci aiuta subito a cogliere il messaggio dell’autore, che raccontando se stesso parla al cuore di tutti, spronandoci a credere nei sogni. Occorre diventare protagonisti della propria vita, prendere in mano le redini ed essere “praticamente (e semplicemente) io”, mettendo anche un po’ a frutto il noto motto sallustiano “Homo faber fortunae suae”.
“A mio padre che ancora mi racconta seppur con parole di cielo il suo umile essere immenso”: questa la dedica che Savino sente il bisogno di rivolgere, con gratitudine e affetto, al padre che non c’è più. Anche in questo gesto Marè ci dimostra che a volte dal dolore e dal vuoto incolmabile lasciato da chi amiamo, possono nascere dei fiori stupendi.
Leggendo il libro, si percepisce che l’autore è innamorato della vita e delle bellezze che la natura offre ai nostri occhi. Di qui nasce la passione di Marè per la fotografia: ama catturare in uno scatto paesaggi, albe e tramonti, raccontando emozioni sempre diverse suscitate da scenari magici e incantevoli che si possono cogliere solo alle prime luci del mattino, quando tutto tace. Il sorgere e il tramontare del sole Savino ama coglierli al mare, che metaforicamente descrive come “un solitario rifugio senza pareti” dove il senso di pace e di libertà conforta l’animo in modo del tutto inaspettato e straordinario. Gli scatti fotografici più belli di Savino corredano il libro, impreziosendo con le immagini i contenuti.

Savino confessa che ogni persona ha il suo modo di esprimersi ed è un artista unico e inimitabile per quello che fa, ma ci sono delle persone speciali che nel cammino della vita lasciano un segno. Così nel suo libro ha voluto dedicare qualche pagina a tutti coloro che come Savino usano il linguaggio del cuore. Neri Marcorè, Lighea, Stefano Masciarelli, Maurizio Blasi: i ritratti, i rapporti umani e le amicizie descritte sono tante e in questa lunga carrellata non potevano mancare il soprano Francesca Carli e il tenore Enrico Giovagnoli, conosciuti dal grande pubblico come “Operapop”. Francesca Carli in particolare ha omaggiato l’autore Marè con la sua presenza in libreria a Macerata, raccontando com’è nata l’amicizia tra loro e sottolineando che, se si viaggia sulla stessa lunghezza d’onda e di sentimenti, le distanze improvvisamente si accorciano e quando ci si conosce si ha la sensazione sin da subito di usare lo stesso linguaggio. Che sia il canto, che sia la scrittura, che siano le parole, che sia uno scatto fotografico: ciò che conta è emozionare!

Benedetta Grendene

 

 

 

 

Il “Grande amore” degli Operapop

Assistere ad uno spettacolo per la seconda volta e provare emozioni sempre nuove e sempre più intense, desiderando addirittura che il tempo si fermi, non è qualcosa che accade di frequente, tanto più che oggi siamo tutti un po’ camaleontici e volubili nelle sensazioni e nei sentimenti. Quando un live teatrale riesce a catturare e ad immortalare istanti quasi eterni nei nostri cuori, allora il merito sta nel talento degli artisti, nelle loro vocalità, nella prestanza scenica e senza dubbio anche nella scelta dei contenuti dello spettacolo.

Accade tutto questo e molto di più in “Tutto è Amore (That’s Amore)”, il meraviglioso live teatrale degli Operapop, andato in scena venerdì 27 marzo in una location squisitamente marchigiana: il Teatro delle Api di Porto S.Elpidio. Entrando nel prestigioso teatro, che vanta la preziosa consulenza artistica dell’attore Neri Marcorè, ci accoglie un profumo intenso ma delicato: è la fragranza che emana l’essenza appositamente creata dal brand Danhera e che per l’occasione s’ispira proprio all’amore, filo conduttore della serata.

Sul palco, accompagnati dalla band diretta dal Maestro Davide Di Gregorio, si esibiscono il soprano Francesca Carli e il tenore Enrico Giovagnoli.
Ben due ore di pura musica che scorrono intense e veloci, guidate da un leit motiv universale: l’amore. Francesca ed Enrico raccontano tra le righe, o meglio tra le note, la loro meravigliosa storia d’amore che si intreccia in un crescendo di emozioni con il grande amore per la musica.
Quando lei eterea e leggiadra come una dea e lui Eros che scaglia frecce, entrano in scena e iniziano a cantare, scende una magia particolare tra il pubblico, che percepisce subito l’empatia e la lealtà degli artisti.

Gli splendidi abiti di Tombolini, le scarpe eleganti e raffinate di Mascia Mandolesi e di Redwood per le calzature, il look curato dallo staff romano di Al Pacino e i luminosi gioielli di Ottaviani li fanno davvero brillare sul palco come divinità, ma gli Operapop rivelano: “siamo semplicemente noi”…
Sembrano irreali forse perché intonano canzoni senza tempo, dall’800 ad oggi, che però sono estremamente contemporanee perché grazie alle voci degli artisti arrivano potentemente al cuore di tutti. “Un amore così grande”, “Vincerò”, “Se tu fossi nei miei occhi per un giorno”… la carrellata è lunga, ma l’emozione raggiunge livelli altissimi quando riecheggiano le note di “Grande Amore”, il brano vincitore del Festival di Sanremo.

Come sarebbe stato se…? In anteprima assoluta, in un’atmosfera tra sogno e realtà, gli Operapop eseguono la loro toccante versione del brano vincitore del Festival di Sanremo. Già, proprio quel sospirato brano con cui il duo avrebbe dovuto partecipare tra le “Nuove Proposte”. Così non è stato, ma presto il “Grande Amore” degli Operapop sarà incluso nel loro cd, insieme ad altre cover e a brani inediti. Chi ama la musica e l’arte sa bene che i sogni a volte possono anche diventare realtà e che non bisogna mai smettere di inseguire con umiltà le proprie passioni nella vita di tutti i giorni. In fondo, che sia il palco del Teatro Ariston, che sia il palco del Teatro delle Api o di qualsiasi altro palco in Italia o nel mondo… gli Operapop ci insegnano che l’amore è ciò che conta!!!
Questo forse l’aveva capito molto bene un grande artista scomparso qualche anno fa, ma sempre vivo nei nostri cuori, che gli artisti stessi citano nel loro spettacolo in questa “perla” molto significativa:

“Vedi io credo che l’amore,
è l’amore che ci salverà”.
Lucio Dalla.

Per rimanere aggiornati su tutti gli appuntamenti e sulle prossime tappe italiane ed estere del tour, vi consiglio di seguire gli Operapop attraverso il loro sito web: www.operapop.it e sui canali social: https://www.facebook.com/Operapop
https://twitter.com/operapopchannel

Benedetta Grendene

Duecentocinquantuno giorni

La libreria “Atelier delle storie” di Loreto, sempre attenta alla diffusione della cultura e alla promozione di giovani scrittori, ha organizzato nel pomeriggio di domenica 15 marzo la presentazione di “Duecentocinquantuno giorni”, il romanzo di Valentina Cagnazzo pubblicato nel 2013 da Robin Edizioni. A dialogare con l’autrice, di origini leccesi, la professoressa Francesca Foglia che ha coinvolto il pubblico presente tratteggiando la trama del libro e le storie dei protagonisti Angelo e Lavinia.
Duecentocinquantuno giorni” non è il libro d’esordio della Cagnazzo, già conosciuta e apprezzata nel mondo dell’editoria per il suo primo romanzo “Dove non c’è amore”, scritto in età più adolescenziale. Per Valentina scrivere non è semplicemente un hobby, ma è molto di più: è un bisogno, una profonda esigenza dell’io. Ci confessa che per lei la scrittura è una sorta di medicina dell’anima cui dà sfogo principalmente nei periodi di dolore e di nostalgia: a volte possono nascere dei fiori stupendi dai momenti che ci sembrano più difficili e insuperabili.
Duecentocinquantuno giorni” è un libro maturo, con diverse sfaccettature e con un punto di vista plurale, frutto del “labor limae” attento e controllato di un’autrice che in prima persona ama tutta la letteratura, dalla magia di Baricco, alle punte di giallo di Agatha Christie, alla narrativa spagnola. E’ raro che un libro abbia come titolo un numero e si distingua per la sua particolare struttura narrativa, quella del diario, funzionale a delineare due storie e due vite parallele: quella di Angelo, impiegato nell’agenzia di viaggi di un suo amico e quella di Lavinia, studentessa di Beni Culturali. Due giovani ragazzi cresciuti insieme e legati da sempre che sperimentano, loro malgrado, il sentimento dell’abbandono reciproco e della solitudine, prima di tutto interiore. Duecentocinquantuno sono i giorni della lontananza e della separazione, del cambiamento e forse anche della riscoperta dei loro sogni, delle loro ambizioni e delle aspettative sul futuro. Ogni capitolo del romanzo non a caso s’intitola con il nome di un materiale diverso, che in qualche modo attraversa simbolicamente le vicissitudini e le varie fasi delle vite dei due protagonisti. E così in “Carta” si fa riferimento alla carta dei libri universitari, poi abbiamo “Legno”, “Seta” o “Vetro”, a seconda dei sentimenti che Angelo e Lavinia si trovano a provare.
Se Angelo è sempre alla ricerca di stabilità senza mai trovarla, Lavinia, a tratti alter ego dell’autrice stessa, “non era fatta per il mondo ma solo per il suo piccolo cosmo personale”: due personaggi complessi insomma, nati nella mente dell’autrice e poi costruitisi via via da soli, prendendo forma e spessore. Il romanzo presenta un forte carattere introspettivo, dal momento che indaga le reazioni umane di fronte all’abbandono, sentimento che l’autrice si limita a narrare in veste di cronista, senza mai snaturare i reali stati d’animo dei protagonisti.
Anche l’ambientazione è funzionale alla trama del romanzo ed è sempre un po’ sfumata e sospesa, per lasciare spazio alla libera interpretazione del lettore. Solo alcuni luoghi sono connotati, primo tra tutti la stazione, che da sempre nell’immaginario collettivo è concepito come il luogo dell’incontro e dell’addio… o forse semplicemente di un “arrivederci”.

Benedetta Grendene