Un modo per leggere da vicino il pensiero, i progetti e le idee di personaggi che operano in ogni settore e che desiderano condividere con i lettori le loro esperienze.

Intervista a GIULIA TORBIDONI a cura di Maria Lampa

Breve biografia:
Giornalista professionista.
Nata a Senigallia, dove attualmente vive, 29 anni fa. Ha una formazione classica: lettere classiche a Bologna e diploma di pianoforte al conservatorio Rossini di Pesaro. Si avvicina al giornalismo gradualmente, per poi arrivare a iscriversi all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino nel biennio 2008-2010.

Pubblicazioni:
“Libertà sarà se…” edizioni Versante (2011) Raccolta di poesie
Dal punto di vista giornalistico, collabora con Centro Nord-Sole24Ore, il Manifesto e Redattore Sociale.

domande.
Giornalista professionista lavora al carcere di Montacuto di Ancona. Da dove nasce questa idea e perché questa scelta?
L’idea nasce a fine 2010 dal desiderio, mio e di un’altra collega e amica, di intercettare, attraverso il giornalismo, le categorie di persone a rischio emarginazione sociale. Cioè di usare il giornalismo, la parola e la pubblicazione, per lavorare ed entrare in contatto con persone che sulla propria pelle vivono situazioni di disagio e isolamento.
Abbiamo scelto il carcere, piuttosto che l’immigrazione o le povertà, perché già da circa un anno e mezzo io mi interessavo e studiavo il sistema penitenziario italiano e le sue difficoltà. Un interesse personale, questo, nato anche casualmente da una serie di coincidenze positive.

Lei cura il periodico che ha fondato, “Fuori riga” che raccoglie articoli scritti dai detenuti. Quanto è importante e terapeutico scrivere articoli che possono uscire dalle sbarre e arrivare alle persone che stanno fuori?
Direi che è molto importante. In primo luogo perché i detenuti hanno modo di esprimersi, di riflettere su quanto scrivono e quindi di mettere ordine nei loro pensieri e di sentirsi ancora parte della società. In secondo luogo perché le loro riflessioni e i loro racconti escono e raggiungono persone che mai penserebbero al carcere o che abitualmente usano determinati schemi semplicistici per descrivere le persone che commettono reati.
Dunque, il giornalismo dei detenuti ha un valore sociale importante, perché può fare prevenzione e aiutarci a capire un mondo che, per sua natura, è ristretto e chiuso alla società esterna.

Coltivare la propria passione, come la musica, la pittura, la scrittura, il canto, vuol dire tirare fuori la parte artistica, il meglio di sé. E’ con questo principio che vengono scritti gli articoli?
Sì, anche con questo principio. L’idea di fondo è raccontare a chi sta fuori cosa significhi stare dentro. Ma ogni volta cerchiamo anche dei temi da sviluppare nel dettaglio, da studiare e poi trattare. Tutto ciò però lo si fa con impegno e rispetto delle regole. E questo significa usare il meglio di sé.
Siamo convinte che se si mettono le persone nelle migliori condizioni, queste danno il meglio di sé. Per esempio, proprio due o tre incontri fa abbiamo analizzato la parola ‘rieducazione’ dell’articolo 27 della Costituzione. Secondo i detenuti della redazione di Fuori Riga, la rieducazione è: “Crescere; rinascere; affrontarsi; lavoro; educare di nuovo; cultura; reinserimento; sviluppare le doti personali; fiducia; responsabilità; insegnare”. Interessante, no?

Il titolo “Fuori riga” dà la sensazione di libertà, della riga-parola che può uscire fuori, che non ha limitazioni e barriere perché è comunicazione. In realtà quali problemi incontra il periodico, se ne incontra?
Esatto. Fuori Riga perché le persone sono andate fuori riga e stanno pagando per questo. Ma la ‘riga’ è anche quella delle parole e soprattutto il ‘fuori’ è il sogno e l’augurio.
I problemi in realtà sono organizzativi, perché lavorare con persone che vedi una volta a settimana implica tempi più rallentati. Difficoltà possono esserci nel reperire informazioni da parte loro, quindi spesso tocca a noi portare loro materiale come articoli di giornale, ricerche e documenti vari.
I problemi più grossi, manco a dirlo, sono di ordine economico per cui devi fare i conti con i costi di stampa e diffusione e soprattutto con l’inevitabile problema che tu volontaria devi comunque lavorare per mantenerti e quindi ti tocca dividerti tra tanti impegni.
Devo dire, però, che tutta l’esperienza è talmente forte e ripagante che non vediamo le difficoltà.

Importante è scrivere ed esprimere i propri pensieri e riflessioni, ma quanto è importante leggere ciò che è stato raccontato e testimoniato?
Il periodico serve più a chi lo scrive, o a chi lo legge?
Secondo me serve a tutti. Perché se ci conosciamo le barriere iniziano a cadere.
Si inizia a vedere che chi commette reati non è un mostro che viene dalla luna, ma può essere ciascuno di noi che, in determinate condizioni e situazioni, non riesce e non ha la forza di continuare sulla strada della legalità. Spesso i più giovani mi dicono, “I detenuti sono lì dentro per un reato. Potevano pensarci prima di commetterlo!”.
Io rispondo che è vero, ci si dovrebbe sempre pensare prima all’azione da compiere… Anche noi il sabato sera, quando magari guidiamo la macchina con qualche bicchiere di troppo sullo stomaco, potremmo pensarci e valutarne le probabili conseguenze…

Ci sono scambi con l’esterno e quali risultati sono stati ottenuti fino ad oggi?
Gli scambi più interessanti si sono verificati tramite le lettere alla redazione che noi caldeggiamo sempre e tanto, oppure attraverso la pagina facebook Fuori Riga.
Poi, dobbiamo dire che attraverso il periodico “Fuori Riga” a Senigallia molte persone si sono sensibilizzate e si sta creando un’associazione di volontari per il carcere, sempre con il nome di Fuori Riga, che porterà avanti progetti per le persone private della libertà personale.
Il mio sogno è potere realizzare qualcosa anche per il post carcerazione, per il momento in cui, queste persone usciranno dal carcere e torneranno alla vita di tutti noi.

Come si può interagire con questa realtà carceraria e magari collaborare in qualche modo? A chi ci si deve rivolgere?
Ci si può mettere in contatto con noi attraverso la pagina facebook Fuori Riga.
Inoltre è possibile recuperare i numeri del giornale sia sul sito del Garante dei diritti dei detenuti delle Marche che sul sito di Antigone Marche, oltre che su facebook. Sarebbe importante, e invito tutti a farlo, scrivere lettere con commenti e domande alla redazione, all’indirizzo
“Fuori Riga” c/o Fondazione Gabbiano, piazza Garibaldi 3, 60019 Senigallia (AN).

Cosa significa per lei lavorare in questo contesto e quali gli incontri, le notizie, le confidenze che maggiormente l’hanno toccata e che le permettono di continuare il lavoro con passione, dedizione e responsabilità?
Di sicuro il ritorno del rapporto umano è il più forte stimolo a continuare il lavoro.
C’è la gratitudine che ti dimostrano le persone con la parola ‘grazie’ che è sempre meno usata fuori; l’umanità che si vede e che inevitabilmente ti coinvolge. Il condividere la felicità per chi esce e ha finito di scontare la sua pena; la preoccupazione per chi non ha possibilità economiche per potere vivere dignitosamente in carcere; le speranze per il futuro.
Mi piace il clima tra pari che si è instaurato tra noi ed è importante il fatto che a volte partecipi agli incontri anche l’agente di custodia, che ascolta e poi esprime la sua idea.
Mi coinvolge il loro interesse, la loro voglia di partecipare e il bisogno di confrontarsi e di progettare un futuro migliore.

Si potrebbe dire che lei contribuisce a dare libertà a questi detenuti, facendo uscire fuori la loro voce?
Magari! Sì facciamo uscire la loro voce, ma la libertà vera è un bene così prezioso e alto, di cui noi non sempre ce ne rendiamo conto, che la si ottiene non solo quando si è ‘fuori’, ma quando soprattutto si fa i conti con se stessi. Quindi la vera libertà è difficile, per tutti credo, da raggiungere. A sentire loro, comunque, fare corsi, come Fuori Riga e altri, è fondamentale per potere sperimentare le proprie capacità positive, per relazionarsi con persone esterne e soprattutto per rendere la loro carcerazione un po’ più utile. E per questo sono contenta di Fuori Riga.

Intervista a GIUSEPPE DONGHI a cura di Maria Lampa

 

Breve biografia

Nato a Inverigo (CO) il 22-1-1950.

Dipinge da sempre e a 17 anni organizza la prima mostra personale.

Incontra il maestro Federico Von Rieger  e diventa suo allievo.

Realizza moltissime mostre in Italia e all’estero, partecipa a numerosi concorsi ottenendo primi premi, riconoscimenti e prestigiose recensioni.

Fonda insieme ad altri pittori il gruppo “Arte Brianza”.

Insegna in una scuola di pittura e collabora con diverse scuole organizzando progetti inerenti l’Arte pittorica.

E’ Presidente di ABC (Associazione Brenna Cultura) che promuove manifestazioni culturali.

 

Domande:

 Lei dipinge di tutto: la natura, le persone, gli oggetti, gli scorci di città e viuzze, gli animali… C’è un soggetto in particolare che prende maggiormente la sua mano e la sua anima?

No, non ho nessun soggetto che mi attragga più di un altro in modo particolare.

La mia è una ricerca interiore che non ha un filo logico, segue le emozioni del momento: un raggio di sole fra le rocce, su di un muro o fra le viuzze, sui volti delle persone, fra le foglie degli alberi, le ombre, i cieli, gli spazi immensi, raccontare momenti di vita in tanti particolari (intimi, rubati con la mia macchina fotografica) quasi per entrare silenziosamente nella scena tanto da poterla narrare, renderla pubblica…sublime, carica di umana bellezza… ma anche questo non ha regole, ubbidisco alla mia sensibilità, a ciò che mi colpisce e che mi induce a raccontarlo attraverso l’Arte pittorica.

 

 Dipingere la natura, significa interiorizzarla, trasformarla emotivamente e riproporla su tela…  L’emozione che ne esce è identica a quella che ha provato osservando quello stesso particolare della natura o è diversa?

Dipingere la natura significa decantare la sua bellezza o la sua drammaticità.

Nel mio caso non è sempre così, la natura diventa lo sfondo, oppure la complice di un racconto, re-inventato il mare, il cielo e nel centro di esso un nudo seduto su di una nuvola o nel nulla, a simboleggiare la bellezza in generale.

Mare, cielo e figura umana che si culla in tanta magnificenza traendone gioia e trasmettendoci un messaggio sentimentale profondo come se fosse poesia, un capitolo di un libro, una canzone.

E’ il mio modo di raccontare e di raccontarmi.

 

 La realtà si miscela con la fantasia ed una semplice margherita può diventare l’inizio, il pretesto  di un fantasticare infinito….. Come avviene questo passaggio? È possibile descriverlo, raccontarlo?

Certo che è possibile raccontarlo e descriverlo. Faccio un esempio:

Passo di fronte ad un muro in città, tutto tappezzato di manifesti pubblicitari e osservo quella miriade di colori, di immagini…  Mi siedo su una panchina, chiudo gli occhi, annuso gli odori dello smog, sento il frastuono del traffico, il ciacolare delle persone che mi scorrono vicino, lo stridio dei freni del tram, poi riapro gli occhi e vedo quei palazzi altissimi, che come mostri si arrancano verso il cielo (tu dove abiti? Lassù al 32° piano…ma dov’è? Lassù, non lo vedi? Si forse…. Ma si sta bene? … eeh si vive!!)…

Vedo tutti che corrono … e poi te lo dico…. Ora non ho tempo!!!

Ecco tutto questo ed altro ancora, sono la scena necessaria ed il “passaggio” obbligatorio per descrivere e tentare di ritrasmettere allo spettatore che si porrà di fronte al mio prossimo “racconto pittorico”.

 

Lei è anche un abile e bravissimo fotografo che coglie i particolari, i dettagli di una realtà concreta e le sue foto dimostrano una adorazione, una contemplazione della natura stessa.

Quale la differente emozione di fronte ad una foto che riproduce l’esatta realtà oggettiva e un quadro che la trasforma, la modifica?

Nessuna differenza emozionale. Siamo di fronte a due modi diversi di fare Arte, ma entrambi propongono un racconto attraverso le immagini.

E’ scorretto pensare  che la fotografia sia sempre l’esatta riproduzione della realtà oggettiva. Nella fotografia disponiamo di un mezzo meccanico ed elettronico, le cui funzioni ci permettono di intervenire in diversi modi nella realizzazione dell’immagine.

E’ vero, alla fine ci occorre solo un diaframma, uno o più obiettivi e dei tempi diversi di esposizione…. Ma se si conoscono le tecniche, con questi mezzi si può trasformare la realtà a nostro piacere, e ritrarla il più fedele possibile fino ad arrivare ad immagini astratte….. esattamente come avviene in pittura.

Se dietro la macchina fotografica o seduto al cavalletto davanti una tela…vi è un Artista tutto è possibile.

La foto o il dipinto sono l’anima, la penna che un Artista usa per descrivere la propria interiorità, le sue passioni, l’abilità di saper cogliere e trasmettere emozioni.

 

Dipingere un quadro è fare un viaggio attraverso le emozioni che si concretizzano con il colore…

Lei sceglie sempre i suoi viaggi a priori o lascia che il colore, i pennelli e la tela permettono l’uscita all’esterno del viaggio interiore?

Quasi sempre ogni mio dipingo ha una trama, che può nascere in modo casuale, da un’idea improvvisa o da una scena inaspettata, che ti colpisce al punto tale da doverla fissare sulla tela o prendere quello spunto per farne una metafora per trasportarci in altri luoghi, ricordi, sensazioni, profumi, amori, interiorità.

Sovente scelgo la scena, la trama come se fosse un racconto teatrale, che sviluppandosi, ci rileva intrighi, sensazioni, emozioni personali, così come fa lo scrittore con la sua penna.

 

Oltre all’immagine, cosa rimane della sua vita sulla tela?

Tutto! L’immagine è il racconto della mia vita, le mie passioni, l’amore, le debolezze, le ansie, le paure e le gioie. Tutto ciò nasce dentro di me, bolle come la lava dentro un vulcano fino a che si manifesta all’esterno attraverso le capacità artistiche.

Ogni Artista serio, consapevolmente o inconsapevolmente racconta la propria vita.

 

I commenti, le domande, le espressioni e lo scambio di impressioni con i tanti visitatori cosa la portano a pensare?  Che non esiste una realtà, ma tante realtà quanti sono gli occhi delle persone che osservano?

Certo. L’artista racconta le proprie impressioni attraverso le immagini.

Ma ogni visitatore viene colpito in modo diverso dalle immagini, dalle tinte, le collega alle sue emozioni, a momenti della propria vita ed ecco allora che il dipinto vive attraverso mille storie simili, ma anche opposte e tutto questo è meraviglioso.

Una immagine che entra dentro di noi e vive attraverso migliaia di occhi e situazioni diverse… ritengo che questa sia l’apoteosi di un’opera d’arte.

 

Nell’insegnare a dipingere ai ragazzi, quali suggerimenti dà, che ritiene fondamentali per dimostrare la propria arte?

Semplicemente di essere se stessi, di non copiare ciò che vedono in televisione, ma di raccontare i propri sogni ed i propri desideri, dipingere la giornata appena trascorsa, imparare ad osservare, capire ciò che abbiamo di fronte, il contesto in cui viviamo, la vita che ci circonda…

Poi si passa al lato tecnico dell’Arte pittorica di cui non se ne può fare a meno, serve per potersi esprimere in piena libertà e con sicurezza e questo vale per i più piccoli ma anche per i  grandi.

 

Il suo più grande sogno nel cassetto?

Questa domanda è ricorrente e la mia risposta sempre la stessa.

Non ho sogni nel cassetto. Il mio più grande sogno è quello che sto vivendo.

E non è una frase fatta oppure un modo teatrale per rispondere: è la pura verità.

Il mio sogno è oggi!

…beh forse uno c’è…   Speriamo duri!

 

Come completerebbe questa frase:  da domani vorrei che nel mondo ci fosse…

Più armonia, umiltà e semplicità.

Intervista a STEFANO COBELLO a cura di Maria Lampa

 

Breve biografia:

Laureato in lingue: russo e inglese.

Vive a Verona dove insegna cucina e tecnica ristorativa.

Cantastorie e poeta da quando aveva 19 anni.

Volontario a vita, si occupa di orfani in Siberia.

 

Domande:

 Fare il cantastorie, significa raccontare alla gente comune  storie che si sono ascoltate dal popolo, che vengono da tradizioni, che sono tramandate nel tempo.

E’ un modo questo per prolungar la storia e fare in modo di non perdere pezzi importanti?

Essere un cantastorie significa prima di tutto avere qualcosa da dire e dirlo utilizzando il linguaggio che tutti possono capire.

Io racconto del mondo e di quello che vive in esso concentrandomi sulle cose positive e sui sentimenti del’uomo.

 Il cantastorie ha un accesso facilitato nel cuore delle persone semplici, perché  coinvolte da storie popolare.

Per lei è un mezzo più veloce di comunicazione  per arrivare alle emozioni?

Si, come Platone recita nella “Repubblica” anch’io penso che  la musica da sola è incompleta, il canto è un mezzo, ma le parole sono il fine ultimo ed alto della canzone.

Fondamentalmente io canto poesie. Potremmo coniare oggi un nuovo neologismo: il cantapoesie.

 Quando la chitarra è diventata il suo prolungamento, la sua appendice che le ha permesso di comunicare con tutti?

A 19 anni, quando mia sorella dopo aver frequentato un breve corso di chitarra si rese conto che non faceva per lei e me la regalò.

Da allora la chitarra “era una spada e chi non ci credeva era un pirata”.

Non ci siamo mai più separati e da allora la chitarra fa parte della mia vita.

 Cantare una pagina di un libro, dare musicalità ad un racconto,  aiuta le persone ad avvicinarsi alla lettura?

Non lo so, so soltanto che le parole nascono spontanee in me e come dice il mio amico Marco Santini,  il suono e il canto diventano un tutt’uno con il pubblico.

Anche questo è un modo di leggere utilizzando la fantasia e le emozioni.

 La sua esperienza di interprete e responsabile organizzativo di progetti culturali europei  l’ha portata a girare il mondo e ad incontrare la realtà degli orfani in Siberia?

Cosa è cambiato in lei, dopo questo incontro e cosa sta facendo  per questa realtà?

Preciso che non sono stati i progetti europei a portarmi in Siberia, bensì l’incontro con una sciamana siberiana capitata a Verona ad un simposio, ed io ero l’unica persona disponibile che conoscesse il russo e che non si facesse pagare per accompagnarla e tradurre ciò che diceva. La sciamana è Nadia Stepanova che mi ha poi invitato ad andare in Siberia e quando sono arrivato là ho constatato che noi avevamo molto e loro nulla.

Così ho iniziato a darmi da fare per i più deboli e i più indifesi sono proprio  i bambini senza padre, né madre….

Era il 1999…

 La musica è un linguaggio che non ha bisogno di traduzione e non produce incomprensioni ma solo emozioni in ogni essere vivente di qualsiasi razza, colore, cultura e lingua e riesce ad unire i cuori più differenti.

Quando suona percepisce questa universalità?  

Quando suono sento la musica nel petto, nelle tempie, nel cuore e vibro.

Scompaiono colore, altezza, confini, dimensioni…e  solo il mio pulsare al ritmo del suono rimane ad orientarmi in quel mondo parallelo.

 Il  progetto a cui sta attualmente lavorando?

Abbiamo delle vite da salvare, e credo questo basti e avanzi.

www.filomondoancona.org

 Il suo sogno nel cassetto?

Poter lavorare solo con i bambini abbandonati in Siberia.

 

Intervista a FRANCESCO SCARABICCHI a cura di Maria Lampa

 

Francesco Scarabicchi è nato nel 1951 ad Ancona dove attualmente vive.

Ama scrivere versi.

Si occupa da sempre di arti figurative.

Ha ideato e dirige dal 2002 il periodico di scritture, immagini e voci

 “Il nostro lunedì” 

Le sue pubblicazioni:

La porta murata                         edizioni Residenza

Il viale d’inverno                      edizioni L’obliquo

Il prato bianco                           edizioni Ibidem

Il cancello 1980-1999                edizioni Pequod

Frammento dei dodici               edizioni L’obliquo

L’esperienza della neve             edizioni Donzelli

L’ora felice                                edizioni Donzelli

Gli istanti feriti                          edizioni Università Studi Ancona

Taccuino Spagnolo                   edizioni L’obliquo

L’attimo terrestre                       edizioni Affinità Elettive    

Domande:

C’è chi scrive romanzi, chi pubblica saggi, chi l’autobiografia in chiave psicologica, da dove nasce la sua scelta di raccontare le stesse cose in chiave poetica?

Dal tentativo di fermare alcuni frammenti del vivere prima che si eclissino nel nulla, prima che scompaiano per sempre dal mondo e dalla memoria.

 La poesia, per Lei, è il modo più breve e veloce per entrare nella mente delle persone, passando dal cuore e percorrendo la strada delle emotività?

La poesia è l’arte della domanda sul senso dell’esistere. E’ una verticale discesa verso quello che Umberto Saba chiamava “la verità che giace al fondo”.

 Come nascono le sue poesie? Da un pensiero interiore, dalla voglia di comunicare un messaggio, dallo straripare di una emozione che vuol vedere la luce?

Potrei dire da tutte e tre le domande, ma credo che sia la necessità di tradurre un suono informe dandogli stile e voce perché dica quello che c’è da dire e nient’altro.

 Nelle sue poesie ermetiche ed intense, lei descrive la natura, le persone, scene, fotografa angoli di città, e tutto viene filtrato dal suo dolore e dalla sua continua ricerca di pace, di silenzio….

Trova questa dimensione serena dopo aver scritto una poesia?

Ancora con Umberto Saba, la condizione in cui vivo è quella di una “serena disperazione”. La poesia non è consolazione, conforto, medicina, analgesico: la poesia è un modo di essere  nella vita e nel mondo.

 Quando ha iniziato a scrivere poesie? Chi per primo ha riconosciuto il suo talento e lo ha stimolato a continuare ad esprimersi attraverso questa particolare forma artistica?

Seriamente, ho iniziato trent’anni fa.

Molti mi invogliavano a continuare, molti mi incoraggiavano, ma il primo ed unico maestro è stato Franco Scataglini che mi ha guidato verso le mie possibilità, verso me stesso, nella forza della lingua, unica residenza e cittadinanza.

 Le tante pubblicazioni, i molti riconoscimenti, gli svariati premi ricevuti, l’incontro con i lettori durante le presentazioni,  hanno cambiato qualcosa della sua vita e in che modo?

Cambiato non direi, affinato e raffinato la mia disposizione verso il lavoro e verso l’udienza degli altri sì.

Scrivere è un atto di libertà e di responsabilità ad altissima tensione. Il bene e il male di una parola sono all’ordine dell’istante. La parola è un’arte che va maneggiata con cura perché tocca la verità dell’altro, la incontra e la attraversa.

 come mai la poesia è un genere letterario che poche case editrici sono propense a pubblicare, quando in realtà i poeti sono di numero superiore agli scrittori di prosa?

Primo perché i poeti non leggono e non comprano poesia. Se gli scriventi versi acquistassero tutti i libri degli altri, ognuno di noi venderebbe migliaia di copie.

Poi c’è un problema di confidenza e intimità con la poesia che manca; la scuola non fa il suo lavoro, le istituzioni non lo fanno, la comunicazione e l’informazione non lo fanno.

Gli editori che stampano poesia si fermano a quello: non basta.

C’è un lavoro capillare di educazione al senso e al suono delle parole che dovrebbe iniziare prestissimo e che favorirebbe la conoscenza dell’arte dei versi, la renderebbe patrimonio del proprio percorso umano e  poi culturale. Così non è, così non mi sembra che sia.

Quali sono le cause principali che mettono in difficoltà l’editoria oggi?

Una scadente idea della cultura come se  fosse predominio o patrimonio di alcuni; la desolante realtà dei media che si sono genuflessi alle ragioni dell’economia e quindi hanno fatto soprattutto della televisione uno strumento di induzione ai consumi e non di conoscenza e di esperienza, oltre che di spettacolo e di intrattenimento.

Basta seguire un programma a caso e ci si accorge di quanto siano rari quelli che offrono la possibilità di non sentirsi usati o vittime della stupidità e della inutilità.

Si legge da sempre molto poco; oggi peggiorano i livelli. Non leggere significa non crearsi una propria lingua d’espressione e di comunicazione. Una bella storia raccontata male è una brutta storia.

Dal calzolaio all’astronauta, la cultura dovrebbe essere un atto di indipendenza e di libertà.

Così non mi sembra che sia. Il livello dell’istruzione in Italia è basso, umiliato, umiliante, a danno di coloro (insegnanti e studenti) che ancora ci credono e resistono a questo progressivo declino.

 Lei pubblica la rivista “Il nostro lunedì” al cui interno ospita diversi autori di spessore.   Nella cultura di oggi, c’è spazio per tutti?

Spererei di sì, direi di sì, ma non ne sono molto convinto.

Mi baso sulla mia personale esperienza (che è quella che conosco meglio) per dire che la via è lunga e senza  speranza di nulla.

 Ci vogliono fedeltà, tenacia, resistenza, una fede incrollabile nel proprio lavoro e nelle proprie possibilità; poi lavorare secondo necessità, come se si fosse soli al mondo. Lavorare perché non se ne può fare a meno.

Essere attenti alle stazioni che si attraversano dove passano i treni che portano altrove. Poi le occasioni: bisogna riconoscerle, intuirle, prenderle al volo. Non stancarsi  di crederci.

Stare in ascolto della propria vocazione.

 Il suo sogno nel cassetto……

Non ho né illusioni né sogni.

Forse qualche attesa, ma ogni attesa  non può essere rivelata perché chiede  il suo tempo per fiorire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a LUIGI GIACCO a cura di Maria Lampa

 

 

Luigi Giacco. Psicopedagogista

Fondatore della Associazione “La Lega del filo d’oro” e Direttore della struttura di Osimo fino al 2004.

Ha insegnato “Tecniche di analisi: modificazione del comportamento” nelle scuole secondarie.

Componente del comitato scientifico della Rivista “Handicap grave”

Consulente del Ministero della Salute dal 2006 al 2008.

Eletto nella Camera dei Deputati dal 2004 al 2009.

Componente della commissione Affari Sociali e Commissione speciale per l’infanzia.

Le sue pubblicazioni:

Valutazione e trattamento dei pluriminorati psciosensoriali.  Edizioni Nostra Casa

Un bicchiere mezzo pieno.  Edizioni Pequod

L’infanzia privata e il ruolo tutelare dell’adulto.  Edizioni Goliardiche

 

 

 

Domande:

Lei ha contribuito alla fondazione della “Lega del filo d’oro” nata ad Osimo dedicata ai pluriminorati fisici e psichici e che oggi conta molteplici sedi in Italia.

Quali i principi fondamentali su cui poggia l’immenso lavoro che viene svolto con successo al suo interno?

“La Lega del filo d’oro” ha creduto che persone con gravi disabilità potessero essere rieducate e riabilitate e non solo assistite in modo “custodialistico”. L’organizzazione ha previsto fin dall’inizio di partire dai bisogni e dalle esigenze dei singoli ospiti e non dalle risorse economiche messe a disposizione dagli enti pubblici, per cui si è cercato con raccolta fondi privati di integrare il bilancio economico.

 

La diversa abilità a volte è vista come un peso sociale, un problema, un qualcosa da evitare….

Cosa pensa delle persone connotate con l’appellativo di “diversamente abile”?

Ogni persona è diversa dall’altra per aspetto fisico, per carattere, per capacità.

Spesso si pensa che persone menomate non abbiano abilità, mentre in questi anni si è dimostrato che possiedono diverse abilità nel lavoro, nello sport, nell’arte e nella capacità di comprendere e relazionarsi agli altri in modo positivo.

 

Lei ha svolto un ruolo di parlamentare e durante quel tempo di mandato è riuscito a suggerire e concretizzare diverse leggi per ridurre le difficoltà pratiche di persone con handicap fisici e con disagi sociali, senza tanta pubblicità e clamore mediatico.

Come e quanto è stato sostenuto in questo lavoro e come si è sentito nel vedere l’applicazione poi delle leggi da lei firmate?

Fin dall’inizio della mia attività di parlamentare nella commissione Affari Sociali e nella Commissione Infanzia di cui ero componente mi sono interessato dei problemi delle persone con disabilità  e delle questioni riguardanti l’infanzia e adolescenza.

Sono stato promotore come primo firmatario o relatore di diverse leggi . Le più significative sono :Legge 284/97 a favore dei ciechi pluriminorati, la legge 162/98 a favore delle persone con disabilità grave (vita indipendente e Dopo di noi),la legge 6/2004 sull’istituzione dell’Amministratore di sostegno, e legge 285/97 sui Diritti dell’Infanzia e adolescenza.

Certamente nell’affrontare tali questioni ho trovato collaborazione dei colleghi parlamentari delle diverse parti politiche.

 

Lei si è impegnato politicamente nel suo paese,  nella provincia e nel nazionale.

In quale contesto è riuscito a dare il meglio di sé e perché?

Il mio impegno iniziale è stato nella mia città attraverso il lavoro prima come volontario e poi come dirigente alla “Lega del Filo d’oro” che mi ha dato gratificazioni umane e professionali.

Certamente aver fatto approvare delle leggi che riguardano tutti i cittadini italiani è una soddisfazione notevole.

Un paese è forte e moderno in base alla cultura che trasmette, promuove e stimola.

 

Secondo lei cosa manca alla cultura di oggi per poter essere più incisiva nel miglioramento della collettività?

Un pedagogista americano diceva che la civiltà di un popolo non si misura sul numero di auto, frigoriferi, televisioni ma come risolve i problemi dei cittadini più deboli della società.

 Oggi siamo in una società competitiva dove conta solo il denaro. Si è egoisti e individualisti, manca il senso di appartenenza alla stessa comunità ed il senso della solidarietà.

 

La famiglia, la scuola, la società sono gli ambiti in cui si muove, agisce, si evolve

l’essere umano. Quali sono i valori necessari perché ovunque ci sia la crescita?

Il senso che ogni persona ha dei diritti ai quali corrispondono dei doveri.

 Il senso del rispetto degli altri anche se sono più deboli, l’onestà, il rispetto delle regole e l’impegno quotidiano a migliorare se stessi e la società.

 

Se si potesse costruire un mondo ideale, il suo mondo quali caratteristiche avrebbe?

Uno sviluppo armonico e sostenibile, il rispetto per se stessi e per gli altri, una diffusione dell’educazione e della cultura che sono alla base di un mondo migliore.

 

 

 

Quanto è importante per lei credere nella filosofia dei piccoli passi?

Ricordo sempre una frase di Papa Giovanni XXlll che diceva:”Con il pretesto del meglio e dell’ottimo non dimentichiamoci di fare il bene possibile.”

Per me questa è la guida nella vita di tutti i giorni e penso che evidenzi molto bene la filosofia dei piccoli passi.

 

In questo momento della sua vita, verso cosa sta orientando le sue energie?

Da pensionato cerco di rendermi disponibile per i miei nipoti e dono il mio tempo ai  familiari.  Sono tornato come volontario alla Lega del filo d’oro e mi impegno  anche se in modo diverso, nella vita politica e della comunità.

Mi piace leggere e approfondire tematiche filosofiche, religiose e sociali.

 

 

Intervista a LORETTA MARCON a cura di Maria Lampa

 

Loretta Marcon

Vive a Padova. Laureata in pedagogia e filosofia, ha conseguito il Magistero in Scienze Religiose.

Da quindici anni si occupa di studiare il pensiero filosofico leopardiano.

Ha scritto diversi saggi e numerosi articoli in merito, pubblicati in riviste del settore.

Attualmente collabora con l’Università di Padova nella facoltà di Scienze della Formazione, e con il Centro Studi filosofici di Gallarate.

 Le sue pubblicazioni:

La crisi della ragione moderna in G. Leopardi. (ora in seconda edizione on-line su

www.philobook.com)

“Vita” e “Esistenza” nello Zibaldone di G. Leopardi                   Edizioni Stango

Giobbe e Leopardi. La notte oscura dell’anima.                          Edizioni Guida

Qohelet e Leopardi. L’infinita vanità del tutto.                            Edizioni Guida

Kant e Leopardi. Saggi.                                                              Edizioni Guida

Leopardi in blog. Testi, pretesti e attualizzazioni in 100 post.      Edizioni Cleup

 Domande:

Quando e come nasce la sua passione filosofica e quindi la scelta di studiare il pensiero leopardiano?

Fin da piccola  ho amato la letteratura al di sopra di ogni cosa; i libri erano i miei amici e i giochi preferiti. Crescendo ho capito che studiare intorno ai problemi esistenziali che ognuno di noi si pone era un qualcosa verso cui la mia anima era inclinata in modo naturale.

La passione per Giacomo Leopardi, nata quasi improvvisamente, è impossibile da spiegare in modo razionale, ma cercando nella mente una data potrei forse ricordare l’inizio del mio percorso leopardiano e qualche particolare pagina che ha acceso in me la “fiammella”. Però, come ho già avuto modo di dire e citando Giacomo, “qui si spengono tutti i lumi”. con

 Lei sottolinea e fa emergere del pensiero leopardiano l’attualità nelle sue riflessioni poetiche e in prosa. Questa particolarità non era mai stata evidenziata?

Leopardi è ricordato il più delle volte secondo schemi presentati da Manuali più o meno “aperti” alle diverse prospettive che il pensiero leopardiano offre.

Si dimentica che Leopardi è prima di tutto un uomo, un uomo che ha osservato con attenzione tutti i diversi aspetti della vita umana.

 Nonostante tanti anni ci separino da lui, appena ci addentriamo un po’ nel suo pensiero facilmente ne verifichiamo l’attualità, tanto che qualche pagina sembra scritta per il mondo di oggi. 

Quali i messaggi che riscontra maggiormente attuali, descritti nelle varie opere?

Essenzialmente i pensieri sull’uomo e la tensione alla felicità, quello stato di perfezione che per l’essere finito è sempre irraggiungibile.

Però la saggezza leopardiana raccomanda allora di accontentarsi delle piccole cose, “dei piccoli fini della giornata”.

Interessanti sono anche le riflessioni sui difetti che caratterizzano spesso uomini e società, quali ad esempio l’egoismo.

 Leopardi in blog” è un titolo molto eloquente e moderno. Cosa raccoglie in questo volume e da quale esigenza nasce il titolo?

La passione per Giacomo Leopardi e il desiderio di portare anche ad altri il sapore della mia “scoperta” di tanti anni fa, mi ha fatto cercare una strada diversa e senz’altro più “leggera” del saggio.

E’ una strada che credo rappresenti una opportunità interessante di divulgazione. Qualche anno fa ho creato un blog intitolato a Leopardi, un luogo che chiamo “giardino” in cui racconto con lo stile colloquiale di una conversazione episodi biografici poco noti e propongo l’attualità del pensiero leopardiano prendendo spunto dal mio quotidiano.

Una specie di Zibaldone personale che ho pensato di portare sulla carta stampata  per proporlo non solo a giovani studenti ma anche a coloro che  non leggono abitualmente saggi ma ricordano e amano il poeta dell’Infinito conosciuto, fin dai tempi della scuola, solo come il teorizzatore della “natura matrigna”.

Lei in tutte le occasioni esprime un rapporto amichevole e confidenziale chiamando il poeta con il solo nome Giacomo. Questo rapporto facilita lo studio del suo pensiero o rischia di essere condizionata da tanta passione?

Ormai da tanti anni si può dire che io vivo con Giacomo.

La frequentazione assidua ed esclusiva ha fatto sì che egli divenisse quasi uno di famiglia. Il tempo e lo spazio si annullano totalmente quando sono immersa nello studio e nella scrittura.

Riconosco che il coinvolgimento totale può portare all’interno il “pericolo” di un condizionamento e forse a volte questo è inevitabile.

Credo che la vera passione debba convivere con la razionalità (ragioni del cuore e ragioni della mente secondo Pascal ma anche secondo Leopardi) anche se l’amore può a volte prendere il sopravvento ma questo non credo sia negativo anzi! Può fornire invece quel “colpo d’occhio” di cui parla Leopardi che consente di imboccare strade nuove e impensate.

Ritiene che autorevoli scrittori, poeti e filosofi non siano sufficientemente  studiati e approfonditi e quindi parzialmente conosciuti e apprezzati meno del meritato?

Lo credo infatti. Personalmente con questa mia esperienza mi sono resa conto di quanta strada tutti noi dovremmo percorrere per poter dire di conoscere un autore.

Non si può affermare di “possederlo” davvero se non si è  sondata prima la sua umanità. Ecco: credo sia questo che forse manca. Capire che prima dell’Opera è necessario conoscere l’uomo.

D’altronde, per dirla con Leopardi, “Né il titolo di filosofo né verun altro simile è tale che l’uomo se ne debba pregiare, nemmeno fra se stesso. L’unico titolo conveniente all’uomo,  e del quale egli s’avrebbe a pregiare si è quello di uomo”.

Cosa dovrebbe fare la scuola per motivare ulteriormente i ragazzi alla conoscenza e alimentare la passione nella ricerca del pensiero espresso tra le righe?

Credo che il metodo più stimolante sia quello di presentare un Autore avvicinandolo prima come uomo e come amico.

Quando poi si spiegheranno le Opere queste risulteranno più comprensibili giacché nessuna di esse, men che meno la più difficile, può considerarsi avulsa dal suo Autore.

E’ ovvio che un insegnante dovendo proporre tanti autori non potrebbe mai dedicare anni ad ognuno di essi. Tuttavia credo sia utile ricordare che presentare un Autore secondo questa modalità accende nei ragazzi quella sana curiosità che stimola l’attenzione e il desiderio di approfondire attraverso ulteriori ricerche. Ecco che chi ha scritto quelle pagine diventa uno di noi, come noi ha osservato, ha pensato e quindi ha scritto.

Nei suoi progetti di studio, di quale altro Personaggio sta analizzando il pensiero filosofico?

Durante il mio percorso leopardiano ho “ritrovato” diversi filosofi come Rousseau, Pascal e Kant.

Soprattutto di quest’ultimo ho analizzato degli aspetti che mi richiamavano, direi in modo naturale, qualche riflessione leopardiana. Giacomo non conosceva il filosofo tedesco e si allineava in questo modo al panorama culturale italiano del tempo.

Tuttavia mi è parso interessante avvicinare, con le ovvie diversità, certi particolari pensieri  dei due come ad esempio quello sulla felicità e sul limite della conoscenza. Come ho trovato importante ricordare l’educazione, soprattutto religiosa e simile nella severità, che ambedue ricevettero e che senz’altro ha lasciato il segno nelle Opere della maturità.

A quale tipo di riconoscimento aspira per le sue molteplici pubblicazioni?

Mi ritengo una persona fortunata per aver scoperto che un’amicizia può davvero oltrepassare le barriere del tempo e dello spazio.

Pensare le stesse cose, provare le medesime sensazioni e ritrovarle lì, scritte in chiaro, quasi un invito per essere “ridate”, attualizzate in un tempo che sempre meno sembra riuscire trovare, all’interno della parola scritta, la propria luce, attirato dai luccicori trasparenti e immediati dei moderni mezzi di comunicazione. Mai ho provato, in modo così tangibile, il toccare e il “sentire” l’umanità di un autore, un’emozione molto forte unita a quel pudore che si prova di fronte a un Grande.

Quel sentimento che sopravviene insieme alla consapevolezza della propria indegnità.

Il percorso insieme a Giacomo mi ha dato e mi dà tantissimo. Come diceva De Sanctis, leggendo Leopardi, ci si sente “racconsolati”.

Non è questo il premio più ambito? Un desiderio? Sapere che con i miei scritti altri si sono sentiti  coinvolti in quella che mi piace sempre chiamare “scoperta”.

Quanto è importante scrivere i propri pensieri, considerazioni, ideali, sogni, convinzioni, perché altri in futuro possano condividere?

L’amore per la scrittura fa sì che si senta quasi il bisogno di toccare una pagina ricercando forse inconsciamente le sensazioni dell’autore che la scrisse, di percepire l’odore della carta e della stampa che emanano (per quanto mi riguarda) soprattutto dai libri antichi.

Sensazioni che trasportano l’anima all’interno del libro stesso e soddisfano  bisogni che nel reale solo difficilmente possono trovare appagamento.

Il libro, scrigno del pensiero scritto, non è solo luogo di conoscenza, è l’amico silenzioso ed eloquente, è l’insegnamento morale, è l’idea, ma è anche il viaggio, il sogno, la “stanza” segreta ove ritrovarci con noi stessi e con un interlocutore invisibile.

Non bisogna dimenticare che la parola scritta non è solo informazione - poiché informa su fatti, cose e avvenimenti – ma è anche espressione perché l’uomo che scrive, proprio come colui che parla, si esprime, dice qualcosa di sé e quindi mette in moto qualcosa del suo essere, rischia l’uscita da sé, espone la sua interiorità anche quando racconta una storia.

Solo grazie alle pagine di un autore (nel mio caso di Leopardi), prezioso pensiero scritto, in particolare grazie alla sua espressione (nel senso in cui ho detto prima cioè l’esporre la propria interiorità) noi possiamo conoscere oggi il suo animo e la sua mente: riflessioni, pensieri e  sogni di Giacomo sono lì per  parlare all’uomo di ogni tempo.

 Ha mai pensato di scrivere qualcosa di suo, che non sia uno studio di altri autori?

Un’esperienza poetica è rappresentata dal mio “Scheletri di stelle” (Cleup, Padova 2007).

Una piccola raccolta di versi che ho pubblicato dopo averli rivisitati come si conviene.

Poi ho ancora qualcosa nel cassetto, pagine scritte tanti anni fa quando ancora non camminavo con Giacomo.

Mi piace “raccontare” e non è escluso che dopo la pubblicazione del mio ultimo lavoro leopardiano non riprenda quelle carte per completarle.

 

Intervista ad ALDO GRASSINI a cura di Maria Lampa

ALDO GRASSINI.

Laureato in filosofia all’università di Bologna, ha insegnato per moltissimi anni Storia e Filosofia nelle scuole superiori.

Fondatore insieme a Daniela Bottegoni del Museo Tattile Omero di Ancona.

Fondatore dell’associazione “Amici della lirica”.

 Uno dei fondatori del Tribunale per i Diritti del Malato di Ancona.

Ha partecipato attivamente alla vita politica della città ricoprendo la carica di Consigliere per tre mandati.

Da 40 anni si occupa dei non vedenti e nell’ambito della Unione Italiana Ciechi ha ricoperto anche cariche a livello nazionale.

Attualmente è Presidente della Unione It. Ciechi della Provincia di Ancona ed è membro del Comitato di Direzione del Museo Omero.

Impegnato sin dall’adolescenza nel movimento esperantista, è stato tra l’altro Presidente della Federazione Esperantista Italiana e Presidente della Lega Internazionale dei Ciechi Esperantisti.

Innumerevoli sono le pubblicazioni in  giornali e riviste specializzate.

 Domande:

Leggere la sua biografia fa riflettere per le numerose iniziative e ruoli ricoperti nei vari ambiti.

Questo significa che un handicap fisico come la cecità non può fermare l’entusiasmo e non riduce le possibilità di impegnarsi socialmente in modo attivo e da protagonista?

E’ proprio così. L’intelligenza e la volontà, quando si sostengono a vicenda, possono raggiungere traguardi impensati.

 ”Handicap” significa svantaggio, ma se ci sono gli ausili tecnici e l’aiuto umano capaci di abbattere gli ostacoli frapposti dalla minorazione, un disabile, nei limiti di certi àmbiti, è una persona uguale agli altri. A questo punto, tenacia e spirito di sacrificio possono fare miracoli!

Ma il grimaldello capace di scardinare le porte dell’emarginazione ha un nome solo: si chiama “istruzione”. L’istruzione è importante per ogni essere umano, ma un portatore di handicap  senza istruzione è disabile due volte.    

Il Museo Tattile Omero nasce da una sua necessità di conoscere l’arte, considerata patrimonio della umanità intera senza esclusione di nessuno?

 Certamente. La fruizione dell’arte è gioia, è il piacere delle cose belle ed ogni essere umano ne ha diritto. Ma l’arte è anche cultura e la cultura è il fondamento di ogni possibile integrazione sociale. Per il cieco l’accesso all’arte è una delle vie maestre che lo conducono ad una piena partecipazione alla vita del suo ambiente sociale. 

 Il miglior modo per i non vedenti è toccare l’arte per conoscerla ed emozionarsi?

Noi “vediamo” con le mani, ma purtroppo esiste un tabù per il quale il toccare è come profanare le cose sacre.

La prima cosa che si insegna ad un bambino è che deve guardare e non toccare. Ma in questo modo si toglie agli uomini uno degli strumenti di conoscenza che la natura ha dato e si toglie ai ciechi la possibilità di “vedere”.

La sacrosanta esigenza di salvaguardare dal degrado i beni culturali non può e non deve negare ad alcuni esseri umani, i ciechi, il diritto alla loro fruizione.

 Bisogna trovare un giusto equilibrio tra il divieto ed il diritto.  

Le polemiche, le lamentele, le disapprovazioni non sono sufficienti a modificare lo stato delle cose.

Come si può stimolare gli uomini a diventare invece positivi e propositivi facendo denunce, offrendo idee e proponendo soluzioni, come ha fatto Lei per il Museo Omero e non solo?

 Le polemiche sterili sono inutili; le denunce puntuali mettono a fuoco i problemi e sono il punto di partenza per la ricerca delle soluzioni.

Poi, certo, ci vogliono le proposte che devono guardare alla soluzione del problema, muovendo però dalla realtà delle condizioni.

La lingua ESPERANTO è una utopia o una piccola realtà in cammino? Quanto siamo distanti dalla amicizia fra i popoli,  dal rispetto delle diversità, dall’avere una comune vocazione di pace?

La conquista di questi valori è ancora lontana, ma gli uomini che credono in essi, non possono arrendersi: questi valori sono il sale della vita. E che cosa sarebbe la nostra vita se non avessimo questi compagni di cammino?

L’esperanto è  una lingua ed un sistema di valori.

Riuscirà un giorno ad unire tutti i popoli e tutte le culture sotto un comune ideale di fratellanza e di amicizia universale? Io non lo so, ma so che già oggi e da oltre un secolo ci sono alcuni milioni di persone che in tutto il mondo si parlano, si scrivono, si incontrano in spirito di amicizia grazie a questa lingua facile  e neutrale che appartiene a tutti e rispetta tutte le identità culturali e linguistiche senza prevaricare.    

Un proverbio dice che “il bisogno aguzza l’ingegno” e in questo senso le persone che hanno delle difficoltà tendono ad essere più fantasiose e trovano soluzioni e strategie geniali per ovviare ai piccoli e grandi inconvenienti.

Quanto viene compreso, stimolati, ascoltato  e tenuto in considerazione concreta dalla società questo  che è un Valore?

 La vita è difficile per tutti. Figuriamoci per un disabile! Ma ci vuole pazienza e bisogna saper vedere il bicchiere mezzo pieno. Così è possibile incontrare anche  felici sorprese.

Quanta gente insensibile e ottusa! Ma ce ne è anche tanta capace di capire e condividere. Bisogna saperla riconoscere!    

 Le istituzioni chiedono suggerimenti a coloro che sono in difficoltà per poi avvalersene nella realizzazione pratica di soluzioni?

 Ciò accade raramente. In genere le Istituzioni sanno che cosa devono fare, ma spesso mancano i mezzi o si preferisce usarli per altre cose!

 Nelle scuole, quale filosofia di vita occorre adottare per avere degli ottimi risultati e formare i ragazzi e farli diventare Grandi uomini?

 Purtroppo in Italia si è fatto il possibile per togliere alla scuola prestigio e autorevolezza. Ora la si sta distruggendo anche dal punto di vista strutturale.

 Che cosa potrà insegnare ai nostri giovani una scuola disastrata? La nuova scuola tende a sviluppare abilità tecniche anzichè curare le coscienze ed i cervelli. I genitori hanno rinunciato ad educare i propri figli. La scuola non ha più l’autorevolezza.

Da chi saranno educati i nostri ragazzi? Dai loro miti della musica e dello sport? Dalla tv che è attenta solo a tutto ciò che è eccessivo? 

 La diversità  ritiene che sia un  concetto universalmente accettato come sinonimo di ricchezza, o viene usata in maniera negativa per privilegiare qualcuno a svantaggio di altri?

 Questa domanda propone i termini di una lotta sotterranea, ma non tanto, che caratterizza la politica, le relazioni sociali, i rapporti umani. Il risultato di questa lotta sarà il mondo di domani. Ma la realtà non è mai nera o bianca ed i progressi sono sempre lenti e contraddittori. Io credo che un progresso c’è stato nell’età moderna, nonostante tutto, e spero che continuerà per il futuro.  

 Lei ha scritto tanti articoli, offrendo ai lettori la sua testimonianza, le sue idee e le sue proposte perché le parole volano ma le frasi scritte restano.

La cultura scritta è anch’essa patrimonio della Umanità tutta.

Secondo Lei l’editoria italiana quanto è sensibile  all’uso di strumenti informatici per comunicare e informare i non vedenti?

 L’informatica per i non vedenti ha determinato un’autentica rivoluzione copernicana aprendo prospettive inimmaginabili. Tuttavia, ancora c’è tanto da fare, ma la strada è aperta e l’indirizzo è segnato.

Se poi la domanda si riferisce alla disponibilità delle case editrici a consentire l’uso da parte dei ciechi dei loro testi in formato elettronico, si può parlare di un muro di gomma e spesso si tratta anche di gomma molto dura!   

Qual è il suo più grande sogno e desiderio  per una società di domani migliore di quella attuale?

E’ il sogno di una società veramente democratica, e per me democrazia significa libertà, uguaglianza, giustizia, rispetto, solidarietà per chi soffre, amore per tutti gli esseri umani.

 Queste cose le ha già dette qualcuno duemila anni fa e l’hanno messo in croce. Dopo di allora quanti uomini sono stati messi in croce per aver detto le stesse cose! Eppure quella voce è ancora viva e risuona nelle nostre coscienze tanto più forte quanto più stridente è la contraddizione della realtà.

E’ un buon segno!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

intervista a VINCENZO (Enzo) Di VERA a cura di Maria Lampa

 

Vincenzo Di Vera

Nato a Schio il 7/2/49 attualmente vive a Padova

Laurea in Psicologia dello Sport (La Jolla University – San Diego CA). 

Master in Programmazione Neurolinguistica.

Iscritto al Master Counseling, Aspic Milano.

Inizia come grafico occupandosi di stampa e comunicazione prima in aziende editoriali e grafiche poi in agenzia pubblicitaria e successivamente con un proprio studio (Jonathan snc) maturando un’esperienza ventennale nel campo della stampa e della comunicazione.

Già amministratore delegato della casa editrice Edithink srl.

Ex atleta agonista ed istruttore di arti marziali.

 E’ Consulente di Direzione e Formazione in Programmi di Gestione Produttiva dello Stress, Motivazione, Comunicazione, Team Building, Team Work, Leadership, Coaching aziendale.

Collaboratore free-lance dellostudio Eupragmadi Udine.

 Trainer di Seminari di Peak Performance per prestazioni sportive di alto livello.

Cura la preparazione psicologica degli atleti della Nazionale della Federazione Italiana Sci Nautico. Fa parte dello Staff Tecnico della Nazionale della Federazione Italiana Triathlon.

Personal Trainer di atleti e allenatori a livello nazionale ed internazionale, segue con programmi specifici e interventi di Coaching atleti, squadre e allenatori di varie discipline sportive (Pallavolo, Vela, Arti Marziali, Sci Nautico, Triathlon, Subacquei, ecc.).

 E’ Consulente e Trainer di percorsi di Sviluppo Personale.

Socio Fondatore ed ex-Presidente di Progetto Tre&Sessanta, Associazione Culturale

Domande

Lei svolge diverse attività in contesti differenti per tirar fuori il meglio da chiunque.

Il suo è un ruolo di stimolatore ovunque?

“Stimolatore” non è un termine che mi piace tantissimo: mi dà l’impressione di essere qualcosa di “meccanico” che interviene per eccitare artificialmente la persona. Sono convinto invece che ognuno di noi è artefice del proprio successo e quindi preferisco quella di “facilitatore di processo” che permette all’individuo l’ottimizzazione delle sue risorse psicofisiche interne ed esterne quali la definizione degli obiettivi, la modulazione dell’attivazione fisiologica, il controllo delle immagini, la gestione dello stress, la focalizzazione dell’attenzione, il controllo dei pensieri e del dialogo interno, unita alla capacità di comunicare in maniera efficace per gestire le relazioni e far fronte a fenomeni conflittuali (interni o esterni) che altererebbero l’equilibrio dinamico del sistema, ricercando le reali motivazioni all’azione personale, professionale ed organizzativa. Tutto ciò significa permettere consequenzialmente l’innalzamento della prestazione (il fare) e dell’individualità (l’essere) cioè l’autoimmagine complessiva, la centratura che ognuno ha di sé.

 Cosa significa scoprire “il campione che è in te” per la persona che si accinge ad una prestazione sportiva?

Cercare qual è la Differenza che fa la Differenza!

Professionisti o Dilettanti molti sono gli atleti che, a vari livelli e con variegate personalità, cercano attraverso lo sport di esprimere al meglio le loro caratteristiche personologiche sia nel fare che nell’essere.

Alcuni di essi emergono dalla massa perché sono dei campioni, coloro che hanno il gusto dell’agonismo, della combattività e in possesso di valori quali lealtà, umiltà, coraggio, ma anche del divertimento e del piacere di allenarsi, da soli o in gruppo, che hanno chiaro il motivo per cui fanno sport, che si sentono liberi e spontanei, consapevoli anche di rappresentare un modello, che promuovono la loro disciplina onorando il campo di gara oltre che con le loro abilità tecnico-tattiche anche con il loro istinto, il loro temperamento, il loro carattere: vincenti sempre anche se non sempre vincitori. Fortemente convinti che i buoni risultati sono il frutto di un’eccellente prestazione (e preparazione) ed è qui che indirizzano il loro impegno accedendo a stati di risorsa interni, al loro Campione Interiore.

Altri si distinguono perché costantemente alla ricerca del solo risultato, del punteggio, del podio e di tutto quello che esso rappresenta per loro, costi quel che costi. Per i più di loro il risultato, scopo ultimo del proprio impegno agonistico, diventa fonte di ansie e preoccupazioni per l’incertezza che ne deriva nel tentativo di dominare ciò che non può essere certo, sicuro e sotto il loro completo controllo.

Altri ancora per la loro prestanza e potenza fisica.

Alcuni sono delle meteore che appaiono e poi altrettanto velocemente scompaiono.

Molti non emergono mai.

Ma, al di là del risultato e del successo sportivo, dentro ognuno di noi, che prima di essere atleta è persona, si agita un Campione: magari non un Campione Sportivo ma un Campione Umano mio compito é quindi cercare di capire e scoprire se quel “Campione interiore” è assopito, nel qual caso occorre “svegliarlo” e allenarlo, o se è attivo nel qual caso non dobbiamo smettere di allenarlo!

 Quali sono le maggiori difficoltà che incontra la figura dello psicologo nell’ambito sportivo?

Qualche anno fa in una intervista televisiva a un C.T. della nazionale di calcio fu chiesto se non ritenesse utile l’intervento dello psicologo. Lui rispose con fare sorpreso (forse anche per fare una battuta) che “non era mica matto”! 

Al di là della battuta, quanta confusione e scarsa conoscenza esiste nel mondo sportivo (e non) in merito a quale compito spetti ad uno psicologo sportivo e di cosa si occupi invece uno psicologo clinico piuttosto che uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Quanta diffidenza è presente in molti tecnici e dirigenti nei confronti dello psicologo sportivo anche ad altissimi livelli nel mondo dello sport: quasi fosse lo “stregone” dei nostri tempi. Quanta poca cultura in materia di gestione delle risorse umane!

Sono questi a mio avviso gli scogli più duri da superare: l’ignoranza e il pregiudizio.

 In che misura la componente  psicologica incide sulla prestazione sportiva e di vita?

Una domanda, questa, che emerge spesso e io la definisco complessa. E vediamo perché. Ci sono di sicuro molte variabili che riguardano la Preparazione Atletica, le Metodologie di Allenamento, l’Integrità fisica, la Motivazione e gli Aspetti Psicologici, l’Organizzazione e poi l’Ambiente, il Tecnico e così via ma non sempre sono chiari la ricetta e gli ingredienti che compongono il menù, il mix qualitativo e quantitativo che porta al successo sportivo. Idem per quello personale e professionale fatte le debite considerazioni.

Per usare una metafora piuttosto che chiedere al “cuoco” gli ingredienti per la ricetta del Successo, e quindi  le giuste proporzioni e misure, tempi di cottura e preparazione, chiederei al “dietologo” la quantità e il giusto peso di “carboidrati, lipidi e proteine” per quella persona ovvero la “dieta” personalizzata per quell’atleta (persona, professionista) fatto salvo comunque che non possiamo eliminare uno dei tre elementi essenziali alla “nutrizione”.

Il tentativo di queste riflessioni è quello di fornire un quadro di riferimento integrato relativamente alla cosiddetta Peak Performance (fisico-atletico / tecnico-tattico / psicologico) ovvero la Prestazione di Eccellenza in ambito agonistico-sportivo (o personale/professionale). Si tratta di individuare quali sono modelli strutturali, strategie, metodologie, azioni comportamentali e quant’altro utile al raggiungimento del risultato e cosa distingue il Grande Campione dal Vincitore Occasionale piuttosto che dall’Eterno Secondo o dal Perdente. In altri termini spostiamo l’attenzione non già sul Vincere “tout-court” piuttosto che sulla struttura del Vincente e se tale condizione sia apprendibile e riproducibile e come; quali gli ostacoli e difficoltà; quali i pre-requisiti che facilitano tale condizione e soprattutto quali figure sono di appoggio e facilitatori di tale processo.

Si ritorna invero al quesito di partenza delle riflessioni precedenti: “Qual è la differenza che fa la differenza?”

 Cosa intende dire quando afferma che all’interno di ogni persona c’è il  proprio “campione interiore”?

Proviamo intanto a definire un presupposto generale ovvero cosa é e chi é un Campione.

Primo: essere Campione non vuol dire vincere sempre ma piuttosto dare il massimo per raggiungere il Successo e saper gestire come opportunità di crescita il Successo stesso e l’eventuale Insuccesso.

Secondo: essere Campioni nello Sport per esserlo anche nella Quotidianità.

Terzo: essere Campione vuol dire essere responsabile del proprio lavoro per raggiungere obiettivi prefissati.

Quarto: essere Campione vuol dire essere consapevole di poter essere modello di riferimento per qualcuno.

Quinto: essere Campione vuol dire essere Leader di se stessi nell’Impresa che si è consapevolmente scelto.

Questo il presupposto di partenza, un lavoro armonico e assertivo di un atleta che si cimenta in imprese sportive in un processo di crescita personale e professionale.

Se ammiriamo una delle immagini simbolo dello sport, il Discobolo di Mirone, possiamo notare che ci propone un equilibrio di armonia, forza, bellezza e azione (tecnica) ovvero gli elementi essenziali e fondamentali di un Campione.

Ma Armonia, Forza, Bellezza e Azione sono proprie dell’Essere Umano: guardiamo un bambino (ogni bambino) e tutte queste qualità le troviamo con naturalezza.

Fin dall’inizio dà sempre il massimo per raggiungere il Successo (la sua Crescita) e impara costantemente dagli Insuccessi; quotidianamente si impegna in prove per lui ciclopiche; nella sua quotidianità è teso verso i suoi obiettivi; cattura l’attenzione del suo ambiente; sceglie e forma il suo carattere.

Peccato che a volte un ambiente troppo “forte” gli impedisce di continuare a esercitare quel Campione: ma questa energia è comunque dentro ognuno di noi e se riusciamo a risvegliarla potremo anche cimentarci nelle imprese che la vita ci propone con coraggio e determinazione.

Cosa significa, in termini pratici, mettersi in contatto con questa dimensione interiore e quali reazioni produce?

Rispondo con ciò che, la letteratura dello sport, definendo gli orientamenti psicologici del Vincente,  ovvero “Come fa a vincere l’atleta che vince?”,  dice nella pratica cosa possedere per fare ed essere Vincente. Ovviamente tutto ciò vale anche per la persona che non calca i campi di gara e cerca “semplicemente” il benessere.

  1. E’ self centered, cioè non ha eccessivo bisogno dell’approvazione altrui.
  2. E’ costantemente orientato al presente, cioè attento a ciò che sta facendo. E’ consapevole che il successo e la conseguenza diretta di una buona esecuzione.
  3. Ha buona stima di sé e si aspetta di riuscire.
  4. Possiede buone capacità di analisi. E’ obiettivo rispetto alle sue possibilità attuali e alla situazione che affronta prefiggendosi mete realistiche.
  5. Considera le situazioni avverse come facenti parte della realtà ed è in grado di apportare rapidamente modifiche al programma in funzione della situazione che cambia.
  6. Considera la competizione stimolante e divertente.
  7. E’ in grado di selezionare stimoli “rilevanti” rispetto ai non rilevanti.
  8. Ricerca il successo.
  9. Sa attendere e non “tira le somme” prima che la competizione sia terminata.
  10. Sa mettere a frutto sia il successo che l’insuccesso.

 Trasformare l’intangibile in tangibile ovvero in risorse personali spendibili nell’agone sportivo e non sportivo, è ciò che produce il mettersi in contatto con questa dimensione dove si è consapevoli che è lo “sforzo” in più che distingue il campione dall’atleta medio.

I Campioni dello Sport affermano che nei momenti di Prestazione di Eccellenza avvertono sensazioni e percezioni particolari cosi definite:

  • Chiara premonizione del successo
  • La vita quotidiana è relegata sullo sfondo
  • La concentrazione sull’impegno del momento è intensa
  • I gesti vengono anticipati prima che si verifichino
  • Si avverte un senso di potere
  • Ci si dimentica di se stessi
  • Si prova gioia ed estasi come emozione perfetta

In tutta la sua attività di Formatore Lei verte a rinforzare l’uso del pensiero positivo.

Quanto ritiene che incida la positività e l’ottimismo nella possibilità di realizzare obiettivi?

Mi permetto di rispondere con una serie di “Regole” che uso e permettono un pensiero performante (più che riduttivamente positivo: cioè non semplicemente pensare alle cose che vanno sempre bene ma come agire quando non vanno bene e come mantenere lo stato quando funzionano) e che nella mia esperienza hanno funzionato tanto in campo sportivo, che professionale e personale. Martin Seligman, nel suo “Imparare l’Ottimismo”, descrive molto bene tale processo.

 OCCUPATI, SENZA PREOCCUPARTI
Fai, agisci, impegnati, metti in pratica, occupati dell’azione progettata e studiata.

Pre-occuparsi significa farsi una visone futura catastrofica e quindi avere timore che accada. Questo genera ansia e innesca profezie auto-avveranti.

 PENSA ANALITICAMENTE
Fai un analisi di ciò che è successo, osserva il processo di quanto accaduto senza giudizi (colpe, collegamenti strani, attribuzioni di significato, …) . Identifica chiaramente cosa hai fatto giusto e cosa sbagliato e fermati li. Pensa ad un piano di soluzione per ciò che devi migliorare e riconosci ciò che ha funzionato .

 I PUNTI FORTI PRIMA DI TUTTO

Quando fai un’analisi critica tra i tuoi punti deboli e quelli forti fai in modo che siano i punti di forza a rimanerti impressi.
I punti deboli (o quelli forti dei tuoi avversari) sono i tuoi obiettivi, le tue aree di miglioramento, quindi i tuoi potenziali punti di forza futuri.

ATTRIBUISCITI I MERITI DELLA VITTORIA
Quando vinci non è un caso. La vittoria è frutto delle tue abilità e del tuo impegno.

 FAI ANDARE IL PILOTA AUTOMATICO
Fidati di te e della tua esperienza: elabora di meno i pensieri con il dialogo interno e lascia che le cose accadano.

 L’INSUCESSO E’ MOMENTANEO
Se si verifica un insuccesso è soltanto momentaneo e non permanente: domani posso riuscire in ciò che oggi non ha funzionato.

 IL SUCCESSO E’ PERMANENTE
Quando il successo arriva pensa a farlo divenire permanente: ciò significa che puoi riuscirci ancora. Il Successo genera Successo.

 CIO’ CHE VA MALE NON E’ PERVASIVO

Se qualcosa non va in un contesto lascialo in quel contesto: non spalmarlo in tutti gli altri contesti e ambienti.

 CIO’ CHE VA BENE E’ PERVASIVO

Pensa ai successi che hai nei vari ambiti della tua vita e ricordatene quando sei agonisticamente impegnato.

 NON PERSONALIZZARE L’ERRORE

Riconoscilo e correggilo, ma non pensare che sia colpa tua.

 PERSONALIZZA IL SUCCESSO

Riconosciti sempre i meriti del successo, anche di piccole cose.

 COSTANTEMENTE PRESENTE

Ogni sera addormentati con il tuo obiettivo in testa e progetta la vittoria; ogni giorno risvegliati con il tuo obiettivo in testa e agisci come se l’avessi già raggiunto.

Il miglioramento della qualità della vita, in ogni ambito, da cosa dipende? Quali sono gli elementi, valori o risorse su cui far leva?

Una domanda da poco questa! Mia personale convinzione e che dobbiamo puntare su quella che io chiamo la Cultura dell’Essere.

Essere è affermare la propria presenza con la consapevolezza di poter agire in qualche modo una propria personale volontà: un presupposto, uno scopo, un obiettivo per potersi mettere in gioco, negoziare, condividere per raggiungere poi un benessere personale e professionale o di una organizzazione.

E’ la Cultura che prevede un percorso di crescita ed evoluzione dell’individuo e del suo ambiente il cui motivo d’azione non è il raggiungimento dell’obiettivo in sé ma il tragitto che egli compie per realizzarlo e che nel suo divenire affronta attraverso un viaggio di ricerca che partendo dal Sapere, in un continuum temporale dallo stato presente allo stato desiderato, lo porta all’Essere.

La scoperta consapevole prevede delle tappe:

  • il potere dell’Apprendimento: dal Sapere al Fare, perché è il sapere che permette il fare;
  • la ricerca dell’Eccellenza: dal Fare al Saper Fare, perché il fare rende abili;
  • il significato dell’Esempio: dal Saper Fare al Saper Far Fare, perché l’abilità si può trasmettere;
  • il valore dell’Autostima: dal Saper Far Fare all’Essere, perché ciò che si passa ci fa riconoscere;
  • il desiderio dell’Autoconsenso: dall’Essere al Saper Essere, perché l’essere riconosciuto ci da benessere soggettivo e ci rende consapevoli di chi siamo veramente!

E una volta consapevole l’uomo si accorge di… non sapere ancora nulla.

E allora? Si riparte! Perché il Percorso di Formazione Culturale dell’Essere, per dirla con Enzo Spaltro, è permanentemente orientato nella ricerca del Ben-Essere soggettivo e diffuso e nella promessa e nella speranza futura anche di Bell-Essere, la bellezza di essere. Dall’etica all’estetica.

Implicitamente questo vuol anche dire che è più complesso e faticoso vivere nel benessere che nel malessere: bisogna continuamente mettersi in discussione e inventarsi creativamente come “stare” e questo è senza dubbio impegnativo.

Quali sono i Valori  e le risorse che i giovani esprimono maggiormente e quali vengono trascurati?

I Valori sono “scatole vuote” che ognuno di noi riempie con i propri significati  e che organizza in un proprio sistema gerarchico.

Questo è ciò che fanno per noi:

  • Danno una direzione e un orientamento al proprio comportamento
  • Impediscono l’affermazione del contrario
  • Sono la base della mappa del mondo (percezione soggettiva della realtà)
  • Sono molto vicini al senso di identità
  • Possono rappresentare un aspirazione
  • Sono la benzina della motivazione
  • Costituiscono dei filtri – quindi sono dei criteri per capire, giudicare, apprendere, esprimere
  • Guidano
  • Giustificano
  • Sono i pilastri sui quali basiamo la visione del mondo

I Valori della fase di Imprinting (0-6 anni) costituiscono la base e quindi i valori della famiglia di origine sono fondamentali e creano il terreno per il comportamento futuro: quindi dobbiamo sostenere socialmente la funzione di famiglie “sane e virtuose”.

Difficile quindi dire quali sono i Valori e risorse che i giovani esprimono maggiormente: dipende in quale famiglia e contesto sociale sono vissuti e vivono.

Dire che i Giovani d’oggi non hanno valori è profondamente ingiusto perché chi opera con loro sa che non è vero e che invece ci sono eccome, basta permettere loro di esprimerli e coltivarli.

E’ invece responsabilità dell’adulto riuscire a passare assertivamente i valori utili alla crescita e lo sviluppo (apprendimento, autostima, impegno, rispetto, ecologia, …) del giovane. Quindi, ove mancassero valori, è perché l’adulto e la società non sono riusciti a coinvolgerlo nella visione di un mondo responsabile del suo divenire.

Ecco questo è forse il bisogno che io sento più impellente: sostenere il giovane nel sentirsi responsabile della sua crescita, del suo successo, del suo benessere, dei suoi obiettivi, delle sue relazioni, del suo lavoro (studio), delle sue risorse, delle sue qualità, dei suoi stati d’animo, dei suoi pensieri….

Vorrei giovani (e adulti) sempre meno propensi a praticare quello “Sport Nazionale” che si chiama “Lamento” di fronte a problemi e ostacoli ma che sfruttassero questi come opportunità e trampolini di lancio perché responsabilmente orientati alla ricerca di soluzioni.

Quanto è importante nel processo di evoluzione di un popolo, scrivere, raccontare, documentare le esperienze vissute?

Fondamentale: da sempre l’uomo ha avuto il bisogno di trascrivere (nelle varie forme: pitture rupestri, graffiti, geroglifici, papiri, incunaboli, scritti, stampe,…) per lasciare traccia a chi “legge” della propria esperienza e storia e soprattutto appunto per trasmettere ideali e valori. Pensiamo cosa sarebbe il mondo se non avessimo avuto questa possibilità.

Nella lettura degli scritti e racconti ci è permesso di sfruttare una prerogativa del nostro cervello che è quella di immaginare e visualizzare vivificando ciò che si legge e per chi scrive poter comunicare il proprio pensiero all’altro perché lo possa confrontare con il proprio e condividerlo oppure no, trasformarlo o semplicemente poterne fare proprie riflessioni. 

Ha un sogno nel cassetto? Quale?

Si! Fare in modo che il Progetto a cui sto lavorando da trent’anni, un’Associazione che promuove lo Sviluppo Personale dell’Uomo, si diffonda e prosperi alla ricerca di quel Ben-Essere comune mai raggiunto ma sempre in divenire.

Questo è quello Grande.

Poi uno Piccolo: da qualche tempo mi frulla per la testa la possibilità di prendere una squadra di ragazzi dilettanti molto disponibili a mettersi veramente in gioco con se stessi, orientati ad essere vincenti e a lavorare duro, disposti a credere nella mission che ci daremo; scegliere una qualsiasi disciplina sportiva che a loro piaccia, diverta e motivi; formare nel contempo un piccolo staff affiatato, competente e preparato; lavorare tutti in maniera integrata sulle dimensioni fisica, tecnica e psicologica;  iscriversi ad un campionato  e vedere cosa succede applicando tutto quello che si può applicare per costruire un Team di Successo, un vero Dream Team.

Per il Primo ci sto lavorando e per il Secondo se trovassi chi fosse disponibile a provarci  tenterei di concretizzarlo!