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La giustizia capovolta: un nuovo modello di speranza nell’analisi di Padre Francesco Occhetta

La giustizia capovolta: dal dolore alla riconciliazione” è il titolo dell’ultimo libro del padre gesuita Francesco Occhetta scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente ecclesiastico dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana). Il testo pubblicato dalle Edizioni Paoline, attraverso un’analisi attenta dello stato di salute delle carceri in Italia, fotografa una triste rappresentazione di quella “cultura dello scarto” più volte denunciata da Papa Francesco e propone un nuovo modello di giustizia, alla luce del protocollo del Vangelo sul quale noi tutti saremo giudicati: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36).

Nella Bibbia la giustizia è relazione. Una relazione di cura che rende un uomo morale allorquando si prende cura del fratello: partono da qui le radici bibliche e antropologiche della giustizia riparativa che si traduce nel desiderio concreto di “non volere il male per il male, ma il male per il bene dell’altro.” E’ un percorso lento, lungo e doloroso che pone sempre al centro l’uomo sofferente, da una parte la vittima che subisce il male dall’altra il carnefice che lo compie. In questo cammino diventa spesso cruciale l’aiuto di un mediatore che supporta i detenuti nella riabilitazione, aiutandoli a ritrovare nelle periferie buie e oscure del loro cuore anche solo un piccolo spiraglio di luce per far entrare la grazia del perdono e della misericordia. Così talvolta accade che proprio “l’incontro e la ricostruzione della Verità cambiano la vita” come testimoniano le icastiche parole di Lina Ghizzoni vedova dell’agente Evangelista ucciso nel 1980 dai neofascisti dei Nar, il più violento gruppo terrorista nella storia del dopoguerra italiano: “Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso”.
Nella prefazione del libro Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione “Libera” impegnata nella lotta alle mafie e nella promozione di una cultura della legalità, definisce la giustizia riparativa come un “prodotto culturale prima di un sistema giuridico, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare le esigenze della giustizia ‘retributiva’ (incentrata sul rapporto tra il reato e la pena) e della giustizia ‘riabilitativa’ (più attenta al ‘recupero’ del detenuto).” Il modello di giustizia riparativa che ancora in Europa tarda ad essere recepito, è invece molto diffuso negli Usa, in Canada, in Australia e in India dove grazie all’impegno di Kiran Bedi, la direttrice del carcere di Tihar, il più grande dell’Asia, ha riabilitato il valore tanto del reo quanto della vittima in quanto persone ed esseri umani capaci di tornare ad amare, rispondendo al male con il bene. E forse il segreto è tutto qui: nella rivoluzione del bene e dell’amore di cui l’annuncio cristiano è promotore, continuando nonostante tutto “a credere nell’intima bontà dell’uomo” come tanti anni fa la giovane Anna Frank confidava all’intera umanità nel suo Diario.
Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto…eppure, quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”.. (Anna Frank – Diario)

Benedetta Grendene

Vedere, comprendere, narrare: i pericoli della rete

Dal 7 al 9 ottobre si è svolta ad Assisi, capitale della pace e del dialogo, l’alta scuola di formazione al giornalismoGiancarlo Zizola” proposta dall’UCSI (Unione cattolica stampa italiana) che quest’anno ha coinvolto un bel gruppo di giornalisti cattolici, provenienti da tutta Italia. Tante le tematiche affrontate durante i tre giorni di incontri, convegni e tavole rotonde all’insegna del confronto e della condivisione attorno al tema: “Vedere, comprendere, narrare”. Nella mattinata di domenica 9 ottobre è giunto alla Cittadella di Assisi, luogo scelto per il meeting, il vice questore aggiunto della Polizia Postale dott.ssa Elvira D’Amato che dal 1998 svolge un’attività capillare per tutelare i minori nel cyberspace. Dialogando con i presenti in merito ai pericoli della rete, riflesso speculare del mondo in cui viviamo, ha sottolineato come sia necessaria una regolamentazione che disciplini il mare magnum del web. La rete siamo noi e replica il mondo, non lo crea. Siamo noi utenti che costruiamo e popoliamo il web, realtà apparentemente astratta che non ha barriere nè confini, non ha luogo e non ha tempo. Il Servizio Centrale della Polizia Postale e delle Comunicazioni che ha sede a Roma, coordina 20 compartimenti regionali e 80 sezioni territoriali e da anni mette in campo attività sotto copertura per stanare comunità di pedofili, gruppi strutturati esattamente come la criminalità organizzata che si trasmettono tra loro le cautele per non essere presi dalle forze dell’ordine. Dei pericoli del web se ne parla, ma purtroppo se ne parla male, dal momento che si parla di dark web con una vena di sensazionalismo e in tal modo si allarma senza risolvere. Manca spesso un’informazione corretta: a cosa serve rappresentare la violenza senza poi consegnare risposte pratiche e soluzioni di intervento concrete, dimenticando che oltre ad una pars destruens c’è anche una pars costruens? Ci sono risposte da dare, ci sono misure da adottare, ci sono contro-modelli positivi da mettere in luce rispetto alle brutture di questa umanità. Con quale responsabilità abbiamo parlato di baby prostitute, senza renderci conto del peso che hanno le parole? Questo modo di comunicare sfida e interpella anche gli investigatori, di fronte alle varie aree di intervento in cui operano, dalla pedopornografia, al cyberterrorismo fino al controllo di giochi e scommesse online. Nel caso dei minori, il cyberbullismo prevede ad esempio condotte criminose perpetrate da minori, che ruotano per la maggior parte intorno al sesso, all’immagine erotica di rapporti sessuali tra minori riconducibili ad atteggiamenti di pedopornografia, questa volta prodotta da ragazzi. Sono i ragazzi stessi a prevaricare sui loro pari: sono loro la longa manus di questo crimine che un tempo li vedeva vittime ed ora carnefici. Dobbiamo spogliarci delle nostre ideologie e cercare di capire cosa c’è dietro ad una mentalità pedofila. Il vice questore aggiunto D’Amato ha voluto sottolineare come spesso, girando capillarmente nelle scuole con progetti ad hoc come “Vita da Social”, ci si rende conto che ancora molti insegnanti non sono a conoscenza del fatto che sono stati stanziati dal MIUR dei fondi per formare e diffondere sul territorio nuove figure. Tra queste gli animatori digitali, ossia dei docenti correttamente formati che, in sinergia con il dirigente scolastico, dovrebbero ricoprire ruoli strategici nella diffusione dell’innovazione a scuola, in un’ottica di igiene informatica anche nella scuola stessa. Occorre però che tutto il corpo insegnanti metabolizzi e renda attuativo il protocollo definito con il decreto sulla Buona Scuola. Le regole vanno rispettate e i ragazzi educati: se la norma prevede che il telefonino sia lasciato fuori dalla classe e non debba essere usato durante le ore di lezione, l’insegnante in qualità di pubblico ufficiale ha il diritto di sequestrare l’ultimo modello di smartphone che sempre più spesso i genitori mettono in mano ai loro figli, come regalo per la Prima Comunione. L’investigazione, il controllo e soprattutto la prevenzione, devono dunque attuarsi non in modo solipsistico, ma in sinergia con diversi attori: dagli operatori delle transazioni finanziarie, economiche e della ricerca scientifica, fino ad arrivare alla scuola, alla famiglia e ai media. “A voi giornalisti chiediamo di rappresentare bene cosa stiamo facendo, ma anche quali sono i modelli che cerchiamo di combattere e contrastare” ha concluso la dott.ssa D’Amato. La tutela dei minori non è dunque solo prerogativa della polizia, ma di tutta la comunità, in una logica di ecologia integrale che ci esorta ad abitare il mondo in cui viviamo con una cura profonda per la “casa comune” che ci è stata affidata, come ci ricorda Papa Francesco nella Laudato Si’. A noi giornalisti il compito di diffondere messaggi positivi, cercando sempre la Verità nel nostro mestiere, raccontando la bellezza attraverso la parola e l’immagine, senza delegare ad uno smarthphone il compito educativo. Siamo noi i comunicatori della Buona Notizia che in questo momento di disincanto mediatico a chiare lettere ci farà gridare che il bene trionferà. Sempre e comunque.

Benedetta Grendene

Vedere, comprendere, narrare: “farsi prossimi” nel giornalismo

Il Padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore e giornalista de “La Civiltà Cattolica”, in qualità di consulente ecclesiastico dell’UCSI, ha voluto condividere le sue riflessioni con i giornalisti cattolici riuniti ad Assisi dal 7 al 9 ottobre. “Vedere, comprendere, narrare”, tema scelto per questa edizione del meeting, sono tre parole chiave che ci guidano nel nostro mestiere, a partire da un cammino introspettivo da compiere dentro noi stessi. Responsabilità, onestà intellettuale, rispetto di una moralità e di una eticità: nella professione vince chi cerca la Verità, chi è vero, chi è autentico, chi comunica con fiducia e credibilità. Vedere è diverso da guardare, in quanto presuppone una presa di coscienza personale ed attiene ad una conoscenza interiore che è evidente ci sia donata. “Rabbunì, che io veda di nuovo”: il fondamento del vedere lo ritroviamo in quella pagina del Vangelo di Marco (Mc 10.46-52) in cui si restituisce la vista al cieco, un brano non di guarigione ma di sequela. La parola di Dio la si può pregare, ma anche vedere e immaginare, sentire viva, carnale, presente e attuale oggi. Se vedo, posso parlare con linguaggi nuovi, puntando ad un coinvolgimento emozionale, che si avvalga dell’uso di metafore semplici e incisive. Nella realtà complessa in cui viviamo, l’invito a rialzarci e a vivere la nostra vocazione ci interpella anche nel lavoro di giornalisti, chiamati a raccontare questa realtà piena di paura. Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ci viene in aiuto proponendoci l’esercizio dell’esame di coscienza, pensato non solo per un gesuita, ma per tutti noi. Ogni sera allora sbobiniamo il “film della giornata”, per renderci conto di ciò che abbiamo vissuto, certi che il domani può essere migliore dell’oggi. Ringraziamo sempre, ogni mattina, per il dono della vita e impegniamoci a monitorare la nostra vita che è continuamente in fieri: panta rei nel fiume dell’esistenza. Naviga solo chi conosce: la metafora aristotelica dell’arciere che deve impiegare la dovuta cura nello scagliare la freccia, è evocativa del mestiere del giornalista che deve far sì che la Buona Novella entri nel cuore delle persone. La realtà può essere però compresa solo in relazione a qualcuno che ci guida, perché nessuno basta a se stesso. Essendo oggi esasperato il valore dell’individualismo, non siamo più disposti a lasciarci guidare con umiltà. La comprensione è il fondamento dell’amore e consiste nell’anticipare il destino che il tuo amato ha per te, come accade nella pagina del Vangelo in cui Marco tratteggia la sepoltura del Signore a partire dalla figura di quella donna che porta il profumo per Gesù, vincendo la morte con quel profumo di vita. Una pagina paradigmatica anche nella nostra professione, perché siamo chiamati a seminare questi fiori che profumano di bene: c’è tanta morte attorno a noi, ma dobbiamo andare oltre la morte parlando di Vita, di Bellezza, di Bene. Conoscere la Parola di Dio ci aiuta anche nel nostro giornalismo, perché lo nutre e lo fa diventare un “giornalismo di prossimità” che cerca di costruire ponti e non di erigere muri. Vivere una responsabilità nella nostra professione significa leggere il contesto in cui viviamo, vivere un’esperienza, incarnarla e non scriverla solo sui tavoli delle nostre scrivanie, ma rifletterla a livello comunitario. E’ la riflessione che ci spinge a cambiare e a migliorare, perché se vivo da solo non posso comprendere niente e nessuno. Il comprendere rimanda anche all’arte del discernimento, a cui tanto ci chiama il pontificato di Papa Francesco, che ci invita a riacquistare questa arte che non fornisce mai soluzioni precostituite. O noi accettiamo questa sfida oppure i nostri tempi così complessi non li potremo mai comprendere e tantomeno narrare.

Benedetta Grendene

 

 

Migrazione, comunicazione e web. Media cattolici, quale direzione?

Durante la giornata conclusiva del terzo meeting nazionale dei giornalisti cattolici “Pellegrini nel cyberspazio. Raccontare la foresta che cresce” tenutosi a Grottammare (AP) dal 16 al 19 giugno particolarmente toccante è stata la testimonianza di chi vive la guerra siriana da vicino e ha voluto raccontare la verità della sua gente. Mons.Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico dell’Arcieparchia di Hassaké-Nisibi dei Siri ha narrato le sofferenze patite dal suo popolo travolto dalla guerra, dialogando in un confronto aperto con la giornalista Marta Petrosillo, responsabile stampa di ACS, “Aiuto alla Chiesa che soffre”. ACS è una fondazione pontificia che sostiene la pastorale della Chiesa in particolare là dove la sua missione evangelizzatrice è messa a repentaglio, dando così conforto ai cristiani perseguitati che soffrono. Quella di Mons.Hindo è una voce debole del Medio Oriente, al centro di tante sofferenze: una realtà tragica e terribile che oggi la Siria vive, ma che nasce da molto lontano. Mons.Hindo dal 1996 guida l’arcieparchia che ha sede nella città siriana di Hassakè, maggiore centro abitato della provincia nord-orientale di Jazira e negli ultimi anni ha vissuto il terrore della guerra negli occhi e nell’anima. Si commuove nel ricordare i tempi in cui la Siria era un paese prospero e sicuro: dal 2011 le cose sono cambiate e nelle mani dei nostri fratelli musulmani sono arrivate le armi. Da cinque anni il popolo siriano e i suoi territori sono sotto l’attacco dell’ISIS, vivono nell’angoscia, in un paese frammentato dove quasi il 50% della gente cristiana è fuggita. Quando una guerra distrugge la storia, la cultura e i sogni di un popolo le responsabilità sono molteplici e anche l’Occidente e i suoi governi che ragionano solo con interessi nazionali, hanno le mani sporche del sangue e della disperazione che stanno dilaniando il Medio Oriente. In questa condizione di emergenza Mons.Hindo oltre ad essere vescovo è anche sindaco e messaggero di pace che più volte si è trovato a dialogare con il presidente della Siria Bashar al-Assad, ma l’accoglienza più importante a cui si sente chiamato è quella verso la sua gente impietrita dalla paura e dalla povertà.

Di fronte alla drammaticità di una famiglia che in Siria a colazione, a pranzo, a cena si nutre di pane e di tè senza potersi permettere il lusso dello zucchero, il prelato ripete a se stesso: “Gesù può aspettare. Loro no. La preghiera più bella che posso fare è aiutare e ricevere la mia gente. Non ha senso sedere sul mio trono e pregare.” Pensare solo a Cristo, accogliere ed essere misericordiosi verso tutti, non solo verso i cristiani sono le uniche strade possibili per uscire dalla tragedia. Mons.Hindo ha ricordato un episodio particolarmente significativo, allorquando si è trovato a celebrare un funerale e sia i cristiani sia i musulmani presenti davanti alle tredici bare tutte in fila urlavano a gran voce: “Ma Dio, dove sei?”. “Tutta la speranza che c’è e che ancora ci sostiene è il Mistero della Resurrezione dalla Morte in Croce e – continua Mons.Hindo – quando ho detto alla mia gente che sarei venuto in Italia per partecipare ad un meeting di giornalisti cattolici mi hanno implorato di chiedervi di pregare per noi.” Omnia vincit Amor: questo popolo così martoriato ha bisogno adesso solo di amore, di aiuto a sopravvivere a questa crisi poi sarà necessario ricostruire tutto, da un punto di vista materiale ma soprattutto a livello spirituale e culturale. Per aiutare e salvare la sua gente che oggi è ossessionata dal pensiero dello zucchero e del cibo che non c’è Mons.Hindo ha organizzato un concorso di saggi, di poesie, di opere artistiche con il desiderio di elevare lo spirito e di risvegliare anche solo un debolissimo flatus vocis verso l’infinito che possa essere un inno alla vita in risposta alla cultura della morte.

Di fronte a questo “ecumenismo del sangue” e a ciò che accade nella martoriata Siria, noi giornalisti cattolici dove dobbiamo guardare? E’ evidente che dobbiamo mantenere sempre lo sguardo sulla realtà, ma come mai la maggioranza dei media racconta solo certi giochi di potere e non l’agonia di Aleppo? E’ l’interrogativo che Marco Tarquinio, direttore di Avvenire ha posto al Cardinale Edoardo Menichelli intervenuto al meeting per donare il suo contributo. Spesso l’informazione è così veloce che non andiamo più in profondità: dobbiamo dunque centrare tutto sulla persona, cambiare la prospettiva dal fatto in sé all’uomo, raccontando con attenzione, verità e umiltà le implicazioni di ciò che accade sull’umano. La chiave di lettura che ci può aiutare a cercare la Verità è proprio l’ascolto: il comandamento che Papa Francesco ci consegna con la sua enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune invitandoci ad un cambiamento negli stili di vita è quello di “ascoltare tanto il grido della terra quanto quello dei poveri”. E la questione del lavoro è urgente tanto quanto quella dell’ambiente. Ricordando il XXV Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi ad Ancona nel 2011, Menichelli ha rievocato un’inquadratura televisiva in cui veniva ripresa la cattedrale di San Ciriaco icona simbolica e faro spirituale per i naviganti del mare mentre si svolgeva la celebrazione eucaristica con il Papa che allora era Benedetto XVI. Uno zoom inaspettato molto colpì i telespettatori, allorquando la telecamera si focalizzò su una scritta nel cantiere navale di Ancona dove si poteva leggere questa frase: “Il lavoro è dignità”. Il lavoro è un dono, ma è anche una benedizione e una preghiera nella misura in cui come l’eucarestia diventa il frutto della terra, della vite e del nostro lavoro. Ma il lavoro deve declinarsi e accompagnarsi anche ad altri impegni, non viaggia mai da solo: lavoro e famiglia, lavoro e solidarietà, lavoro e giustizia sociale. E’ sempre l’uomo che deve dare dignità al lavoro: il lavoro più vero e profondo è prendersi cura del giardino e degli altri, che il Creatore ci ha affidato come compagni di viaggio. Dovremmo prenderci cura gli uni degli altri come a più riprese sottolinea Papa Francesco nella Laudato Si’, consapevoli che oggi viviamo in una società squilibrata, con un forte divario tra ricchi e poveri e un depauperamento totale di valori e di integrazione umana. E allora ecco che torna fondamentale l’ascolto della realtà e del cuore di chi incontriamo, che deve sempre precedere le idee che abbiamo in testa. Sappiamo bene che ascoltare non è facile, nell’ascolto “si consuma una sorta di martirio” come ci ha ricordato Papa Francesco nel messaggio per la cinquantesima giornata delle comunicazioni sociali, ma oggi più che mai è necessario che ognuno di noi torni umile e tolga i suoi sandali sulla “terra santa dell’incontro con l’altro”. “Siamo i vigilanti della storia, con una profezia da consegnare – ha concluso il Cardinale Menichelli – La Chiesa non deve avere pulite le mani, ma la coscienza di una missione.”

Benedetta Grendene

La Misericordia, bisogno dell’anima in Papa Francesco

Le giornate dell’anima”: questo il titolo della quarta edizione del festival di cultura e spiritualità organizzato dall’arcidiocesi Ancona-Osimo e ideato dal Card.Edoardo Menichelli per tornare a “coltivare l’umano nell’uomo”. Il ciclo di conferenze prevede quattro appuntamenti che vogliono essere un’esperienza non catechetica, ma viva e legata al recupero di un nuovo umanesimo in Gesu’ Cristo, di cui tanto si è parlato durante il quinto convegno ecclesiale nazionale che si è svolto a Firenze durante l’autunno scorso.
Il primo incontro si è tenuto nel pomeriggio di venerdì 5 maggio nella suggestiva Sala San Francesco ad Osimo, dove il Prof.Giancarlo Galeazzi, docente di Filosofia presso il Polo marchigiano della Pontificia Università Lateranense, ha relazionato sul tema “La Misericordia: bisogno dell’anima in Papa Francesco”. Che la Misericordia sia un bisogno dell’anima da un punto di vista religioso sembrerebbe quasi scontato: è un attributo di Dio, è il nome di Dio. Ma è anche un comandamento di Dio per l’uomo, dunque sia a parte dei sia a parte homini la Misericordia è un elemento fondante in tutte le religioni, in particolare in quelle monoteiste e nel cristianesimo. La Misericordia appartiene alla religione non solo da un punto di vista teologico, ma anche da un punto di vista pratico, in riferimento alle opere di Misericordia corporale e spirituale, di cui la Chiesa ne incentiva la pratica, demandando alle organizzazioni laicali l’assolvimento di questo compito.
Se guardiamo alla società attuale, ci rendiamo però conto che il deficit di umanità aumenta e nella società alberga una disumanizzazione etica totale. E allora quella Misericordia di cui la Chiesa si fa interprete, in che misura entra nella società? Se fotografiamo la realtà, ci rendiamo conto con tristezza che oggi la Misericordia, che è una categoria religiosa, sta completamente fuori dai vari ambiti della società ed è relegata solo alla Chiesa. La Misericordia è la grande assente nella società, che si regge in realtà su tanti diritti e su tanti doveri, nati proprio nella modernità. La società moderna si è ispirata a valori che dovrebbero essere sani e solidi e che possono essere riassunti nelle due grandi triadi affermatesi tra il Seicento e l’Ottocento: libertà, uguaglianza, fratellanza; tolleranza, rispetto, solidarietà. Se pensiamo al principio della fratellanza, questo è stato da sempre dimenticato, lasciando soli i principi di libertà e di uguaglianza, che sono stati assolutizzati e ideologizzati in balia dei totalitarismi. Analizzando la seconda triade, la tolleranza è diventata sopportazione o addirittura indifferenza, il rispetto si è ridotto a puro formalismo e il principio della solidarietà è stato travisato in paternalismo. Come mai allora queste due triadi sono crollate? Cosa è mancato? E’ mancata la Misericordia, è mancata l’anima. E’ dunque necessario che la Misericordia non sia solo una categoria sacra e religiosa, ma allo stesso tempo anche una categoria laica e profana. La Misericordia, alla luce delle riflessioni del Prof.Galeazzi, è l’anima che manca ai valori della modernità. Il bisogno di amare e di essere amati, che abbiamo perso nella società attuale, trova concretezza nella Misericordia, categoria che non è estranea agli ambiti umani, ferma restando la sua valenza religiosa. Il teologo gesuita spagnolo Jon Sobrino, nel suo testo “El principio de Misericordia”, parla di una “Chiesa samaritana” in cui la Misericordia non è un principio che si aggiunge ad altri principi per sostituirli o per affiancarli, ma è un orizzonte di senso nel quale i valori della modernità già proclamati e riconosciuti, possano ritrovare il loro significato più vero e profondo. E’ dalla Misericordia che bisogna ripartire per ritrovare compassione, vicinanza e prossimità nei confronti di ogni fratello che incontriamo. La Misericordia non sia solo un principio astratto, ma sia operosa, sia uno spirito all’opera che spinga ognuno di noi non ad essere spettatori più o meno attivi, ma uomini chiamati a condividere. In questo senso l’Enciclica di Papa FrancescoLaudato Si’” sulla cura della casa comune è un testo straordinario: diventa l’imperativo a rispondere e ad “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. La “Laudato Si’” con la sua ecologia integrale ci invita ad adottare un nuovo stile di vita che coinvolga ogni ambito della nostra esistenza. Come è possibile nel concreto sviluppare questa idea di una “Misericordia operosa”? Al cristianesimo, o meglio al Vangelo, spetta il compito di attualizzare questa categoria religiosa. Il Cristianesimo, come ha sottolineato il Cardinale Edoardo Menichelli, “è la patria di chi ha scelto di vivere il Vangelo. Ma il Vangelo è per tutti”. Un messaggio universale, dunque, sia per i credenti sia per i non credenti, perché la Misericordia è condivisione. La fratellanza, arricchita di una dimensione misericordiosa, diventa in tal modo viva, vera e incarnata. Alla domanda “Chi è il prossimo?” alla luce di queste riflessioni, la risposta sarà: “Chi si fa prossimo, chi si comporta da prossimo. Chi ha a cuore il misero”. Approssimarsi, farsi prossimo è un “farsi sentire dall’altro”, è una carezza. E la modalità con cui Dio manifesta il suo Amore e la sua Misericordia all’uomo è ben descritta in questa frase di Papa Francesco dove emerge tutta la tenerezza del Padre: “Dio non perdona con un decreto, ma con una carezza”. Portare lo spirito della Misericordia nella quotidianità è un compito che spetta ai laici, sulla base degli insegnamenti di Gesù Cristo, che è stato il più grande laico, in virtù del Mistero dell’Incarnazione ed è il volto della Misericordia del Padre. La laicità vera è dunque nel Vangelo: se nella storia la Misericordia non avesse più cittadinanza, la speranza finirebbe e ci lascerebbe chiusi nella presunzione di essere fratelli, senza avere l’umiltà di riconoscere che siamo figli e dipendiamo dal Padre. Tutti abbiamo bisogno di Misericordia che, nelle parole del Cardinale Menichelli, “è un dono che converte”.

Benedetta Grendene

Informazione e sofferenza: “Come può l’informazione porsi al servizio del mondo della sofferenza? Come comunicare la malattia tra cronaca, etica e privacy?”

Non è per la grandezza delle nostre azioni che noi piaceremo a Dio, ma per l’amore con cui le compiamo”

San Francesco di Sales

In occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e di quanti si impegnano nel diffondere il cristianesimo attraverso i media, domenica 24 gennaio l’Ucsi Marche (Unione Cattolica Stampa Italiana) ha proposto un convegno per riflettere su una tematica molto delicata e troppo spesso dimenticata. “Come può l’informazione porsi al servizio del mondo della sofferenza? Come comunicare la malattia tra cronaca, etica e privacy?”: questo il titolo della tavola rotonda moderata dal presidente Ucsi Marche Maurizio Socci, in una sede come l’Ospedale Torrette di Ancona, luogo in cui la comunicazione della verità al paziente rappresenta un aspetto che coinvolge tutti gli operatori, oltre al personale medico, sulla base di un rapporto di fiducia, reciproco rispetto, condivisione del dolore.

Dopo la Santa Messa presieduta da S.E.Card. Menichelli nella cappellina dell’ospedale, la mattinata è proseguita nell’Aula Magna Totti, per ascoltare i relatori presenti: Marino Cesaroni direttore di “Presenza”, Vincenzo Varagona giornalista RAI e Franco Grasso direttore di “èTV Marche” che ha raccontato in modo molto toccante la sua testimonianza personale e umana di giornalista che, pur trovandosi a convivere con la malattia, non ha perso l’entusiasmo e la passione per il suo lavoro. “Ringrazio Dio perché sono stato fortunato: ho vissuto 50 anni in salute prima di ammalarmi. Non siamo mai pronti a stare male e nessuno ci insegna a fare il malato, ma io se non altro mi aggrappo là, alla fede..”. Nonostante le difficoltà, la paura e le fragilità che la malattia suscita in noi, Franco Grasso ha confidato come emerga forte il bisogno di continuare a vivere una vita normale e anche grazie al lavoro non ha perso la solarità, la verve e la grande simpatia che lo contraddistingue e che il pubblico tanto ama.

La vita è gioia anche per il dott. Franco Di Giacinto che, immobilizzato dalla Sla da 12 anni, ha voluto salutare l’Ucsi Marche attraverso un video e la testimonianza diretta dei suoi straordinari angeli custodi, la moglie Pia e la figlia Marta, che con le loro parole di speranza hanno commosso i presenti.
Da medico di famiglia il dott. Franco Di Giacinto si è ritrovato ad essere lui stesso un paziente perenne e il passaggio dal rifiuto all’accettazione della sua condizione è stato lungo e insidioso, ma ringrazia la Madonna e la Santissima Trinità per il dono della vita e per le meraviglie e i tanti fiori profumati che germogliano attorno a lui. I fiori nascono dai rapporti e dalle relazioni umane che nessuna malattia, neanche la più temibile, potrà mai recidere o fermare. E noi giornalisti nella nostra professione siamo chiamati ad entrare in questo mondo fatto di lacrime, paure e smarrimento con tanta delicatezza, tanto rispetto, sensibilità e sacralità, come ha raccontato Massimo Graciotti, referente Unitalsi. L’attenzione dei volontari Unitalsi durante i pellegrinaggi verso i grandi santuari, in particolare a Lourdes, non è mai concentrata sulla malattia ma sulla persona, sull’essere umano che si ha davanti e che chiede prima di ogni altra cosa di essere amato così come è.
Il senso di responsabilità etica e deontologica che contraddistingue il lavoro del giornalista va arricchito anche con un senso di educazione e di missione che devono essere iscritti prima di tutto nel nostro io più profondo, perché come ci ricorda Papa Francesco “ La comunicazione deve costruire ponti, sanare le ferite e toccare i cuori delle persone”. “Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti. L’amore, per sua natura, è comunicazione, conduce ad aprirsi e a non isolarsi” continua il Santo Padre nel messaggio che in questo Anno Santo della Misericordia ha voluto donare al mondo, in occasione della 50ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Come giornalisti siamo investiti dunque di una grande responsabilità: non dobbiamo limitarci a raccontare i fatti, ma dobbiamo indurre i nostri fruitori ad una riflessione che rimetta al centro l’uomo e le relazioni umane. E a volte bisognerebbe andare oltre le logiche del mercato e dell’edicola, dando voce a tutte quelle storie di vita vera che spesso non “fanno notizia”, ma meritano di essere raccontate perché fanno girare il mondo nella direzione giusta, arricchiscono la nostra società e ci aiutano a crescere. Un po’ come le storie raccontate nei due volumi di “Uno sguardo dal cielo. I colori dell’emergenza”, diari scritti dall’infermiere Sandro Mangiacristiani, che dal 23 agosto 1987 vola nei cieli con l’elisoccorso contribuendo nel suo piccolo a salvare molte vite, senza mai perdere di vista il bene del prossimo e il bisogno di infinito e di felicità cui tutti tendiamo.

Benedetta Grendene

 

Conoscenza è benessere

Nel pomeriggio di sabato 6 giugno, presso la suggestiva sala conferenze delle grotte del Cantinone ad Osimo, l’associazione “Amici della cultura” ha proposto una conferenza molto interessante dal titolo “Conoscenza è benessere”. Si è parlato di una problematica estremamente attuale riguardante l’insorgere dei disturbi alimentari in particolar modo in età adolescenziale. A relazionare sull’argomento, la dott.ssa Silvia Filipponi, endocrinologa e medico psicoterapeuta specializzato nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione e le dott.sse Paola Bartolini e Lucia Piccinini, psicologhe e terapeute. Le dottoresse operano concretamente ad Ancona, nell’unico centro marchigiano dell’AIDAP, l’Associazione Italiana Disturbi Alimentari e del Peso nata a Verona nel 1999, a cura del dott. Riccardo Dalle Grave, responsabile scientifico. L’AIDAP si pone l’obiettivo di prevenire, diagnosticare e poi curare tutte quelle patologie oggi sempre più frequenti che inducono ad avere un rapporto distorto e deformato con cibo, peso e immagine di sé. La fascia d’età in cui si manifesta l’insorgenza di questo disagio si è notevolmente abbassata e si afferma in maniera sempre più precoce in fase adolescenziale, un periodo particolarmente delicato e vulnerabile caratterizzato da molti cambiamenti, soprattutto fisici, cui fanno da cornice tutti quei sentimenti di incertezza, contestazione e conflittualità sia nei confronti della famiglia di origine che nei confronti della società. L’adolescenza è il “regno dei contrari” per antonomasia: i genitori non sono più un rifugio per i figli che cercano le risposte ai loro dilemmi all’esterno, soprattutto nell’ambito del gruppo dei pari oppure erroneamente in quel mondo fatuo e costruito che i media quotidianamente propongono. L’adolescenza si divide in tre fasi critiche, in ognuna delle quali l’individuo costruisce piano piano un pezzetto della propria identità: 12-14 anni; 14-16 anni; 16-19 anni. L’adolescenza interessa ben sette anni della nostra vita, durante i quali non è sempre scontato essere immuni da queste problematiche che ruotano attorno al binomio cibo-corpo. La prima fase si caratterizza per il cambiamento corporeo e per il sottile equilibrio, spesso difficile da raggiungere, tra peso forma e autostima; nella seconda fase si definisce l’orientamento sessuale dell’individuo e nella terza avanza il problema dell’accettazione di sé e l’ansia sulle proprie performance sessuali.

In questo processo di crescita e di ricerca del proprio io, i giovani sono facilmente influenzabili dal momento che non hanno una personalità ancora ben definita: bassa autostima, bisogno di rassicurazioni continue da parte del gruppo e pressione dei modelli proposti dalla società dei consumi completano un quadro già difficile da gestire, soprattutto se non si hanno dei validi e solidi punti di riferimento alle spalle. Una volta essere belle significava incarnare l’ideale di purezza e di bontà suggerito da Biancaneve o da Cenerentola, intramontabili classici Disney che valorizzavano i sentimenti non certo la perfezione del corpo oppure era appagante scorrazzare nei prati felici e spensierate come Heidi, la florida bambina che sprizza di salute, lanciata dal cartone animato giapponese, cult negli anni 70. Ma oggi la favola moderna è tutta un’altra storia.
Oggi essere la più bella del reame significa essere come una Winx magra, sexy nelle pose e nei vestiti, truccatissima e provocante, perfetta se scatta un selfie in camerino! Sia per la donna sia per l’uomo la pressione sociale è molto forte e la preoccupazione per l’immagine corporea è sempre più evidente, a tratti ossessiva. Non dobbiamo dimenticare che i canoni di bellezza proposti dai media sono irrealistici e per lo più ritoccati, perché nessun corpo è perfetto, neanche in quella gran sarabanda tecnologica in 3 D dei cartoni animati. I media ci bombardano con immagini che inconsapevolmente ci condizionano creando il mito della magrezza e denigrando chi non corrisponde a questi finti modelli di perfezione.
Accade così che, soprattutto l’adolescente ingenuo e altamente influenzabile, si veda non bello anche se brutto non è e percepisca un’immagine corporea di sé distorta e non rispondente al reale aspetto fisico oggettivo.
In questo contesto i genitori hanno una grande responsabilità e sono chiamati a stare vicino ai figli non con paura, ma con qualche certezza: la famiglia può nutrire e colmare quella fame d’amore che spesso è alla radice di molti malesseri. In primis bisogna educare ad una sana, corretta ed equilibrata alimentazione che comprende tre pasti principali e due spuntini, secondo la piramide alimentare mediterranea. Si dovrebbe mangiare ogni tre/quattro ore, senza mai saltare la colazione che regola tutte le quantità energetiche necessarie durante la giornata. Il vecchio detto “Mens sana in corpore sano” è valido ancora oggi: ad un’alimentazione varia e bilanciata va sempre abbinata una regolare attività sportiva, per mantenere uno stile di vita attiva dove lo sport non sia visto come competizione o come ossessione, ma semplicemente come un’occasione per divertirsi e mantenersi in forma. In fondo ciò che conta non è apparire più o meno belli ma esserlo interiormente: la favola più bella siamo noi, perchè come ci ricorda Saint-Exupéry ne “ll Piccolo Principe” l’essenziale è invisibile agli occhi.

Benedetta Grendene

“Tipicità”: let’s start the experience!

Venerdì 28 febbraio, nella splendida cornice della Sala dei Ritratti al primo piano del Palazzo dei Priori a Fermo, non potevo mancare alla conferenza stampa di presentazione della 23° edizione di “Tipicità”, la kermesse che si svolgerà dal 7 al 9 marzo al Fermo Forum. Un vero e proprio festival che si articola quest’anno in una novantina di eventi, tra food and wine, show cooking, workshop, convegni, laboratori, cultura, arte e tradizione, nato dal desiderio di valorizzare le potenzialità del nostro territorio, in chiave turistica. “Tipicità” spazia oltre i confini regionali e non è solo una vetrina delle Marche, ma si contraddistingue per il suo essere un “brand ombrello”, che crede nella logica della rete e ogni anno ospita realtà diverse, sia italiane che straniere. All’edizione 2015 parteciperanno infatti le “Piccole Italie” (Piemonte, Friuli Venezia Giulia Veneto, Calabria e Sicilia) e il diamante della Malesia.
A fare gli onori di casa durante la conferenza stampa, è salito sul palco insieme al patron della manifestazione dott. Angelo Serri, anche un testimonial d’eccezione: Marco Ardemagni, autore e inviato della popolarissima trasmissione “Caterpillar” in onda sulle frequenze di Rai Radio 2.

Con “Tipicità” i confini del gusto che si focalizzano sulla qualità del “made in Marche” e sulle biodiversità attraverso lo storytelling del territorio, si aprono al mondo, coinvolgendo in questa edizione 2015 l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che tra gli eventi selezionati in ogni regione italiana in preparazione all’EXPO, ha scelto anche la kermesse marchigiana.
EXPO 2015 infatti non è solo un evento milanese: nel nostro territorio si traduce ufficialmente nella versione di “Tipicità-Destinazione EXPO”. Il leit motiv della manifestazione milanese, riassunto nello slogan “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita”, ruota attorno al tema del cibo e coinvolge la nostra Regione come main partner, dal momento che anche le Marche sono chiamate in prima persona a curare la qualità dei prodotti che arrivano in tavola. “Solo con la qualità è possibile affrontare la globalizzazione”, come sottolinea l’Assessore Regionale all’Agricoltura Maura Malaspina. La storia di “Tipicità” negli anni ha sempre seguito la mission dell’educazione alla salute e al mangiar bene, definendosi fin da subito come un evento multi target aperto non solo agli operatori del settore, ma anche ai consumatori finali, sensibilizzandoli allo sviluppo sostenibile.

Il legame tra l’agricoltura e l’industria, tra la terra e l’impresa è sicuramente molto forte nel nostro territorio. Basti pensare che proprio nelle colline fermane nasce una varietà speciale di grano, detto “jervicella” dalla quale si ricava un tipo di paglia autoctona utilizzata fin dagli anni Cinquanta come materia prima non solo di generi alimentari come pasta, pane, dolci, ma anche per la produzione di scarpe e di cappelli. La “jervicella” ben simboleggia il nutrimento da un lato per la popolazione, dall’altro per le imprese coinvolgendo varie realtà autoctone fermane: il Distretto della Calzatura, il Distretto del Cappello, il Distretto dell’Agroindustria.
Non a caso il logotipo di quest’anno, presenta in una nuova veste grafica la manifestazione di “Tipicità”, simboleggiata da una spiga di grano, sorretta dalle dita di una mano, come un calice di vino che inneggia alla Vita e al benessere del Pianeta.

Dunque la 23° edizione di “Tipicità” si preannuncia un contenitore davvero ricco di eventi e novità che saranno all’altezza delle aspettative dei visitatori, chiamati a vivere un’esperienza unica da protagonisti, su tutti i livelli, anche da un punto di vista tecnologico. Tra pochi giorni infatti si potrà scaricare l’app gratuita di “Tipicità” e, attivando il bluetooth, in tempo reale si potrà essere aggiornati su tutti gli eventi in programma al Fermo Forum, dal 7 al 9 marzo.

Benedetta Grendene

ISIS: quale pericolo per l’Occidente?

Si è conclusa giovedì 11 dicembre la terza edizione del “Festival sul giornalismo d’inchiesta”, kermesse culturale di rilievo, ideata e diretta artisticamente dal giornalista Gianni Rossetti.
L’ultimo appuntamento si è tenuto ad Osimo, presso il Chiostro del Santuario di San Giuseppe da Copertino e ha visto protagonisti della serata due illustri relatori, il Senatore Mario Mauro, ex Ministro della Difesa e Parlamentare Europeo e Gianandrea Gaiani, direttore della testata giornalistica “Analisi Difesa”, che da sempre ha seguito sul campo tutte le missioni militari italiane.

I due relatori, coordinati da Paolo Festuccia, giornalista de “La Stampa”, si sono confrontati su un tema molto delicato e complesso, di estrema attualità: la situazione nel mondo musulmano e la costituzione dell’ISIS, come pericolo per l’Occidente.

Dal 2001 il panorama mondiale è profondamente mutato, minacciato dal pericoloso fantasma del terrorismo, che si è ufficialmente conclamato con l’attentato dell’11 settembre, ma la cui anima già covava da tempo, con le cosiddette “primavere arabe”, ossia quelle proteste, ribellioni e rivoluzioni ancora oggi in corso in alcuni paesi del Medio Oriente: Siria, Iraq, Libia, Egitto, Tunisia. Al di là della data storica dell’11 settembre, forse pochi ricordano il drammatico episodio avvenuto a Poso, in Indonesia, allorquando tre studentesse cristiane furono decapitate mentre, vestite con le loro divise scolastiche, percorrevano i 9 km che separano le loro case dal liceo privato cristiano che frequentavano. Sono state attaccate da due ragazzi ventottenni, fautori di atti terroristici contro i cristiani: prima le hanno decapitate con un machete e poi hanno abbandonato una delle teste davanti ad una chiesa. Era il 29 ottobre 2005, cinque anni dopo gli attentati in America.

Le proteste e le guerre civili intestine legate al protagonismo da parte del popolo turco che vuole rinnovare la sua egemonia nello scacchiere medio-orientale, sono velate da uno spettro che rappresenta una minaccia anche per l’Europa: l’organizzazione terroristica dell’ISIS, attiva in Siria e in Iraq sotto l’egemonia estremista e indiscussa di un’autorità islamica, il Califfato, definito dall’attuale leader Abu Bakr al-Baghdadi come “un sogno che vive nelle profondità di ogni credente musulmano”. L’ISIS presenta delle differenze sostanziali con la rete di Al Qaeda di Osama Bin Laden, pur essendone la sua diretta evoluzione. La modalità operativa innanzitutto è diversa: Al Qaeda continua ad essere un movimento che vive “alla macchia”, nascondendosi prima e colpendo poi in maniera asimmetrica.

Lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS), pur seguendo la linea oltranzista di Al Qaeda e l’ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo, segue un’interpretazione molto più radicale e anti-occidentale dell’Islam, promuovendo la violenza religiosa contro tutti coloro che non concordano con la sua interpretazione del Corano. L’ISIS infatti obbliga tutte le persone che si trovano nelle aree sotto il suo Califfato, a professare e attestare la propria fede islamica, applicando le persecuzioni e torture più atroci in particolar modo contro i musulmani sciiti e i cristiani.

Chi ha un credo vero di libertà, è sempre scomodo per il potere.

 L’ISIS governa un territorio ben preciso, con cellule operative attive, all’interno di un Califfato autonomo e indipendente con una struttura di comando unica, dotata di un esercito a tutti gli effetti, forte di combattenti esperti e ampie riserve di armi e munizioni, pur se minacciato da un forte logorio bellico. Oltre a mettere in atto modalità terroristiche di un’efferatezza e violenza psicologica maggiore rispetto ad Al Qaeda e ai seguaci di Saddam Hussein, lo Stato Islamico utilizza metodi di comunicazione moderni, veicolando però contenuti antichi ed anche elementari. Fa un uso efficace della propaganda attraverso cd, dvd, poster, pamphlet e predisponendo fortissime strategie mediatiche sul web, in particolare nei social network come Twitter, per distribuire i suoi messaggi con mirate campagne hashtag.

L’aspetto più squallido che fa rabbrividire è che l’ISIS recluta addirittura i giovani attraverso i social network, soprattutto Ask.fm, la piattaforma di messaggi anonimi creata in Lettonia nel 2010 e molto utilizzata dai teenager americani, al centro delle polemiche per gli episodi di cyber bullismo verificatisi anche qui in Italia. Quando tre adolescenti statunitensi hanno lasciato le loro case di Denver, in Colorado, per andare a combattere in Siria a fianco dei jihadisti è emerso dalle investigazioni dell’Fbi che il canale social su cui erano stati aperti i contatti era proprio Ask.fm.

I giovani, sempre loro le vittime: si fa leva sulla loro innocenza per reclutarli nelle periferie delle grandi città, “istruirli” e spedirli in zone caratterizzate da conflitti interetnici e religiosi, abbracciando così la “bandiera nera” dello Stato Islamico, del fondamentalismo e della jihad, la “guerra santa” islamica. E pensare che sarebbero più di 3000 i cittadini europei che si sono uniti agli jihadisti dell’ISIS: li chiamano “foreign fighters”, ossia “combattenti stranieri”!

Dietro alla politica dello Stato Islamico si nasconde di fatto una forte ideologia legata al fondamentalismo islamico: prendere il nome di Dio a pretesto per un concetto di potere. E l’ideologia, come ricorda il Senatore Mauro altro non è che una sintesi della realtà, che non tiene conto di tutti i fattori in gioco.

L’ISIS va combattuto con metodi tradizionali: basterebbero poche settimane per sconfiggerlo, come sottolinea Gianandrea Gaiani, ma manca un esercito o nessuno vuole metterlo in piedi.

Citando Manzoni, c’è una “storia dei potenti”, quella dei fondamentalisti islamici, ma c’è anche una “storia degli umili”, quella dei cristiani perseguitati, che nonostante tutto continuano a difendere la loro fede per difendere la propria libertà, difendendo la libertà di tutti. In fondo come afferma Papa Francesco, “la vita bisogna metterla in gioco per i grandi ideali”.

Benedetta Grendene

Un concerto di emozioni… a Montesanto

La pittoresca Chiesa di San Francesco, solenne luogo di culto che si erge nel pieno centro storico di Potenza Picena, è stata la suggestiva cornice di uno straordinario “concerto di emozioni”, un evento particolarmente coinvolgente che ha riunito tre artisti speciali: la scrittrice e “donna di cultura” Maria Lampa, il musicista Marco Santini e il suo “liutaio magico” Pierfrancesco Pesaola.

Il pomeriggio di emozioni ha intrattenuto il numeroso pubblico presente martedì 11 novembre, giorno di San Martino, a conclusione di un percorso più ampio di riscoperta e recupero delle tradizioni del passato, con la mostra “Le Cantine di Montesanto” tenutasi presso la Sala Boccabianca e già ospitata a Loreto nel mese di ottobre.

L’iniziativa è stata fortemente voluta dal nuovo giovane sindaco di Potenza Picena dott.Francesco Acquaroli, che si è avvalso nell’organizzazione anche della preziosa collaborazione di Mauro Mazziero e dell’ascolano Giovanni Brandozzi, che ha concesso in mostra nella Sala Boccabianca, preziosi oggetti della sua collezione privata.
In esposizione ceramiche, calici e fiaschi di vino, orci, bicchieri, tazze e boccali di terracotta, banchi da osteria per la mescita del vino, accompagnati dalle raffinate degustazioni dei vini di Montesanto.
Tra le chicche da ammirare anche le brocche finemente decorate dal ceramista di origini recanatesi Vanni Gurini, che impreziosisce con la sua arte pittorica dei semplici oggetti in terracotta, rendendoli unici.
Durante il pomeriggio di emozioni, la scrittrice Maria Lampa ha presentato una sua personale riflessione sul bellissimo parallelismo tra il vino e l’esistenza umana, raccontando con una metafora la favola della vita di ognuno di noi e delle sue età.
La vite nasce e poi germoglia quando siamo adolescenti e produce il vino nuovo. L’adolescenza è il passaggio breve e intenso che prelude alla giovinezza con i sogni e i primi amori: è come il vino effervescente e frizzante che fermenta, fino ad arrivare alla maturità, ossia il momento del vino fermo. Accanto al vino fermo c’è anche lo spumante dalle mille bollicine, bevanda della maturità e della saggezza. La terza età invece è l’età del vino passito, il vin santo da bere a piccole dosi come delle vere perle di saggezza da assaporare nella vecchiaia. E il ciclo della vita raggiunge l’apice nella quarta età, il tempo del vin cotto detto sapa, concentrato di un’intera esistenza e di una vita vissuta.
Le parole di Maria Lampa sono state allietate dalle note musicali del violino magistralmente suonato dall’artista Marco Santini, che ha eseguito a più riprese diversi brani tratti dal suo vasto e ricco repertorio.
I presenti hanno apprezzato le sue melodie, e in molti hanno chiuso gli occhi quasi in segno di assorta preghiera, allorquando l’artista ha eseguito una delle sue opere più toccanti: “Il Cristo delle Marche”, che Santini ha composto sentendosi ispirato in devota ammirazione di fronte al “Cristo delle Marche”. Si tratta di una scultura in pietra nera d’Africa realizzata dall’artista Nazzareno Rocchetti e collocata in un belvedere ad Avenale di Cingoli (Mc), che simbolicamente abbraccia tutta la regione Marche. Forse in pochi sanno che questa musica così intensa è stata anche la colonna sonora del Secondo Convegno Ecclesiale Marchigiano nel 2013. Inoltre il Maestro Santini ha avuto l’onore di far ascoltare questa sua melodia anche a Papa Francesco grazie ad un suo amico che ha recapitato a Roma un cd contenente “Il Cristo delle Marche” in musica e Papa Francesco ha risposto all’artista con una commovente lettera.
La storia di Marco Santini non è finita qui… “Arthur”, il violino con cui il Maestro ha il piacere di suonare ai suoi concerti in giro per il mondo, è stato costruito in un tempo record di soli quindici giorni, da un “liutaio magico”, la cui testimonianza ed esperienza ha profondamente colpito i presenti.
Parliamo di Pierfrancesco Pesaola, che da un pezzo di acero e due tavole a spicchio di ebano e di abete rosso, è capace di costruire grazie alle sue mani e alla sua forte passione, magnifici violini, minuziosamente verniciati e lucidati con una vernice particolare che lui stesso prepara, raccogliendo la resina dagli alberi e aggiungendovi dei propoli, come nell’antichità.
Il legno con cui si costruisce un violino è sempre vivo e assorbe qualsiasi tipo di emozione: rabbia, gioia, dolore. Per questo Pierfrancesco dentro ogni strumento che costruisce, incide internamente dei messaggi segreti, che forse un giorno qualcuno leggerà.
La storia di Pierfrancesco ha quasi dell’incredibile, visto che lui costruisce violini da autodidatta, solo perché sente che è la sua vocazione e la sua missione, come ha avvertito in sogno anni fa. Da quel momento ha seguito le sue inclinazioni.

Ogni tanto nella vita occorre fermarsi un attimo ad ascoltarsi, perché possono nascere cose molto belle: la verità e le emozioni sono dentro di noi. Ciò che colpisce di Pierfrancesco è la sua totale umiltà: “Io non mi definisco un liutaio, perché un liutaio è una persona che ha studiato ed è un vero professionista. Io sono solo una persona fortunata che ha fatto un’esperienza bellissima”.

Anche partecipare ad eventi culturali così intensi e ricchi di emozione, ci aiuta a fermarci un attimo, interrompendo la routine quotidiana che tende a fagocitarci, per capire che in fondo ancora qualcuno vive senza perdere di vista ciò che conta nella vita.
Che sia un violino, che sia una musica, che sia un pezzo di legno da trasformare in magnifico strumento: l’importante è seguire le passioni che il nostro cuore ci detta.

Benedetta Grendene