Vedere, comprendere, narrare: “farsi prossimi” nel giornalismo

Il Padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore e giornalista de “La Civiltà Cattolica”, in qualità di consulente ecclesiastico dell’UCSI, ha voluto condividere le sue riflessioni con i giornalisti cattolici riuniti ad Assisi dal 7 al 9 ottobre. “Vedere, comprendere, narrare”, tema scelto per questa edizione del meeting, sono tre parole chiave che ci guidano nel nostro mestiere, a partire da un cammino introspettivo da compiere dentro noi stessi. Responsabilità, onestà intellettuale, rispetto di una moralità e di una eticità: nella professione vince chi cerca la Verità, chi è vero, chi è autentico, chi comunica con fiducia e credibilità. Vedere è diverso da guardare, in quanto presuppone una presa di coscienza personale ed attiene ad una conoscenza interiore che è evidente ci sia donata. “Rabbunì, che io veda di nuovo”: il fondamento del vedere lo ritroviamo in quella pagina del Vangelo di Marco (Mc 10.46-52) in cui si restituisce la vista al cieco, un brano non di guarigione ma di sequela. La parola di Dio la si può pregare, ma anche vedere e immaginare, sentire viva, carnale, presente e attuale oggi. Se vedo, posso parlare con linguaggi nuovi, puntando ad un coinvolgimento emozionale, che si avvalga dell’uso di metafore semplici e incisive. Nella realtà complessa in cui viviamo, l’invito a rialzarci e a vivere la nostra vocazione ci interpella anche nel lavoro di giornalisti, chiamati a raccontare questa realtà piena di paura. Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ci viene in aiuto proponendoci l’esercizio dell’esame di coscienza, pensato non solo per un gesuita, ma per tutti noi. Ogni sera allora sbobiniamo il “film della giornata”, per renderci conto di ciò che abbiamo vissuto, certi che il domani può essere migliore dell’oggi. Ringraziamo sempre, ogni mattina, per il dono della vita e impegniamoci a monitorare la nostra vita che è continuamente in fieri: panta rei nel fiume dell’esistenza. Naviga solo chi conosce: la metafora aristotelica dell’arciere che deve impiegare la dovuta cura nello scagliare la freccia, è evocativa del mestiere del giornalista che deve far sì che la Buona Novella entri nel cuore delle persone. La realtà può essere però compresa solo in relazione a qualcuno che ci guida, perché nessuno basta a se stesso. Essendo oggi esasperato il valore dell’individualismo, non siamo più disposti a lasciarci guidare con umiltà. La comprensione è il fondamento dell’amore e consiste nell’anticipare il destino che il tuo amato ha per te, come accade nella pagina del Vangelo in cui Marco tratteggia la sepoltura del Signore a partire dalla figura di quella donna che porta il profumo per Gesù, vincendo la morte con quel profumo di vita. Una pagina paradigmatica anche nella nostra professione, perché siamo chiamati a seminare questi fiori che profumano di bene: c’è tanta morte attorno a noi, ma dobbiamo andare oltre la morte parlando di Vita, di Bellezza, di Bene. Conoscere la Parola di Dio ci aiuta anche nel nostro giornalismo, perché lo nutre e lo fa diventare un “giornalismo di prossimità” che cerca di costruire ponti e non di erigere muri. Vivere una responsabilità nella nostra professione significa leggere il contesto in cui viviamo, vivere un’esperienza, incarnarla e non scriverla solo sui tavoli delle nostre scrivanie, ma rifletterla a livello comunitario. E’ la riflessione che ci spinge a cambiare e a migliorare, perché se vivo da solo non posso comprendere niente e nessuno. Il comprendere rimanda anche all’arte del discernimento, a cui tanto ci chiama il pontificato di Papa Francesco, che ci invita a riacquistare questa arte che non fornisce mai soluzioni precostituite. O noi accettiamo questa sfida oppure i nostri tempi così complessi non li potremo mai comprendere e tantomeno narrare.

Benedetta Grendene

 

 

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