Archivio di maggio 2017

La giustizia capovolta: un nuovo modello di speranza nell’analisi di Padre Francesco Occhetta

La giustizia capovolta: dal dolore alla riconciliazione” è il titolo dell’ultimo libro del padre gesuita Francesco Occhetta scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente ecclesiastico dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana). Il testo pubblicato dalle Edizioni Paoline, attraverso un’analisi attenta dello stato di salute delle carceri in Italia, fotografa una triste rappresentazione di quella “cultura dello scarto” più volte denunciata da Papa Francesco e propone un nuovo modello di giustizia, alla luce del protocollo del Vangelo sul quale noi tutti saremo giudicati: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36).

Nella Bibbia la giustizia è relazione. Una relazione di cura che rende un uomo morale allorquando si prende cura del fratello: partono da qui le radici bibliche e antropologiche della giustizia riparativa che si traduce nel desiderio concreto di “non volere il male per il male, ma il male per il bene dell’altro.” E’ un percorso lento, lungo e doloroso che pone sempre al centro l’uomo sofferente, da una parte la vittima che subisce il male dall’altra il carnefice che lo compie. In questo cammino diventa spesso cruciale l’aiuto di un mediatore che supporta i detenuti nella riabilitazione, aiutandoli a ritrovare nelle periferie buie e oscure del loro cuore anche solo un piccolo spiraglio di luce per far entrare la grazia del perdono e della misericordia. Così talvolta accade che proprio “l’incontro e la ricostruzione della Verità cambiano la vita” come testimoniano le icastiche parole di Lina Ghizzoni vedova dell’agente Evangelista ucciso nel 1980 dai neofascisti dei Nar, il più violento gruppo terrorista nella storia del dopoguerra italiano: “Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso”.
Nella prefazione del libro Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione “Libera” impegnata nella lotta alle mafie e nella promozione di una cultura della legalità, definisce la giustizia riparativa come un “prodotto culturale prima di un sistema giuridico, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare le esigenze della giustizia ‘retributiva’ (incentrata sul rapporto tra il reato e la pena) e della giustizia ‘riabilitativa’ (più attenta al ‘recupero’ del detenuto).” Il modello di giustizia riparativa che ancora in Europa tarda ad essere recepito, è invece molto diffuso negli Usa, in Canada, in Australia e in India dove grazie all’impegno di Kiran Bedi, la direttrice del carcere di Tihar, il più grande dell’Asia, ha riabilitato il valore tanto del reo quanto della vittima in quanto persone ed esseri umani capaci di tornare ad amare, rispondendo al male con il bene. E forse il segreto è tutto qui: nella rivoluzione del bene e dell’amore di cui l’annuncio cristiano è promotore, continuando nonostante tutto “a credere nell’intima bontà dell’uomo” come tanti anni fa la giovane Anna Frank confidava all’intera umanità nel suo Diario.
Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto…eppure, quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”.. (Anna Frank – Diario)

Benedetta Grendene