Archivio di ottobre 2016

Vedere, comprendere, narrare: i pericoli della rete

Dal 7 al 9 ottobre si è svolta ad Assisi, capitale della pace e del dialogo, l’alta scuola di formazione al giornalismoGiancarlo Zizola” proposta dall’UCSI (Unione cattolica stampa italiana) che quest’anno ha coinvolto un bel gruppo di giornalisti cattolici, provenienti da tutta Italia. Tante le tematiche affrontate durante i tre giorni di incontri, convegni e tavole rotonde all’insegna del confronto e della condivisione attorno al tema: “Vedere, comprendere, narrare”. Nella mattinata di domenica 9 ottobre è giunto alla Cittadella di Assisi, luogo scelto per il meeting, il vice questore aggiunto della Polizia Postale dott.ssa Elvira D’Amato che dal 1998 svolge un’attività capillare per tutelare i minori nel cyberspace. Dialogando con i presenti in merito ai pericoli della rete, riflesso speculare del mondo in cui viviamo, ha sottolineato come sia necessaria una regolamentazione che disciplini il mare magnum del web. La rete siamo noi e replica il mondo, non lo crea. Siamo noi utenti che costruiamo e popoliamo il web, realtà apparentemente astratta che non ha barriere nè confini, non ha luogo e non ha tempo. Il Servizio Centrale della Polizia Postale e delle Comunicazioni che ha sede a Roma, coordina 20 compartimenti regionali e 80 sezioni territoriali e da anni mette in campo attività sotto copertura per stanare comunità di pedofili, gruppi strutturati esattamente come la criminalità organizzata che si trasmettono tra loro le cautele per non essere presi dalle forze dell’ordine. Dei pericoli del web se ne parla, ma purtroppo se ne parla male, dal momento che si parla di dark web con una vena di sensazionalismo e in tal modo si allarma senza risolvere. Manca spesso un’informazione corretta: a cosa serve rappresentare la violenza senza poi consegnare risposte pratiche e soluzioni di intervento concrete, dimenticando che oltre ad una pars destruens c’è anche una pars costruens? Ci sono risposte da dare, ci sono misure da adottare, ci sono contro-modelli positivi da mettere in luce rispetto alle brutture di questa umanità. Con quale responsabilità abbiamo parlato di baby prostitute, senza renderci conto del peso che hanno le parole? Questo modo di comunicare sfida e interpella anche gli investigatori, di fronte alle varie aree di intervento in cui operano, dalla pedopornografia, al cyberterrorismo fino al controllo di giochi e scommesse online. Nel caso dei minori, il cyberbullismo prevede ad esempio condotte criminose perpetrate da minori, che ruotano per la maggior parte intorno al sesso, all’immagine erotica di rapporti sessuali tra minori riconducibili ad atteggiamenti di pedopornografia, questa volta prodotta da ragazzi. Sono i ragazzi stessi a prevaricare sui loro pari: sono loro la longa manus di questo crimine che un tempo li vedeva vittime ed ora carnefici. Dobbiamo spogliarci delle nostre ideologie e cercare di capire cosa c’è dietro ad una mentalità pedofila. Il vice questore aggiunto D’Amato ha voluto sottolineare come spesso, girando capillarmente nelle scuole con progetti ad hoc come “Vita da Social”, ci si rende conto che ancora molti insegnanti non sono a conoscenza del fatto che sono stati stanziati dal MIUR dei fondi per formare e diffondere sul territorio nuove figure. Tra queste gli animatori digitali, ossia dei docenti correttamente formati che, in sinergia con il dirigente scolastico, dovrebbero ricoprire ruoli strategici nella diffusione dell’innovazione a scuola, in un’ottica di igiene informatica anche nella scuola stessa. Occorre però che tutto il corpo insegnanti metabolizzi e renda attuativo il protocollo definito con il decreto sulla Buona Scuola. Le regole vanno rispettate e i ragazzi educati: se la norma prevede che il telefonino sia lasciato fuori dalla classe e non debba essere usato durante le ore di lezione, l’insegnante in qualità di pubblico ufficiale ha il diritto di sequestrare l’ultimo modello di smartphone che sempre più spesso i genitori mettono in mano ai loro figli, come regalo per la Prima Comunione. L’investigazione, il controllo e soprattutto la prevenzione, devono dunque attuarsi non in modo solipsistico, ma in sinergia con diversi attori: dagli operatori delle transazioni finanziarie, economiche e della ricerca scientifica, fino ad arrivare alla scuola, alla famiglia e ai media. “A voi giornalisti chiediamo di rappresentare bene cosa stiamo facendo, ma anche quali sono i modelli che cerchiamo di combattere e contrastare” ha concluso la dott.ssa D’Amato. La tutela dei minori non è dunque solo prerogativa della polizia, ma di tutta la comunità, in una logica di ecologia integrale che ci esorta ad abitare il mondo in cui viviamo con una cura profonda per la “casa comune” che ci è stata affidata, come ci ricorda Papa Francesco nella Laudato Si’. A noi giornalisti il compito di diffondere messaggi positivi, cercando sempre la Verità nel nostro mestiere, raccontando la bellezza attraverso la parola e l’immagine, senza delegare ad uno smarthphone il compito educativo. Siamo noi i comunicatori della Buona Notizia che in questo momento di disincanto mediatico a chiare lettere ci farà gridare che il bene trionferà. Sempre e comunque.

Benedetta Grendene

Vedere, comprendere, narrare: “farsi prossimi” nel giornalismo

Il Padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore e giornalista de “La Civiltà Cattolica”, in qualità di consulente ecclesiastico dell’UCSI, ha voluto condividere le sue riflessioni con i giornalisti cattolici riuniti ad Assisi dal 7 al 9 ottobre. “Vedere, comprendere, narrare”, tema scelto per questa edizione del meeting, sono tre parole chiave che ci guidano nel nostro mestiere, a partire da un cammino introspettivo da compiere dentro noi stessi. Responsabilità, onestà intellettuale, rispetto di una moralità e di una eticità: nella professione vince chi cerca la Verità, chi è vero, chi è autentico, chi comunica con fiducia e credibilità. Vedere è diverso da guardare, in quanto presuppone una presa di coscienza personale ed attiene ad una conoscenza interiore che è evidente ci sia donata. “Rabbunì, che io veda di nuovo”: il fondamento del vedere lo ritroviamo in quella pagina del Vangelo di Marco (Mc 10.46-52) in cui si restituisce la vista al cieco, un brano non di guarigione ma di sequela. La parola di Dio la si può pregare, ma anche vedere e immaginare, sentire viva, carnale, presente e attuale oggi. Se vedo, posso parlare con linguaggi nuovi, puntando ad un coinvolgimento emozionale, che si avvalga dell’uso di metafore semplici e incisive. Nella realtà complessa in cui viviamo, l’invito a rialzarci e a vivere la nostra vocazione ci interpella anche nel lavoro di giornalisti, chiamati a raccontare questa realtà piena di paura. Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ci viene in aiuto proponendoci l’esercizio dell’esame di coscienza, pensato non solo per un gesuita, ma per tutti noi. Ogni sera allora sbobiniamo il “film della giornata”, per renderci conto di ciò che abbiamo vissuto, certi che il domani può essere migliore dell’oggi. Ringraziamo sempre, ogni mattina, per il dono della vita e impegniamoci a monitorare la nostra vita che è continuamente in fieri: panta rei nel fiume dell’esistenza. Naviga solo chi conosce: la metafora aristotelica dell’arciere che deve impiegare la dovuta cura nello scagliare la freccia, è evocativa del mestiere del giornalista che deve far sì che la Buona Novella entri nel cuore delle persone. La realtà può essere però compresa solo in relazione a qualcuno che ci guida, perché nessuno basta a se stesso. Essendo oggi esasperato il valore dell’individualismo, non siamo più disposti a lasciarci guidare con umiltà. La comprensione è il fondamento dell’amore e consiste nell’anticipare il destino che il tuo amato ha per te, come accade nella pagina del Vangelo in cui Marco tratteggia la sepoltura del Signore a partire dalla figura di quella donna che porta il profumo per Gesù, vincendo la morte con quel profumo di vita. Una pagina paradigmatica anche nella nostra professione, perché siamo chiamati a seminare questi fiori che profumano di bene: c’è tanta morte attorno a noi, ma dobbiamo andare oltre la morte parlando di Vita, di Bellezza, di Bene. Conoscere la Parola di Dio ci aiuta anche nel nostro giornalismo, perché lo nutre e lo fa diventare un “giornalismo di prossimità” che cerca di costruire ponti e non di erigere muri. Vivere una responsabilità nella nostra professione significa leggere il contesto in cui viviamo, vivere un’esperienza, incarnarla e non scriverla solo sui tavoli delle nostre scrivanie, ma rifletterla a livello comunitario. E’ la riflessione che ci spinge a cambiare e a migliorare, perché se vivo da solo non posso comprendere niente e nessuno. Il comprendere rimanda anche all’arte del discernimento, a cui tanto ci chiama il pontificato di Papa Francesco, che ci invita a riacquistare questa arte che non fornisce mai soluzioni precostituite. O noi accettiamo questa sfida oppure i nostri tempi così complessi non li potremo mai comprendere e tantomeno narrare.

Benedetta Grendene

 

 

Incontriamoci tra le righe: Sognare si può!

Occorre imparare a “sognare in grande” e valorizzare ogni piccola cosa,
perché il Sogno può nascere piccolo come una ghianda e diventare grande come una quercia

Sognare si può: questo il tema scelto per l’ottava edizione della kermesse culturale “Incontriamoci tra le righe” che si è svolta domenica 16 ottobre presso la sala meeting del Klass Hotel di Castelfidardo. Ad aprire la mattinata dedicata alla riflessione dei relatori presenti, è stata la scrittrice Maria Lampa, anima e ideatrice di un evento che è divenuto ormai un appuntamento imperdibile per autori, scrittori, amanti della parola scritta e di ogni forma di arte. Maria ha pensato di riproporre con questa iniziativa la stessa esperienza straordinaria di incontro, entusiasmo, passione e condivisione che tanto l’aveva colpita partecipando per la prima volta tanti anni fa al Salone del Libro di Torino. Il mondo è nelle mani di chi sa sognare ed ha il coraggio di realizzare i propri sogni: il sogno, atto primordiale di vita di ogni innovazione a beneficio dell’umanità, nasce in silenzio quasi senza far rumore, come il delicato batter d’ali di una farfalla. E’ possibile costruire insieme una cultura dell’incontro che abbia il sapore di bene e di vita, grazie a quell’olio d’amore che deve permeare le relazioni sociali tra tutti gli esseri viventi. La mattinata è iniziata sulle note del violino magistralmente suonato da Marco Santini, artista di fama mondiale che attraverso il linguaggio universale della musica ha fatto sognare e vibrare le corde dell’anima dei presenti in sala. “Da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”: citando i versi che la poetessa Alda Merini nel 1993 dedicò alle donne vittime di violenza, ha preso la parola il dott.Achille Ginnetti, medico di medicina generale che ha ricordato l’importanza del sogno nella vita di tutti noi. “I have a dream” gridava nel 1963 Martin Luther King, sperando un giorno di costruire una società non violenta: oggi il suo sogno è sepolto sotto una miriade di bombe di egoismo, più forti di quelle al napalm, ma non possiamo smettere di desiderare la pace. E’ possibile sognare anche in medicina, a partire dalla concezione che ogni persona è un unicum fisico, psichico, morale. L’oncologo Umberto Veronesi nel suo libro “Dell’amore e del dolore delle donne” narra storie che parlano di vita, amore e libertà, raccontando il suo sogno di medico ricercatore, ovvero far sì che le donne potessero essere salvate dalla malattia senza subire mutilazioni inutili, come la mastectomia. Andare avanti senza paure ma con fiducia e speranza: è questo il sogno raccontato da un altro medico, il dott.Franco Mandelli, nel suo libro appassionante e commovente “Ho sognato un mondo senza cancro”. Non solo assenza di malattia, ma raggiungimento di uno stato psico-fisico sereno, persino di una gioia anche nella malattia, affinchè il paziente abbia la percezione di sentirsi ancora importante in una trama di relazioni e in un mondo di persone che soffrono e gioiscono con lui. A questi modelli dobbiamo guardare: ne è convinto Giancarlo Trapanese giornalista di RAI 3, presenza costante e affezionata in tutte le otto edizioni di “Incontriamoci tra le righe”, che anche quest’anno ha donato ai presenti la sua testimonianza. Quando si parla di sogno, oggi automaticamente per una questione di processo mentale ormai consolidato nella nostra società, associamo anche altre due parole: “successo” e “soldo”. Ma il sogno vero e autentico è il sogno di chi vive spendendo la vita per gli altri, desiderando una società migliore e più giusta. Occorre dunque seguire l’esempio di tutte quelle persone che nel silenzio della quotidianità possono essere “scintille di luce” che ci sappiano insegnare e testimoniare come sia possibile amare per primi e gratuitamente. Lucia Tancredi, scrittrice e insegnante, prendendo la parola durante il suo intervento, ha esordito dicendo: “gli oggetti che mi fanno più sognare sono i libri, tanto che nel 2009 ho fondato EV casa editrice, insieme ad altre quattro donne che condividevano con me lo stesso sogno”. E la sua riflessione in merito al tema del sogno si è articolata proprio a partire da alcuni libri. Luisa Muraro nel suo romanzo “Il dio delle donne” evoca spesso la figura dei passage, una sorta di “gallerie” in ferro e in vetro, che verso la fine del Settecento consentivano ai parigini che amavano passeggiare per la città di fessurare i muri, di aprire passaggi che permettessero di entrare straordinariamente in contatto con gli altri, creando luoghi di incontro e di esperienze. Umberto Galimberti nel suo libro “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” sottolinea come a volte il problema sia l’eccesso di sogno: il nichilismo può essere generato da ciò che sarebbe il suo contrario tanto che un sogno talmente grande, bello e vorace rischia di non divenire mai realtà.. Sognare troppo può essere paradossalmente pericoloso, a tal punto che Maria Zambrano arriva ad affermare che tutti i grandi dittatori promettono sogni che spesso si traducono in incubi. Simone Weil, ebrea coraggiosa e rivoluzionaria, nella sua “Attesa di Dio” durante l’incubo delle persecuzioni razziali afferma che bisogna incarnare il proprio sogno con gioia. La gioia è contagiosa per una sorta di travaso spirituale che moltiplica la sua energia e il sognatore deve essere perfettamente incarnato nella realtà. Per incarnare un sogno con passione serve lungimiranza, attenzione e soprattutto “una selvaggia pazienza” come scriveva la poetessa Adrienne Rich. “Il mio sogno è sempre stato legato alla parola. Le persone che incontro mi donano un frammento della loro vita che io a mia volta regalo ad altri e diventa un sogno che passa di mano in mano..”: molto toccante la testimonianza della giornalista italo-siriana Asmae Dachan che ha parlato del sogno a partire dal suo lavoro appassionato, ma pieno di responsabilità. “Voi scrivete la prima bozza della storia”: con parole ricche di umanità che nascono dal cuore, Papa Francesco il 22 settembre scorso ha accolto in udienza privata un gruppo di giornalisti di cui la stessa Asmae ha avuto la gioia e l’emozione di far parte. A chiudere il convegno ancora una volta le note di Marco Santini che dopo aver interpretato la struggente melodia “Il Cristo delle Marche”, si è esibito in un inedito duetto con il chitarrista Antonio Del Sordo.

Benedetta Grendene