Archivio di maggio 2016

Annunciazione e comunicazione

Quando la testimonianza di un volto noto e di successo riesce a toccare il cuore e a far vibrare le corde dell’anima di chi ascolta, ci si sente arricchiti e si diventa consapevoli che l’incontro con Cristo è davvero un incontro carnale tra uomini, che ci accompagna e ci fa sentire meno soli nel pellegrinaggio della nostra vita.
A riflettere intorno al binomio autentico “Annunciazione e Comunicazione” è stato invitato a Loreto Michele Mirabella autore, regista, conduttore televisivo, grande esperto e appassionato di cultura classica che ha incontrato il pubblico nella suggestiva cornice delle Cantine del Bramante, situate al pianterreno del Palazzo Apostolico lauretano. Grande emozione per il presentatore pugliese trovarsi proprio a Loreto, il luogo del “Sì” di Maria, dove il cammino dell’umanità è iniziato, mettendoci in comunicazione con il divino e con tutta la storia della Chiesa.
Mirabella ha preso la parola recitando a braccio alcuni versi tratti dal terzo canto del Purgatorio dantesco che apostrofa come un folle colui che crede nel dogma della Santissima Trinità: “Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone.” Ma il Sommo Poeta invita gli uomini a “stare contenti” e a gioire per ciò che è stato loro rivelato perchè se avessimo potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse Gesù: “State contenti, umana gente, al quia; ché, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria”. E proprio nel momento in cui l’angelo del Signore portò l’Annuncio a Maria con il messaggio che per sempre cambierà la storia dell’uomo, il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo, meravigliosamente nasce anche la comunicazione. L’inizio della comunicazione è tutto lì: in quell’Ave Maria, in quel “non temere” che è replica della carezza che il Padre ci ha dato e continua a donarci. Ai suoi studenti universitari in Sociologia della comunicazione il “professor Mirabella” parla sempre di quella stupenda tempera su tela oggi conservata al Museo del Prado a Madrid che è l’ “Annunciazione” del Beato Angelico, in cui l’angelo si presentò a Maria con la buona novella. L’Annunciazione è l’inizio della comunicazione: se non si annuncia, non si comunica. Non a caso nell’antica Grecia l’ “emerodròmos”, messaggero che correva da una città all’altra per recapitare i messaggi che gli venivano affidati, era allora colui che annunciava notizie, poiché una notizia per raggiungere e interessare tutti deve correre, deve viaggiare e semanticamente il termine “comunicazione” in latino significa proprio “mettere in comune”, condividere una notizia con la communitas.
Anche quando Gesù nacque, forti furono il bisogno e la gioia di condividere la buona novella, ma i Re Magi allora non ebbero bisogno di Internet per andare ad adorare il bambino: seguirono la stella cometa, quella luce emblema della comunicazione globale, dono inestimabile del creato che tutto il mondo vede. E nell’archetipo simbolico l’uomo per millenni ha atteso questa verità, questa notizia, la comunicazione di questo momento meraviglioso dell’Annunciazione che rende anche gli umili pastori “emerodromi”, messaggeri che pieni di stupore hanno ricevuto l’Annunciazione.
Mirabella si è poi collegato al tema del suo libro “Cantami, o Mouse”, pubblicato per Mondadori nel 2011, dove già nel titolo il gioco di parole “Mouse” “Musa”, evoca l’incipit dell’Odissea il poema omerico che narra di Ulisse, uomo di carne e di passione che, animato dalla sete di conoscenza, cerca la verità, consapevole dei suoi limiti, con l’unico compito di traghettare l’antichità mitologica alla modernità storica. E c’è un sottile file rouge che lega la mitologia al racconto della Verità del Cristianesimo: a ben vedere la mitologia e l’antichità classica sono una fase preparatoria e di passaggio che ci apre al racconto della Verità cristiana e in questo forse si nascondono le cause della crisi di valori e di etica che stiamo vivendo. La Musa oggi è stata sostituita dal mouse, oggi cerchiamo di colmare con la scienza e con il progresso la perdita e la progressiva depauperazione di valori che tristemente attanaglia il nostro miserabile tempo.
Il mito classico con la sua narrazione investita di sacralità e con la sua tradizione caratterizzata dall’oralità ha segnato e costruito la nostra cultura, ma se oggi ci chiedessimo che cos’è e chi è un “mito” ci renderemmo presto conto che non c’è nessun personaggio, nessun eroe del nostro tempo che può reggere all’immortalità in eterno. Per essere un mito bisognerebbe incarnare quell’idea e quel valore assoluto, prima ancora di esistere. Mirabella cita allora un ricordo: un giorno morì Papa Giovanni XXIII e “quella sera io che ero agnostico piansi.. Da quel momento iniziò il mio percorso di Fede, grazie ad un Papa che bussò al mio cuore, commosso e intenerito profondamente quando pronunciò queste parole: “Tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa.” Ecco, Papa Giovanni XXIII può essere un mito e un modello che siamo chiamati a seguire, così come lo è stato San Giovanni Paolo II che si presentò al mondo con un disarmante: “Se mi sbaglio mi corrigerete” attuando una rivoluzione di pace e di amore sulla scia di quelle dolcissime ma decise parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”
Come l’annuncio di un Papa può essere comunicazione? Semplicemente seguendo la Via, la Verità, la Vita che da tre anni è affidata ai gesti, agli sguardi, alle parole di Jorge Mario Bergoglio, grande comunicatore di umiltà che appena eletto ha scelto il nome di Franciscus e non ha salutato il mondo con grandi convenevoli, ma con un modesto “Buonasera” segno immediato di una comunicazione umile, spicciola, semplice, spirituale di chi ha nel cuore il misero, il povero e serba ancora dentro lo stupore di un annuncio che deve rimanere vivo in mezzo a noi.

Benedetta Grendene

La Misericordia, bisogno dell’anima in Papa Francesco

Le giornate dell’anima”: questo il titolo della quarta edizione del festival di cultura e spiritualità organizzato dall’arcidiocesi Ancona-Osimo e ideato dal Card.Edoardo Menichelli per tornare a “coltivare l’umano nell’uomo”. Il ciclo di conferenze prevede quattro appuntamenti che vogliono essere un’esperienza non catechetica, ma viva e legata al recupero di un nuovo umanesimo in Gesu’ Cristo, di cui tanto si è parlato durante il quinto convegno ecclesiale nazionale che si è svolto a Firenze durante l’autunno scorso.
Il primo incontro si è tenuto nel pomeriggio di venerdì 5 maggio nella suggestiva Sala San Francesco ad Osimo, dove il Prof.Giancarlo Galeazzi, docente di Filosofia presso il Polo marchigiano della Pontificia Università Lateranense, ha relazionato sul tema “La Misericordia: bisogno dell’anima in Papa Francesco”. Che la Misericordia sia un bisogno dell’anima da un punto di vista religioso sembrerebbe quasi scontato: è un attributo di Dio, è il nome di Dio. Ma è anche un comandamento di Dio per l’uomo, dunque sia a parte dei sia a parte homini la Misericordia è un elemento fondante in tutte le religioni, in particolare in quelle monoteiste e nel cristianesimo. La Misericordia appartiene alla religione non solo da un punto di vista teologico, ma anche da un punto di vista pratico, in riferimento alle opere di Misericordia corporale e spirituale, di cui la Chiesa ne incentiva la pratica, demandando alle organizzazioni laicali l’assolvimento di questo compito.
Se guardiamo alla società attuale, ci rendiamo però conto che il deficit di umanità aumenta e nella società alberga una disumanizzazione etica totale. E allora quella Misericordia di cui la Chiesa si fa interprete, in che misura entra nella società? Se fotografiamo la realtà, ci rendiamo conto con tristezza che oggi la Misericordia, che è una categoria religiosa, sta completamente fuori dai vari ambiti della società ed è relegata solo alla Chiesa. La Misericordia è la grande assente nella società, che si regge in realtà su tanti diritti e su tanti doveri, nati proprio nella modernità. La società moderna si è ispirata a valori che dovrebbero essere sani e solidi e che possono essere riassunti nelle due grandi triadi affermatesi tra il Seicento e l’Ottocento: libertà, uguaglianza, fratellanza; tolleranza, rispetto, solidarietà. Se pensiamo al principio della fratellanza, questo è stato da sempre dimenticato, lasciando soli i principi di libertà e di uguaglianza, che sono stati assolutizzati e ideologizzati in balia dei totalitarismi. Analizzando la seconda triade, la tolleranza è diventata sopportazione o addirittura indifferenza, il rispetto si è ridotto a puro formalismo e il principio della solidarietà è stato travisato in paternalismo. Come mai allora queste due triadi sono crollate? Cosa è mancato? E’ mancata la Misericordia, è mancata l’anima. E’ dunque necessario che la Misericordia non sia solo una categoria sacra e religiosa, ma allo stesso tempo anche una categoria laica e profana. La Misericordia, alla luce delle riflessioni del Prof.Galeazzi, è l’anima che manca ai valori della modernità. Il bisogno di amare e di essere amati, che abbiamo perso nella società attuale, trova concretezza nella Misericordia, categoria che non è estranea agli ambiti umani, ferma restando la sua valenza religiosa. Il teologo gesuita spagnolo Jon Sobrino, nel suo testo “El principio de Misericordia”, parla di una “Chiesa samaritana” in cui la Misericordia non è un principio che si aggiunge ad altri principi per sostituirli o per affiancarli, ma è un orizzonte di senso nel quale i valori della modernità già proclamati e riconosciuti, possano ritrovare il loro significato più vero e profondo. E’ dalla Misericordia che bisogna ripartire per ritrovare compassione, vicinanza e prossimità nei confronti di ogni fratello che incontriamo. La Misericordia non sia solo un principio astratto, ma sia operosa, sia uno spirito all’opera che spinga ognuno di noi non ad essere spettatori più o meno attivi, ma uomini chiamati a condividere. In questo senso l’Enciclica di Papa FrancescoLaudato Si’” sulla cura della casa comune è un testo straordinario: diventa l’imperativo a rispondere e ad “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. La “Laudato Si’” con la sua ecologia integrale ci invita ad adottare un nuovo stile di vita che coinvolga ogni ambito della nostra esistenza. Come è possibile nel concreto sviluppare questa idea di una “Misericordia operosa”? Al cristianesimo, o meglio al Vangelo, spetta il compito di attualizzare questa categoria religiosa. Il Cristianesimo, come ha sottolineato il Cardinale Edoardo Menichelli, “è la patria di chi ha scelto di vivere il Vangelo. Ma il Vangelo è per tutti”. Un messaggio universale, dunque, sia per i credenti sia per i non credenti, perché la Misericordia è condivisione. La fratellanza, arricchita di una dimensione misericordiosa, diventa in tal modo viva, vera e incarnata. Alla domanda “Chi è il prossimo?” alla luce di queste riflessioni, la risposta sarà: “Chi si fa prossimo, chi si comporta da prossimo. Chi ha a cuore il misero”. Approssimarsi, farsi prossimo è un “farsi sentire dall’altro”, è una carezza. E la modalità con cui Dio manifesta il suo Amore e la sua Misericordia all’uomo è ben descritta in questa frase di Papa Francesco dove emerge tutta la tenerezza del Padre: “Dio non perdona con un decreto, ma con una carezza”. Portare lo spirito della Misericordia nella quotidianità è un compito che spetta ai laici, sulla base degli insegnamenti di Gesù Cristo, che è stato il più grande laico, in virtù del Mistero dell’Incarnazione ed è il volto della Misericordia del Padre. La laicità vera è dunque nel Vangelo: se nella storia la Misericordia non avesse più cittadinanza, la speranza finirebbe e ci lascerebbe chiusi nella presunzione di essere fratelli, senza avere l’umiltà di riconoscere che siamo figli e dipendiamo dal Padre. Tutti abbiamo bisogno di Misericordia che, nelle parole del Cardinale Menichelli, “è un dono che converte”.

Benedetta Grendene