Archivio di novembre 2012

Intervista a GIULIA TORBIDONI a cura di Maria Lampa

Breve biografia:
Giornalista professionista.
Nata a Senigallia, dove attualmente vive, 29 anni fa. Ha una formazione classica: lettere classiche a Bologna e diploma di pianoforte al conservatorio Rossini di Pesaro. Si avvicina al giornalismo gradualmente, per poi arrivare a iscriversi all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino nel biennio 2008-2010.

Pubblicazioni:
“Libertà sarà se…” edizioni Versante (2011) Raccolta di poesie
Dal punto di vista giornalistico, collabora con Centro Nord-Sole24Ore, il Manifesto e Redattore Sociale.

domande.
Giornalista professionista lavora al carcere di Montacuto di Ancona. Da dove nasce questa idea e perché questa scelta?
L’idea nasce a fine 2010 dal desiderio, mio e di un’altra collega e amica, di intercettare, attraverso il giornalismo, le categorie di persone a rischio emarginazione sociale. Cioè di usare il giornalismo, la parola e la pubblicazione, per lavorare ed entrare in contatto con persone che sulla propria pelle vivono situazioni di disagio e isolamento.
Abbiamo scelto il carcere, piuttosto che l’immigrazione o le povertà, perché già da circa un anno e mezzo io mi interessavo e studiavo il sistema penitenziario italiano e le sue difficoltà. Un interesse personale, questo, nato anche casualmente da una serie di coincidenze positive.

Lei cura il periodico che ha fondato, “Fuori riga” che raccoglie articoli scritti dai detenuti. Quanto è importante e terapeutico scrivere articoli che possono uscire dalle sbarre e arrivare alle persone che stanno fuori?
Direi che è molto importante. In primo luogo perché i detenuti hanno modo di esprimersi, di riflettere su quanto scrivono e quindi di mettere ordine nei loro pensieri e di sentirsi ancora parte della società. In secondo luogo perché le loro riflessioni e i loro racconti escono e raggiungono persone che mai penserebbero al carcere o che abitualmente usano determinati schemi semplicistici per descrivere le persone che commettono reati.
Dunque, il giornalismo dei detenuti ha un valore sociale importante, perché può fare prevenzione e aiutarci a capire un mondo che, per sua natura, è ristretto e chiuso alla società esterna.

Coltivare la propria passione, come la musica, la pittura, la scrittura, il canto, vuol dire tirare fuori la parte artistica, il meglio di sé. E’ con questo principio che vengono scritti gli articoli?
Sì, anche con questo principio. L’idea di fondo è raccontare a chi sta fuori cosa significhi stare dentro. Ma ogni volta cerchiamo anche dei temi da sviluppare nel dettaglio, da studiare e poi trattare. Tutto ciò però lo si fa con impegno e rispetto delle regole. E questo significa usare il meglio di sé.
Siamo convinte che se si mettono le persone nelle migliori condizioni, queste danno il meglio di sé. Per esempio, proprio due o tre incontri fa abbiamo analizzato la parola ‘rieducazione’ dell’articolo 27 della Costituzione. Secondo i detenuti della redazione di Fuori Riga, la rieducazione è: “Crescere; rinascere; affrontarsi; lavoro; educare di nuovo; cultura; reinserimento; sviluppare le doti personali; fiducia; responsabilità; insegnare”. Interessante, no?

Il titolo “Fuori riga” dà la sensazione di libertà, della riga-parola che può uscire fuori, che non ha limitazioni e barriere perché è comunicazione. In realtà quali problemi incontra il periodico, se ne incontra?
Esatto. Fuori Riga perché le persone sono andate fuori riga e stanno pagando per questo. Ma la ‘riga’ è anche quella delle parole e soprattutto il ‘fuori’ è il sogno e l’augurio.
I problemi in realtà sono organizzativi, perché lavorare con persone che vedi una volta a settimana implica tempi più rallentati. Difficoltà possono esserci nel reperire informazioni da parte loro, quindi spesso tocca a noi portare loro materiale come articoli di giornale, ricerche e documenti vari.
I problemi più grossi, manco a dirlo, sono di ordine economico per cui devi fare i conti con i costi di stampa e diffusione e soprattutto con l’inevitabile problema che tu volontaria devi comunque lavorare per mantenerti e quindi ti tocca dividerti tra tanti impegni.
Devo dire, però, che tutta l’esperienza è talmente forte e ripagante che non vediamo le difficoltà.

Importante è scrivere ed esprimere i propri pensieri e riflessioni, ma quanto è importante leggere ciò che è stato raccontato e testimoniato?
Il periodico serve più a chi lo scrive, o a chi lo legge?
Secondo me serve a tutti. Perché se ci conosciamo le barriere iniziano a cadere.
Si inizia a vedere che chi commette reati non è un mostro che viene dalla luna, ma può essere ciascuno di noi che, in determinate condizioni e situazioni, non riesce e non ha la forza di continuare sulla strada della legalità. Spesso i più giovani mi dicono, “I detenuti sono lì dentro per un reato. Potevano pensarci prima di commetterlo!”.
Io rispondo che è vero, ci si dovrebbe sempre pensare prima all’azione da compiere… Anche noi il sabato sera, quando magari guidiamo la macchina con qualche bicchiere di troppo sullo stomaco, potremmo pensarci e valutarne le probabili conseguenze…

Ci sono scambi con l’esterno e quali risultati sono stati ottenuti fino ad oggi?
Gli scambi più interessanti si sono verificati tramite le lettere alla redazione che noi caldeggiamo sempre e tanto, oppure attraverso la pagina facebook Fuori Riga.
Poi, dobbiamo dire che attraverso il periodico “Fuori Riga” a Senigallia molte persone si sono sensibilizzate e si sta creando un’associazione di volontari per il carcere, sempre con il nome di Fuori Riga, che porterà avanti progetti per le persone private della libertà personale.
Il mio sogno è potere realizzare qualcosa anche per il post carcerazione, per il momento in cui, queste persone usciranno dal carcere e torneranno alla vita di tutti noi.

Come si può interagire con questa realtà carceraria e magari collaborare in qualche modo? A chi ci si deve rivolgere?
Ci si può mettere in contatto con noi attraverso la pagina facebook Fuori Riga.
Inoltre è possibile recuperare i numeri del giornale sia sul sito del Garante dei diritti dei detenuti delle Marche che sul sito di Antigone Marche, oltre che su facebook. Sarebbe importante, e invito tutti a farlo, scrivere lettere con commenti e domande alla redazione, all’indirizzo
“Fuori Riga” c/o Fondazione Gabbiano, piazza Garibaldi 3, 60019 Senigallia (AN).

Cosa significa per lei lavorare in questo contesto e quali gli incontri, le notizie, le confidenze che maggiormente l’hanno toccata e che le permettono di continuare il lavoro con passione, dedizione e responsabilità?
Di sicuro il ritorno del rapporto umano è il più forte stimolo a continuare il lavoro.
C’è la gratitudine che ti dimostrano le persone con la parola ‘grazie’ che è sempre meno usata fuori; l’umanità che si vede e che inevitabilmente ti coinvolge. Il condividere la felicità per chi esce e ha finito di scontare la sua pena; la preoccupazione per chi non ha possibilità economiche per potere vivere dignitosamente in carcere; le speranze per il futuro.
Mi piace il clima tra pari che si è instaurato tra noi ed è importante il fatto che a volte partecipi agli incontri anche l’agente di custodia, che ascolta e poi esprime la sua idea.
Mi coinvolge il loro interesse, la loro voglia di partecipare e il bisogno di confrontarsi e di progettare un futuro migliore.

Si potrebbe dire che lei contribuisce a dare libertà a questi detenuti, facendo uscire fuori la loro voce?
Magari! Sì facciamo uscire la loro voce, ma la libertà vera è un bene così prezioso e alto, di cui noi non sempre ce ne rendiamo conto, che la si ottiene non solo quando si è ‘fuori’, ma quando soprattutto si fa i conti con se stessi. Quindi la vera libertà è difficile, per tutti credo, da raggiungere. A sentire loro, comunque, fare corsi, come Fuori Riga e altri, è fondamentale per potere sperimentare le proprie capacità positive, per relazionarsi con persone esterne e soprattutto per rendere la loro carcerazione un po’ più utile. E per questo sono contenta di Fuori Riga.