Archivio di settembre 2012

Intervista a STEFANO COBELLO a cura di Maria Lampa

 

Breve biografia:

Laureato in lingue: russo e inglese.

Vive a Verona dove insegna cucina e tecnica ristorativa.

Cantastorie e poeta da quando aveva 19 anni.

Volontario a vita, si occupa di orfani in Siberia.

 

Domande:

 Fare il cantastorie, significa raccontare alla gente comune  storie che si sono ascoltate dal popolo, che vengono da tradizioni, che sono tramandate nel tempo.

E’ un modo questo per prolungar la storia e fare in modo di non perdere pezzi importanti?

Essere un cantastorie significa prima di tutto avere qualcosa da dire e dirlo utilizzando il linguaggio che tutti possono capire.

Io racconto del mondo e di quello che vive in esso concentrandomi sulle cose positive e sui sentimenti del’uomo.

 Il cantastorie ha un accesso facilitato nel cuore delle persone semplici, perché  coinvolte da storie popolare.

Per lei è un mezzo più veloce di comunicazione  per arrivare alle emozioni?

Si, come Platone recita nella “Repubblica” anch’io penso che  la musica da sola è incompleta, il canto è un mezzo, ma le parole sono il fine ultimo ed alto della canzone.

Fondamentalmente io canto poesie. Potremmo coniare oggi un nuovo neologismo: il cantapoesie.

 Quando la chitarra è diventata il suo prolungamento, la sua appendice che le ha permesso di comunicare con tutti?

A 19 anni, quando mia sorella dopo aver frequentato un breve corso di chitarra si rese conto che non faceva per lei e me la regalò.

Da allora la chitarra “era una spada e chi non ci credeva era un pirata”.

Non ci siamo mai più separati e da allora la chitarra fa parte della mia vita.

 Cantare una pagina di un libro, dare musicalità ad un racconto,  aiuta le persone ad avvicinarsi alla lettura?

Non lo so, so soltanto che le parole nascono spontanee in me e come dice il mio amico Marco Santini,  il suono e il canto diventano un tutt’uno con il pubblico.

Anche questo è un modo di leggere utilizzando la fantasia e le emozioni.

 La sua esperienza di interprete e responsabile organizzativo di progetti culturali europei  l’ha portata a girare il mondo e ad incontrare la realtà degli orfani in Siberia?

Cosa è cambiato in lei, dopo questo incontro e cosa sta facendo  per questa realtà?

Preciso che non sono stati i progetti europei a portarmi in Siberia, bensì l’incontro con una sciamana siberiana capitata a Verona ad un simposio, ed io ero l’unica persona disponibile che conoscesse il russo e che non si facesse pagare per accompagnarla e tradurre ciò che diceva. La sciamana è Nadia Stepanova che mi ha poi invitato ad andare in Siberia e quando sono arrivato là ho constatato che noi avevamo molto e loro nulla.

Così ho iniziato a darmi da fare per i più deboli e i più indifesi sono proprio  i bambini senza padre, né madre….

Era il 1999…

 La musica è un linguaggio che non ha bisogno di traduzione e non produce incomprensioni ma solo emozioni in ogni essere vivente di qualsiasi razza, colore, cultura e lingua e riesce ad unire i cuori più differenti.

Quando suona percepisce questa universalità?  

Quando suono sento la musica nel petto, nelle tempie, nel cuore e vibro.

Scompaiono colore, altezza, confini, dimensioni…e  solo il mio pulsare al ritmo del suono rimane ad orientarmi in quel mondo parallelo.

 Il  progetto a cui sta attualmente lavorando?

Abbiamo delle vite da salvare, e credo questo basti e avanzi.

www.filomondoancona.org

 Il suo sogno nel cassetto?

Poter lavorare solo con i bambini abbandonati in Siberia.

 

Intervista a FRANCESCO SCARABICCHI a cura di Maria Lampa

 

Francesco Scarabicchi è nato nel 1951 ad Ancona dove attualmente vive.

Ama scrivere versi.

Si occupa da sempre di arti figurative.

Ha ideato e dirige dal 2002 il periodico di scritture, immagini e voci

 “Il nostro lunedì” 

Le sue pubblicazioni:

La porta murata                         edizioni Residenza

Il viale d’inverno                      edizioni L’obliquo

Il prato bianco                           edizioni Ibidem

Il cancello 1980-1999                edizioni Pequod

Frammento dei dodici               edizioni L’obliquo

L’esperienza della neve             edizioni Donzelli

L’ora felice                                edizioni Donzelli

Gli istanti feriti                          edizioni Università Studi Ancona

Taccuino Spagnolo                   edizioni L’obliquo

L’attimo terrestre                       edizioni Affinità Elettive    

Domande:

C’è chi scrive romanzi, chi pubblica saggi, chi l’autobiografia in chiave psicologica, da dove nasce la sua scelta di raccontare le stesse cose in chiave poetica?

Dal tentativo di fermare alcuni frammenti del vivere prima che si eclissino nel nulla, prima che scompaiano per sempre dal mondo e dalla memoria.

 La poesia, per Lei, è il modo più breve e veloce per entrare nella mente delle persone, passando dal cuore e percorrendo la strada delle emotività?

La poesia è l’arte della domanda sul senso dell’esistere. E’ una verticale discesa verso quello che Umberto Saba chiamava “la verità che giace al fondo”.

 Come nascono le sue poesie? Da un pensiero interiore, dalla voglia di comunicare un messaggio, dallo straripare di una emozione che vuol vedere la luce?

Potrei dire da tutte e tre le domande, ma credo che sia la necessità di tradurre un suono informe dandogli stile e voce perché dica quello che c’è da dire e nient’altro.

 Nelle sue poesie ermetiche ed intense, lei descrive la natura, le persone, scene, fotografa angoli di città, e tutto viene filtrato dal suo dolore e dalla sua continua ricerca di pace, di silenzio….

Trova questa dimensione serena dopo aver scritto una poesia?

Ancora con Umberto Saba, la condizione in cui vivo è quella di una “serena disperazione”. La poesia non è consolazione, conforto, medicina, analgesico: la poesia è un modo di essere  nella vita e nel mondo.

 Quando ha iniziato a scrivere poesie? Chi per primo ha riconosciuto il suo talento e lo ha stimolato a continuare ad esprimersi attraverso questa particolare forma artistica?

Seriamente, ho iniziato trent’anni fa.

Molti mi invogliavano a continuare, molti mi incoraggiavano, ma il primo ed unico maestro è stato Franco Scataglini che mi ha guidato verso le mie possibilità, verso me stesso, nella forza della lingua, unica residenza e cittadinanza.

 Le tante pubblicazioni, i molti riconoscimenti, gli svariati premi ricevuti, l’incontro con i lettori durante le presentazioni,  hanno cambiato qualcosa della sua vita e in che modo?

Cambiato non direi, affinato e raffinato la mia disposizione verso il lavoro e verso l’udienza degli altri sì.

Scrivere è un atto di libertà e di responsabilità ad altissima tensione. Il bene e il male di una parola sono all’ordine dell’istante. La parola è un’arte che va maneggiata con cura perché tocca la verità dell’altro, la incontra e la attraversa.

 come mai la poesia è un genere letterario che poche case editrici sono propense a pubblicare, quando in realtà i poeti sono di numero superiore agli scrittori di prosa?

Primo perché i poeti non leggono e non comprano poesia. Se gli scriventi versi acquistassero tutti i libri degli altri, ognuno di noi venderebbe migliaia di copie.

Poi c’è un problema di confidenza e intimità con la poesia che manca; la scuola non fa il suo lavoro, le istituzioni non lo fanno, la comunicazione e l’informazione non lo fanno.

Gli editori che stampano poesia si fermano a quello: non basta.

C’è un lavoro capillare di educazione al senso e al suono delle parole che dovrebbe iniziare prestissimo e che favorirebbe la conoscenza dell’arte dei versi, la renderebbe patrimonio del proprio percorso umano e  poi culturale. Così non è, così non mi sembra che sia.

Quali sono le cause principali che mettono in difficoltà l’editoria oggi?

Una scadente idea della cultura come se  fosse predominio o patrimonio di alcuni; la desolante realtà dei media che si sono genuflessi alle ragioni dell’economia e quindi hanno fatto soprattutto della televisione uno strumento di induzione ai consumi e non di conoscenza e di esperienza, oltre che di spettacolo e di intrattenimento.

Basta seguire un programma a caso e ci si accorge di quanto siano rari quelli che offrono la possibilità di non sentirsi usati o vittime della stupidità e della inutilità.

Si legge da sempre molto poco; oggi peggiorano i livelli. Non leggere significa non crearsi una propria lingua d’espressione e di comunicazione. Una bella storia raccontata male è una brutta storia.

Dal calzolaio all’astronauta, la cultura dovrebbe essere un atto di indipendenza e di libertà.

Così non mi sembra che sia. Il livello dell’istruzione in Italia è basso, umiliato, umiliante, a danno di coloro (insegnanti e studenti) che ancora ci credono e resistono a questo progressivo declino.

 Lei pubblica la rivista “Il nostro lunedì” al cui interno ospita diversi autori di spessore.   Nella cultura di oggi, c’è spazio per tutti?

Spererei di sì, direi di sì, ma non ne sono molto convinto.

Mi baso sulla mia personale esperienza (che è quella che conosco meglio) per dire che la via è lunga e senza  speranza di nulla.

 Ci vogliono fedeltà, tenacia, resistenza, una fede incrollabile nel proprio lavoro e nelle proprie possibilità; poi lavorare secondo necessità, come se si fosse soli al mondo. Lavorare perché non se ne può fare a meno.

Essere attenti alle stazioni che si attraversano dove passano i treni che portano altrove. Poi le occasioni: bisogna riconoscerle, intuirle, prenderle al volo. Non stancarsi  di crederci.

Stare in ascolto della propria vocazione.

 Il suo sogno nel cassetto……

Non ho né illusioni né sogni.

Forse qualche attesa, ma ogni attesa  non può essere rivelata perché chiede  il suo tempo per fiorire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a LUIGI GIACCO a cura di Maria Lampa

 

 

Luigi Giacco. Psicopedagogista

Fondatore della Associazione “La Lega del filo d’oro” e Direttore della struttura di Osimo fino al 2004.

Ha insegnato “Tecniche di analisi: modificazione del comportamento” nelle scuole secondarie.

Componente del comitato scientifico della Rivista “Handicap grave”

Consulente del Ministero della Salute dal 2006 al 2008.

Eletto nella Camera dei Deputati dal 2004 al 2009.

Componente della commissione Affari Sociali e Commissione speciale per l’infanzia.

Le sue pubblicazioni:

Valutazione e trattamento dei pluriminorati psciosensoriali.  Edizioni Nostra Casa

Un bicchiere mezzo pieno.  Edizioni Pequod

L’infanzia privata e il ruolo tutelare dell’adulto.  Edizioni Goliardiche

 

 

 

Domande:

Lei ha contribuito alla fondazione della “Lega del filo d’oro” nata ad Osimo dedicata ai pluriminorati fisici e psichici e che oggi conta molteplici sedi in Italia.

Quali i principi fondamentali su cui poggia l’immenso lavoro che viene svolto con successo al suo interno?

“La Lega del filo d’oro” ha creduto che persone con gravi disabilità potessero essere rieducate e riabilitate e non solo assistite in modo “custodialistico”. L’organizzazione ha previsto fin dall’inizio di partire dai bisogni e dalle esigenze dei singoli ospiti e non dalle risorse economiche messe a disposizione dagli enti pubblici, per cui si è cercato con raccolta fondi privati di integrare il bilancio economico.

 

La diversa abilità a volte è vista come un peso sociale, un problema, un qualcosa da evitare….

Cosa pensa delle persone connotate con l’appellativo di “diversamente abile”?

Ogni persona è diversa dall’altra per aspetto fisico, per carattere, per capacità.

Spesso si pensa che persone menomate non abbiano abilità, mentre in questi anni si è dimostrato che possiedono diverse abilità nel lavoro, nello sport, nell’arte e nella capacità di comprendere e relazionarsi agli altri in modo positivo.

 

Lei ha svolto un ruolo di parlamentare e durante quel tempo di mandato è riuscito a suggerire e concretizzare diverse leggi per ridurre le difficoltà pratiche di persone con handicap fisici e con disagi sociali, senza tanta pubblicità e clamore mediatico.

Come e quanto è stato sostenuto in questo lavoro e come si è sentito nel vedere l’applicazione poi delle leggi da lei firmate?

Fin dall’inizio della mia attività di parlamentare nella commissione Affari Sociali e nella Commissione Infanzia di cui ero componente mi sono interessato dei problemi delle persone con disabilità  e delle questioni riguardanti l’infanzia e adolescenza.

Sono stato promotore come primo firmatario o relatore di diverse leggi . Le più significative sono :Legge 284/97 a favore dei ciechi pluriminorati, la legge 162/98 a favore delle persone con disabilità grave (vita indipendente e Dopo di noi),la legge 6/2004 sull’istituzione dell’Amministratore di sostegno, e legge 285/97 sui Diritti dell’Infanzia e adolescenza.

Certamente nell’affrontare tali questioni ho trovato collaborazione dei colleghi parlamentari delle diverse parti politiche.

 

Lei si è impegnato politicamente nel suo paese,  nella provincia e nel nazionale.

In quale contesto è riuscito a dare il meglio di sé e perché?

Il mio impegno iniziale è stato nella mia città attraverso il lavoro prima come volontario e poi come dirigente alla “Lega del Filo d’oro” che mi ha dato gratificazioni umane e professionali.

Certamente aver fatto approvare delle leggi che riguardano tutti i cittadini italiani è una soddisfazione notevole.

Un paese è forte e moderno in base alla cultura che trasmette, promuove e stimola.

 

Secondo lei cosa manca alla cultura di oggi per poter essere più incisiva nel miglioramento della collettività?

Un pedagogista americano diceva che la civiltà di un popolo non si misura sul numero di auto, frigoriferi, televisioni ma come risolve i problemi dei cittadini più deboli della società.

 Oggi siamo in una società competitiva dove conta solo il denaro. Si è egoisti e individualisti, manca il senso di appartenenza alla stessa comunità ed il senso della solidarietà.

 

La famiglia, la scuola, la società sono gli ambiti in cui si muove, agisce, si evolve

l’essere umano. Quali sono i valori necessari perché ovunque ci sia la crescita?

Il senso che ogni persona ha dei diritti ai quali corrispondono dei doveri.

 Il senso del rispetto degli altri anche se sono più deboli, l’onestà, il rispetto delle regole e l’impegno quotidiano a migliorare se stessi e la società.

 

Se si potesse costruire un mondo ideale, il suo mondo quali caratteristiche avrebbe?

Uno sviluppo armonico e sostenibile, il rispetto per se stessi e per gli altri, una diffusione dell’educazione e della cultura che sono alla base di un mondo migliore.

 

 

 

Quanto è importante per lei credere nella filosofia dei piccoli passi?

Ricordo sempre una frase di Papa Giovanni XXlll che diceva:”Con il pretesto del meglio e dell’ottimo non dimentichiamoci di fare il bene possibile.”

Per me questa è la guida nella vita di tutti i giorni e penso che evidenzi molto bene la filosofia dei piccoli passi.

 

In questo momento della sua vita, verso cosa sta orientando le sue energie?

Da pensionato cerco di rendermi disponibile per i miei nipoti e dono il mio tempo ai  familiari.  Sono tornato come volontario alla Lega del filo d’oro e mi impegno  anche se in modo diverso, nella vita politica e della comunità.

Mi piace leggere e approfondire tematiche filosofiche, religiose e sociali.

 

 

“Ad usum fabricae. L’infinito plasma l’opera: la costruzione del Duomo di Milano.”

“La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”: questo il commovente titolo scelto quest’anno per la 33° edizione del Meeting che si è tenuto a Rimini dal 19 al 25 agosto.

Un appuntamento che a partire dagli anni trascorsi all’Università Bocconi di Milano, è divenuto per me imperdibile: un punto saldo e fermo che dà un senso alla continua precarietà del mio vivere e al mio peregrinare alla ricerca della felicità.

Felicità cui anelo in ogni istante, in tutte le cose che quotidianamente compio e che travolgono ogni ambito della mia vita: famiglia, affetti, amici, lavoro …

Dunque anche quest’anno, con il mio consueto fardello di domande e di attese, ho fatto la scelta giusta: un’intera giornata, quella di giovedì 23 agosto, dedicata alla kermesse culturale e soprattutto umana che ogni volta mi riempie il cuore di gioia.

Consultando on line il ricco programma dell’edizione 2012 (www.meetingrimini.org), tra mostre, incontri, e convegni, un appuntamento aveva colpito la mia attenzione… e in particolare un nome: Martina Saltamacchia.

Martina: faro sempre acceso e amica fedele conosciuta in Bocconi, compagna di corso, compagna di studi e compagna di vita…

Una ragazza semplicemente straordinaria, attualmente Assistant Professor of Medieval History all’Università del Nebraska (Omaha) e curatrice della mostra più bella tenutasi a mio avviso quest’anno al Meeting: “Ad usum fabricae. L’infinito plasma l’opera: la costruzione del Duomo di Milano.”

La Marty, così l’ho sempre chiamata sin dai tempi dell’Università, si è infatti laureata con lode nel 2005 nel mio stesso corso di Laurea in “Economia per le arti, la Cultura e la Comunicazione” (CLEACC), con una tesi incentrata su Marco Carelli, un commerciante molto ricco milanese che nel 1390 ha deciso di donare quasi tutto il suo immenso patrimonio per iniziare la costruzione della nuova grande cattedrale di Milano. La sua tesi di laurea è divenuta una pubblicazione dal titolo: “Milano: un Popolo e il suo Duomo” (Marietti: Genova, 2007), successivamente integrata con nuovo materiale di studio in “Costruire Cattedrali” (Marietti: Genova, 2011).

E così l’argomento della sua sudata tesi, conquistata con encomiabile impegno, è divenuta argomento di una mostra stupenda allestita all’interno della Fiera di Rimini.

Non potevo mancare, non potevo assolutamente lasciarmi sfuggire l’occasione di rivedere e di riabbracciare Martina, come ogni anno accade al Meeting.

Grande è stata infatti l’emozione quando i miei occhi hanno incontrato il suo viso rasserenante e i suoi intensi occhi color nocciola. Ho avuto l’onore di assistere ad una visita guidata, dove Marty ha illustrato le varie tappe della mostra, a partire da quella storica data: 1386, anno di inizio dei lavori per la costruzione del portentoso Duomo di Milano, che svetta verso il cielo con i suoi pinnacoli in stile gotico.

La cattedrale è realizzata in marmo rosa di Candoglia, proveniente dalle cave di marmo site nella bassa Val d’Ossola, nei pressi del Lago Maggiore.

I grossi blocchi di marmo erano contraddistinti dal marchio “AUF” (Ad Usum Fabricae), per indicare la loro destinazione d’uso e quindi esenti da dazi.

Ciò che subito colpisce della cattedrale sono le quasi 3.500 figure di Santi, collocati nelle guglie, che con le loro testimonianze quotidianamente ci accompagnano, suggerendo di volgere il nostro sguardo terreno verso l’alto, verso l’infinito, verso Gesù.

Il messaggio più forte che il Duomo ci comunica è “Ad Iesum per Mariam”: è solo attraverso la Madonna e i Santi che si arriva a Gesù.

La cattedrale è composta da ben cinquantadue pilastri che ricordano le settimane dell’anno, perché la luce di Cristo permea ogni nostro giorno e tutta la nostra quotidianità.

Gli studi e le ricerche, come quelle effettuate meticolosamente da Martina, testimoniano che il Duomo fu costruito con le offerte della gente comune e del popolo, così come è attestato e riportato nei cosiddetti “Liberi dati et recepti”, ossia il libro dove venivano registrate le varie offerte del flusso di popolo. Non solo nobili o signori dell’epoca, ma anche gente semplice, come mercanti, soldati e addirittura prostitute .

Furono le piccole offerte, donate dalla popolazione meno abbiente, la parte più cospicua delle entrate per l’edificazione della cattedrale milanese.

“Senza differenza di classe, tutti accorrevano – annotano gli Annali della Fabbrica del Duomo – a portare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe”.

I registri delle oblazioni confermano con straordinaria vivacità le offerte degli innumerevoli uomini e donne per la costruzione della nuova cattedrale.

Il Duomo fu dunque costruito con spettacolare devozione dal popolo, ma a sua volta costruì il popolo, divenendo simbolo di Fede e anelito verso un infinito che plasma.

 

Benedetta Grendene