Archivio di giugno 2012

Trentatrè voci bianche: quando il canto è passione e magia…

Il canto è da sempre una delle espressioni più alte dell’animo e del cuore dell’uomo. Una dolce melodia si eleva con gioia e amore verso l’alto, attraverso una voce che meravigliosa fluttua come un gabbiano libero nel cielo.
Quando a cantare non è solo una voce, ma più voci o meglio un vero coro, le emozioni che nascono sono fortissime e irripetibili. Le singing voices di cui voglio parlarvi, sono quelle di giovani bambini, studenti che frequentano dalla seconda alla quinta elementare e, su iniziativa del loro dirigente scolastico Mario Prezio, hanno dato vita ad un coro di voci bianche.
Non è un caso se per designare il timbro voce dei bambini si usa il termine “voci bianche”. Il bianco è simbolo di purezza, di amore sincero e spirituale, d’innocenza, sacralità, santità, perfezione trascendente, luce, sole, aria e libertà.
Il coro “Battisti” di Recanati, nato nel mese di marzo scorso, è diretto dal Maestro Antonio Saverio, e unisce trentatré studenti di quattro plessi scolastici: Gigli, Pittura del Braccio, S.Vito e Politi.
Amare il canto è bellissimo, ma occorre una vera educazione (dal latino “e-duco”: “tirare fuori”, quindi “esprimere”) ed è proprio questa la mission alla base del neonato coro, che si incontrava nei pomeriggi, dopo la scuola, per provare e sperimentare nuovi pezzi, sempre tutti uniti in un girotondo d’amore.
E, siccome la vita è costellata da una serie di coincidenze e fortuite circostanze, come un bel fiore in un prato, è arrivata in poche settimane, la proposta di partecipare ad un evento speciale: la kermesse canora “Cuoricino d’oro” che da ben tredici anni si tiene a Luino, città turistica in provincia di Varese, sulle rive del Lago Maggiore.
Grande entusiasmo ha accolto i bambini, i genitori, il Maestro di canto, e le insegnanti Roberta Monaco e Tiziana Palombi, che hanno accompagnato il coro a Luino, nei giorni di sabato 9 e domenica 10 giugno.
Essere selezionati per la finale, con altri diciotto cori di giovani talenti provenienti da tutta Italia, non è certo stata una cosa da poco: un vero onore e grande gioia nell’essere tenuti a battesimo dall’affascinante e dolce madrina Maria Teresa Ruta, che ha presentato l’evento.
Dopo un viaggio in pullman di ben otto ore per raggiungere Luino e malgrado il tempo non molto clemente che ha minacciato costantemente la manifestazione con abbondanti acquazzoni, i bambini, con orgoglio e soddisfazione hanno conquistato un meritato quarto posto, con la commovente “Filastrocca ai nonni”, canzone scritta e musicata per loro dal Maestro Antonio Saverio.
“Grazie nonnini, grazie perché, bene più grande del vostro non c’è”: ecco il commovente ritornello che ha toccato i cuori di tutti, in particolare quelli della giuria tecnica che li ha selezionati, durante le varie esibizioni svoltesi all’interno dell’elegante Palazzo Verbania.
Il sostegno lodevole e l’entusiasmo dei genitori e delle maestre ha sempre sostenuto i giovani studenti e grande è stata la gioia quando il gruppo di Recanati è stato ufficialmente invitato dalla presentatrice Maria Teresa Ruta, a visitare il castello di sua proprietà, situato nel centro del paese. Il Castello Ruta è una dimora ristrutturata nel primo Novecento, che vanta il pregio di essere una delle abitazioni più antiche della rinomata cittadina di Luino ed è stata rilevata tre anni fa dalla conduttrice che l’ha voluta trasformare in un luogo aperto a tutti, dove gli eventi diventano favole.
Profumo di gelsomini, e di lavanda, atmosfera romantica sulle sponde del Lago Maggiore, stanze luminose ed eleganti, arredi antichi, spade, armature, arazzi: un vero luogo da sogno.
Vestita da splendida fatina, la Ruta ha ospitato i bambini nella sua affascinante dimora e ha catturato l’attenzione di tutti, raccontando una favola.
L’incontro al castello è stato l’occasione giusta per omaggiare la showgirl con un quadro di Beniaminio Gigli, per celebrare la memoria del celebre tenore recanatese.
E come in una bella favola, il tempo è volato via veloce, regalando comunque un inaspettato “happy end”: un legittimo quarto posto, conquistato con tanto impegno e tanta bravura!

Benedetta Grendene

“INCONTRIAMOCI TRA LE RIGHE”

“Incontriamoci tra le righe” è un evento culturale nazionale che permette l’incontro di autori, lettori, case editrici, istituzioni, giornalisti, operatori culturali per una intera giornata di festa. Al centro la “parola scritta” come strumento di conoscenza, condivisione e come trampolino di lancio per andare oltre….. per migliorarsi, per  migliorare il mondo…

Si svolgerà a Castelfidardo (Ancona) presso il KLASS HOTEL  domenica 21 ottobre 2012.

“Lavoricidi…dell’anima”

In un periodo di forte crisi economica che si traduce in un mercato del lavoro altamente precario e fluttuante, e’ certamente acuta l’intuizione della casa editrice recanatese “Comunication Project”, la quale ha scelto di pubblicare un singolare romanzo che, visti i tempi che corrono, si appresta a divenire un vero e proprio “caso letterario”.

Si tratta di “Lavoricidi”, romanzo cooperativo, straordinario esempio di “social writing”, perché scritto da ben quindici autori, quindici penne di giovani precari con età compresa dai 20 ai 40 anni.

Un romanzo collettivo con un notevole legame territoriale, visto che le storie sono tutte ambientate nelle nostre amate Marche e i personaggi si muovono tra Ancona, Macerata e Fermo.

Il debutto in società del romanzo è avvenuto ufficialmente sabato 5 maggio, durante la kermesse culturale “Macerata racconta”, occasione che ha visto protagonisti gli autori in Piazza Cesare Battisti.

Il libro è un po’ dramma, un po’ commedia e tanto grottesco, con una vena di comicità e tratta il delicato tema di un problema-tragedia: la mancanza del lavoro che umilia e aliena l’individuo.

Raccoglie testimonianze di vite reali vissute, in una lotta quotidiana per la classica “pagnotta di pane”, tramutata in letteratura.

“Lavoricidi” non è solo un libro, ma un vero e proprio percorso multimediale che non si ferma all’ultima pagina del libro, ma continua nel blog lavoricidi.wordpress.com e inoltre, con l’applicazione QR code, scaricabile tramite smartphone.

Le storie raccontate appartengono al nostro contesto e sono di grande attualità e modernità anche stilistica, visto che lo spunto è di carattere cinematografico e si ispira un po’ alla struttura filmica utilizzata dal regista e sceneggiatore statunitense Robert Bernard Altman.

Questi racconta storie parallele che poi inevitabilmente si incrociano, all’interno del loro microcosmo.

Benedetta Grendene

 

 

“Il gioiello nel fango”

Come esordio in questo splendido sito pubblicherò un piccolo brano tratto dal racconto “Il gioiello nel fango”, per un motivo singolare e preciso: in esso è racchiuso un piccolo particolare dedicato a Maria, piccola grande donna che, con la sua intelligenza e la sua umanità, riesce a illuminare il cammino di quanti hanno avuto, hanno e avranno la fortuna di conoscerla.

PREMESSA: Un’anziana donna orientale incontra un giornalista, in una circostanza del tutto casuale e inizia a raccontare alcuni episodi della sua vita, risalenti ai primi del novecento, quando era una piccola tharu, schiava a Kathmandu

BRANO:

Ascoltandola, provai una strana sensazione come se, per la prima volta, mi rendessi davvero conto di quante miserie il mondo sia spettatore apatico e indifferente.

Quella esile donna, non solo mi stava entrando nell’anima, ma riusciva a rimescolarmi la mente, dirottandola verso orizzonti finora ignorati.

Umilmente le dissi:

“Ho i brividi… ma dove è stato?”

“Vede, giovanotto… non deve rabbrividire. Il fato non crea gli avvenimenti a caso, esiste un disegno preciso; per poter assaporare una cosa bella è necessario attraversare gli ostacoli che il destino pone prima sul nostro cammino, per poi poterci ricompensare… ed io fui favorita dalla sorte, perché un giorno accadde una cosa speciale.

Ero stanca per le fatiche della giornata; verso sera, ero riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo per raggiungere il mio rifugio segreto, poco lontano dalla nostra casa, o meglio, poco lontano da quella che voi occidentali definireste capanna.

Lì, il mio corpo diventava più lieve, i dolori perdevano consistenza e la mente poteva volare libera verso quel cielo che vedevo così blu, che non poteva che contenere tante cose belle; quell’azzurro intenso era come un manto… e se tutte le anime si fossero levate in volo assieme, veloci e leggere, avrebbero potuto sollevarlo e svelarle, per la felicità di tutti coloro che si fossero guadagnati il privilegio di poterle vedere.

Quella sera, trovai una piccola conchiglia foderata di madreperla.

Quei tenui colori iridescenti, confusi e mescolati tra loro, erano i pensieri che l’universo racchiude sui segreti della vita, sugli arcani delle stelle che guidano i naviganti nel buio della notte, sui misteri del sole che scalda tutte le creature del mondo, senza distinzione… e potevano accogliere altri pensieri da altrettante anime meritevoli, che aggiungendo nuove sfumature di colore si sarebbero annodati in un unico insieme, in quella cellula di cosmo.

La raccolsi timorosa e incredula; a ripensarci ora, non ricordo se il mio cuore prese ad accelerare per l’emozione o se rallentò i suoi battiti, tanto ero stordita e felice.

Confezionai un nastrino sfilacciando una foglia di granoturco, ci infilai la conchiglia che aveva un piccolo foro da una parte e la misi al collo, così l’avrei conservata calda sul cuore.

“Come ci sarà finita…” pensai, è infatti strano averla trovata in quei luoghi; chissà, forse qualcuno l’aveva persa e il destino aveva scelto me per ritrovarla.

Era un gioiello prezioso, degno di una regina, ed ero io quella regina che aveva avuto l’onore di possederlo!

Sì, il destino doveva ritenermi proprio un’anima degna.”

La guardai; la sua semplicità e il suo candore erano rimasti intatti. Provai a immaginare quella bambina che affidava la sua anima a una conchiglia per trovare la forza di liberare le sue sofferenze, per non restarne schiacciata, una bambina che per riuscire ad accettare la vita dava forma e sostanza ad avvenimenti favorevoli e spirituali di cui non v’era ombra, se non nella sua mente.

Sembrò percepire quel mio pensiero.

Un attimo tacque, poi sorridendo disse – “Ma la nostra mente gravita nell’universo, da esso attinge energia… e i nostri pensieri smuovono l’universo!” – poi riprese quel suo raccontare così sereno e pacato che incredibilmente, nonostante tutto, trasmetteva un senso di pace.

 tratto dal libro “Singletudine” di Cinzia Ricci   edizioni Controvento

Intervista a LORETTA MARCON a cura di Maria Lampa

 

Loretta Marcon

Vive a Padova. Laureata in pedagogia e filosofia, ha conseguito il Magistero in Scienze Religiose.

Da quindici anni si occupa di studiare il pensiero filosofico leopardiano.

Ha scritto diversi saggi e numerosi articoli in merito, pubblicati in riviste del settore.

Attualmente collabora con l’Università di Padova nella facoltà di Scienze della Formazione, e con il Centro Studi filosofici di Gallarate.

 Le sue pubblicazioni:

La crisi della ragione moderna in G. Leopardi. (ora in seconda edizione on-line su

www.philobook.com)

“Vita” e “Esistenza” nello Zibaldone di G. Leopardi                   Edizioni Stango

Giobbe e Leopardi. La notte oscura dell’anima.                          Edizioni Guida

Qohelet e Leopardi. L’infinita vanità del tutto.                            Edizioni Guida

Kant e Leopardi. Saggi.                                                              Edizioni Guida

Leopardi in blog. Testi, pretesti e attualizzazioni in 100 post.      Edizioni Cleup

 Domande:

Quando e come nasce la sua passione filosofica e quindi la scelta di studiare il pensiero leopardiano?

Fin da piccola  ho amato la letteratura al di sopra di ogni cosa; i libri erano i miei amici e i giochi preferiti. Crescendo ho capito che studiare intorno ai problemi esistenziali che ognuno di noi si pone era un qualcosa verso cui la mia anima era inclinata in modo naturale.

La passione per Giacomo Leopardi, nata quasi improvvisamente, è impossibile da spiegare in modo razionale, ma cercando nella mente una data potrei forse ricordare l’inizio del mio percorso leopardiano e qualche particolare pagina che ha acceso in me la “fiammella”. Però, come ho già avuto modo di dire e citando Giacomo, “qui si spengono tutti i lumi”. con

 Lei sottolinea e fa emergere del pensiero leopardiano l’attualità nelle sue riflessioni poetiche e in prosa. Questa particolarità non era mai stata evidenziata?

Leopardi è ricordato il più delle volte secondo schemi presentati da Manuali più o meno “aperti” alle diverse prospettive che il pensiero leopardiano offre.

Si dimentica che Leopardi è prima di tutto un uomo, un uomo che ha osservato con attenzione tutti i diversi aspetti della vita umana.

 Nonostante tanti anni ci separino da lui, appena ci addentriamo un po’ nel suo pensiero facilmente ne verifichiamo l’attualità, tanto che qualche pagina sembra scritta per il mondo di oggi. 

Quali i messaggi che riscontra maggiormente attuali, descritti nelle varie opere?

Essenzialmente i pensieri sull’uomo e la tensione alla felicità, quello stato di perfezione che per l’essere finito è sempre irraggiungibile.

Però la saggezza leopardiana raccomanda allora di accontentarsi delle piccole cose, “dei piccoli fini della giornata”.

Interessanti sono anche le riflessioni sui difetti che caratterizzano spesso uomini e società, quali ad esempio l’egoismo.

 Leopardi in blog” è un titolo molto eloquente e moderno. Cosa raccoglie in questo volume e da quale esigenza nasce il titolo?

La passione per Giacomo Leopardi e il desiderio di portare anche ad altri il sapore della mia “scoperta” di tanti anni fa, mi ha fatto cercare una strada diversa e senz’altro più “leggera” del saggio.

E’ una strada che credo rappresenti una opportunità interessante di divulgazione. Qualche anno fa ho creato un blog intitolato a Leopardi, un luogo che chiamo “giardino” in cui racconto con lo stile colloquiale di una conversazione episodi biografici poco noti e propongo l’attualità del pensiero leopardiano prendendo spunto dal mio quotidiano.

Una specie di Zibaldone personale che ho pensato di portare sulla carta stampata  per proporlo non solo a giovani studenti ma anche a coloro che  non leggono abitualmente saggi ma ricordano e amano il poeta dell’Infinito conosciuto, fin dai tempi della scuola, solo come il teorizzatore della “natura matrigna”.

Lei in tutte le occasioni esprime un rapporto amichevole e confidenziale chiamando il poeta con il solo nome Giacomo. Questo rapporto facilita lo studio del suo pensiero o rischia di essere condizionata da tanta passione?

Ormai da tanti anni si può dire che io vivo con Giacomo.

La frequentazione assidua ed esclusiva ha fatto sì che egli divenisse quasi uno di famiglia. Il tempo e lo spazio si annullano totalmente quando sono immersa nello studio e nella scrittura.

Riconosco che il coinvolgimento totale può portare all’interno il “pericolo” di un condizionamento e forse a volte questo è inevitabile.

Credo che la vera passione debba convivere con la razionalità (ragioni del cuore e ragioni della mente secondo Pascal ma anche secondo Leopardi) anche se l’amore può a volte prendere il sopravvento ma questo non credo sia negativo anzi! Può fornire invece quel “colpo d’occhio” di cui parla Leopardi che consente di imboccare strade nuove e impensate.

Ritiene che autorevoli scrittori, poeti e filosofi non siano sufficientemente  studiati e approfonditi e quindi parzialmente conosciuti e apprezzati meno del meritato?

Lo credo infatti. Personalmente con questa mia esperienza mi sono resa conto di quanta strada tutti noi dovremmo percorrere per poter dire di conoscere un autore.

Non si può affermare di “possederlo” davvero se non si è  sondata prima la sua umanità. Ecco: credo sia questo che forse manca. Capire che prima dell’Opera è necessario conoscere l’uomo.

D’altronde, per dirla con Leopardi, “Né il titolo di filosofo né verun altro simile è tale che l’uomo se ne debba pregiare, nemmeno fra se stesso. L’unico titolo conveniente all’uomo,  e del quale egli s’avrebbe a pregiare si è quello di uomo”.

Cosa dovrebbe fare la scuola per motivare ulteriormente i ragazzi alla conoscenza e alimentare la passione nella ricerca del pensiero espresso tra le righe?

Credo che il metodo più stimolante sia quello di presentare un Autore avvicinandolo prima come uomo e come amico.

Quando poi si spiegheranno le Opere queste risulteranno più comprensibili giacché nessuna di esse, men che meno la più difficile, può considerarsi avulsa dal suo Autore.

E’ ovvio che un insegnante dovendo proporre tanti autori non potrebbe mai dedicare anni ad ognuno di essi. Tuttavia credo sia utile ricordare che presentare un Autore secondo questa modalità accende nei ragazzi quella sana curiosità che stimola l’attenzione e il desiderio di approfondire attraverso ulteriori ricerche. Ecco che chi ha scritto quelle pagine diventa uno di noi, come noi ha osservato, ha pensato e quindi ha scritto.

Nei suoi progetti di studio, di quale altro Personaggio sta analizzando il pensiero filosofico?

Durante il mio percorso leopardiano ho “ritrovato” diversi filosofi come Rousseau, Pascal e Kant.

Soprattutto di quest’ultimo ho analizzato degli aspetti che mi richiamavano, direi in modo naturale, qualche riflessione leopardiana. Giacomo non conosceva il filosofo tedesco e si allineava in questo modo al panorama culturale italiano del tempo.

Tuttavia mi è parso interessante avvicinare, con le ovvie diversità, certi particolari pensieri  dei due come ad esempio quello sulla felicità e sul limite della conoscenza. Come ho trovato importante ricordare l’educazione, soprattutto religiosa e simile nella severità, che ambedue ricevettero e che senz’altro ha lasciato il segno nelle Opere della maturità.

A quale tipo di riconoscimento aspira per le sue molteplici pubblicazioni?

Mi ritengo una persona fortunata per aver scoperto che un’amicizia può davvero oltrepassare le barriere del tempo e dello spazio.

Pensare le stesse cose, provare le medesime sensazioni e ritrovarle lì, scritte in chiaro, quasi un invito per essere “ridate”, attualizzate in un tempo che sempre meno sembra riuscire trovare, all’interno della parola scritta, la propria luce, attirato dai luccicori trasparenti e immediati dei moderni mezzi di comunicazione. Mai ho provato, in modo così tangibile, il toccare e il “sentire” l’umanità di un autore, un’emozione molto forte unita a quel pudore che si prova di fronte a un Grande.

Quel sentimento che sopravviene insieme alla consapevolezza della propria indegnità.

Il percorso insieme a Giacomo mi ha dato e mi dà tantissimo. Come diceva De Sanctis, leggendo Leopardi, ci si sente “racconsolati”.

Non è questo il premio più ambito? Un desiderio? Sapere che con i miei scritti altri si sono sentiti  coinvolti in quella che mi piace sempre chiamare “scoperta”.

Quanto è importante scrivere i propri pensieri, considerazioni, ideali, sogni, convinzioni, perché altri in futuro possano condividere?

L’amore per la scrittura fa sì che si senta quasi il bisogno di toccare una pagina ricercando forse inconsciamente le sensazioni dell’autore che la scrisse, di percepire l’odore della carta e della stampa che emanano (per quanto mi riguarda) soprattutto dai libri antichi.

Sensazioni che trasportano l’anima all’interno del libro stesso e soddisfano  bisogni che nel reale solo difficilmente possono trovare appagamento.

Il libro, scrigno del pensiero scritto, non è solo luogo di conoscenza, è l’amico silenzioso ed eloquente, è l’insegnamento morale, è l’idea, ma è anche il viaggio, il sogno, la “stanza” segreta ove ritrovarci con noi stessi e con un interlocutore invisibile.

Non bisogna dimenticare che la parola scritta non è solo informazione - poiché informa su fatti, cose e avvenimenti – ma è anche espressione perché l’uomo che scrive, proprio come colui che parla, si esprime, dice qualcosa di sé e quindi mette in moto qualcosa del suo essere, rischia l’uscita da sé, espone la sua interiorità anche quando racconta una storia.

Solo grazie alle pagine di un autore (nel mio caso di Leopardi), prezioso pensiero scritto, in particolare grazie alla sua espressione (nel senso in cui ho detto prima cioè l’esporre la propria interiorità) noi possiamo conoscere oggi il suo animo e la sua mente: riflessioni, pensieri e  sogni di Giacomo sono lì per  parlare all’uomo di ogni tempo.

 Ha mai pensato di scrivere qualcosa di suo, che non sia uno studio di altri autori?

Un’esperienza poetica è rappresentata dal mio “Scheletri di stelle” (Cleup, Padova 2007).

Una piccola raccolta di versi che ho pubblicato dopo averli rivisitati come si conviene.

Poi ho ancora qualcosa nel cassetto, pagine scritte tanti anni fa quando ancora non camminavo con Giacomo.

Mi piace “raccontare” e non è escluso che dopo la pubblicazione del mio ultimo lavoro leopardiano non riprenda quelle carte per completarle.

 

Intervista ad ALDO GRASSINI a cura di Maria Lampa

ALDO GRASSINI.

Laureato in filosofia all’università di Bologna, ha insegnato per moltissimi anni Storia e Filosofia nelle scuole superiori.

Fondatore insieme a Daniela Bottegoni del Museo Tattile Omero di Ancona.

Fondatore dell’associazione “Amici della lirica”.

 Uno dei fondatori del Tribunale per i Diritti del Malato di Ancona.

Ha partecipato attivamente alla vita politica della città ricoprendo la carica di Consigliere per tre mandati.

Da 40 anni si occupa dei non vedenti e nell’ambito della Unione Italiana Ciechi ha ricoperto anche cariche a livello nazionale.

Attualmente è Presidente della Unione It. Ciechi della Provincia di Ancona ed è membro del Comitato di Direzione del Museo Omero.

Impegnato sin dall’adolescenza nel movimento esperantista, è stato tra l’altro Presidente della Federazione Esperantista Italiana e Presidente della Lega Internazionale dei Ciechi Esperantisti.

Innumerevoli sono le pubblicazioni in  giornali e riviste specializzate.

 Domande:

Leggere la sua biografia fa riflettere per le numerose iniziative e ruoli ricoperti nei vari ambiti.

Questo significa che un handicap fisico come la cecità non può fermare l’entusiasmo e non riduce le possibilità di impegnarsi socialmente in modo attivo e da protagonista?

E’ proprio così. L’intelligenza e la volontà, quando si sostengono a vicenda, possono raggiungere traguardi impensati.

 ”Handicap” significa svantaggio, ma se ci sono gli ausili tecnici e l’aiuto umano capaci di abbattere gli ostacoli frapposti dalla minorazione, un disabile, nei limiti di certi àmbiti, è una persona uguale agli altri. A questo punto, tenacia e spirito di sacrificio possono fare miracoli!

Ma il grimaldello capace di scardinare le porte dell’emarginazione ha un nome solo: si chiama “istruzione”. L’istruzione è importante per ogni essere umano, ma un portatore di handicap  senza istruzione è disabile due volte.    

Il Museo Tattile Omero nasce da una sua necessità di conoscere l’arte, considerata patrimonio della umanità intera senza esclusione di nessuno?

 Certamente. La fruizione dell’arte è gioia, è il piacere delle cose belle ed ogni essere umano ne ha diritto. Ma l’arte è anche cultura e la cultura è il fondamento di ogni possibile integrazione sociale. Per il cieco l’accesso all’arte è una delle vie maestre che lo conducono ad una piena partecipazione alla vita del suo ambiente sociale. 

 Il miglior modo per i non vedenti è toccare l’arte per conoscerla ed emozionarsi?

Noi “vediamo” con le mani, ma purtroppo esiste un tabù per il quale il toccare è come profanare le cose sacre.

La prima cosa che si insegna ad un bambino è che deve guardare e non toccare. Ma in questo modo si toglie agli uomini uno degli strumenti di conoscenza che la natura ha dato e si toglie ai ciechi la possibilità di “vedere”.

La sacrosanta esigenza di salvaguardare dal degrado i beni culturali non può e non deve negare ad alcuni esseri umani, i ciechi, il diritto alla loro fruizione.

 Bisogna trovare un giusto equilibrio tra il divieto ed il diritto.  

Le polemiche, le lamentele, le disapprovazioni non sono sufficienti a modificare lo stato delle cose.

Come si può stimolare gli uomini a diventare invece positivi e propositivi facendo denunce, offrendo idee e proponendo soluzioni, come ha fatto Lei per il Museo Omero e non solo?

 Le polemiche sterili sono inutili; le denunce puntuali mettono a fuoco i problemi e sono il punto di partenza per la ricerca delle soluzioni.

Poi, certo, ci vogliono le proposte che devono guardare alla soluzione del problema, muovendo però dalla realtà delle condizioni.

La lingua ESPERANTO è una utopia o una piccola realtà in cammino? Quanto siamo distanti dalla amicizia fra i popoli,  dal rispetto delle diversità, dall’avere una comune vocazione di pace?

La conquista di questi valori è ancora lontana, ma gli uomini che credono in essi, non possono arrendersi: questi valori sono il sale della vita. E che cosa sarebbe la nostra vita se non avessimo questi compagni di cammino?

L’esperanto è  una lingua ed un sistema di valori.

Riuscirà un giorno ad unire tutti i popoli e tutte le culture sotto un comune ideale di fratellanza e di amicizia universale? Io non lo so, ma so che già oggi e da oltre un secolo ci sono alcuni milioni di persone che in tutto il mondo si parlano, si scrivono, si incontrano in spirito di amicizia grazie a questa lingua facile  e neutrale che appartiene a tutti e rispetta tutte le identità culturali e linguistiche senza prevaricare.    

Un proverbio dice che “il bisogno aguzza l’ingegno” e in questo senso le persone che hanno delle difficoltà tendono ad essere più fantasiose e trovano soluzioni e strategie geniali per ovviare ai piccoli e grandi inconvenienti.

Quanto viene compreso, stimolati, ascoltato  e tenuto in considerazione concreta dalla società questo  che è un Valore?

 La vita è difficile per tutti. Figuriamoci per un disabile! Ma ci vuole pazienza e bisogna saper vedere il bicchiere mezzo pieno. Così è possibile incontrare anche  felici sorprese.

Quanta gente insensibile e ottusa! Ma ce ne è anche tanta capace di capire e condividere. Bisogna saperla riconoscere!    

 Le istituzioni chiedono suggerimenti a coloro che sono in difficoltà per poi avvalersene nella realizzazione pratica di soluzioni?

 Ciò accade raramente. In genere le Istituzioni sanno che cosa devono fare, ma spesso mancano i mezzi o si preferisce usarli per altre cose!

 Nelle scuole, quale filosofia di vita occorre adottare per avere degli ottimi risultati e formare i ragazzi e farli diventare Grandi uomini?

 Purtroppo in Italia si è fatto il possibile per togliere alla scuola prestigio e autorevolezza. Ora la si sta distruggendo anche dal punto di vista strutturale.

 Che cosa potrà insegnare ai nostri giovani una scuola disastrata? La nuova scuola tende a sviluppare abilità tecniche anzichè curare le coscienze ed i cervelli. I genitori hanno rinunciato ad educare i propri figli. La scuola non ha più l’autorevolezza.

Da chi saranno educati i nostri ragazzi? Dai loro miti della musica e dello sport? Dalla tv che è attenta solo a tutto ciò che è eccessivo? 

 La diversità  ritiene che sia un  concetto universalmente accettato come sinonimo di ricchezza, o viene usata in maniera negativa per privilegiare qualcuno a svantaggio di altri?

 Questa domanda propone i termini di una lotta sotterranea, ma non tanto, che caratterizza la politica, le relazioni sociali, i rapporti umani. Il risultato di questa lotta sarà il mondo di domani. Ma la realtà non è mai nera o bianca ed i progressi sono sempre lenti e contraddittori. Io credo che un progresso c’è stato nell’età moderna, nonostante tutto, e spero che continuerà per il futuro.  

 Lei ha scritto tanti articoli, offrendo ai lettori la sua testimonianza, le sue idee e le sue proposte perché le parole volano ma le frasi scritte restano.

La cultura scritta è anch’essa patrimonio della Umanità tutta.

Secondo Lei l’editoria italiana quanto è sensibile  all’uso di strumenti informatici per comunicare e informare i non vedenti?

 L’informatica per i non vedenti ha determinato un’autentica rivoluzione copernicana aprendo prospettive inimmaginabili. Tuttavia, ancora c’è tanto da fare, ma la strada è aperta e l’indirizzo è segnato.

Se poi la domanda si riferisce alla disponibilità delle case editrici a consentire l’uso da parte dei ciechi dei loro testi in formato elettronico, si può parlare di un muro di gomma e spesso si tratta anche di gomma molto dura!   

Qual è il suo più grande sogno e desiderio  per una società di domani migliore di quella attuale?

E’ il sogno di una società veramente democratica, e per me democrazia significa libertà, uguaglianza, giustizia, rispetto, solidarietà per chi soffre, amore per tutti gli esseri umani.

 Queste cose le ha già dette qualcuno duemila anni fa e l’hanno messo in croce. Dopo di allora quanti uomini sono stati messi in croce per aver detto le stesse cose! Eppure quella voce è ancora viva e risuona nelle nostre coscienze tanto più forte quanto più stridente è la contraddizione della realtà.

E’ un buon segno!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

intervista a VINCENZO (Enzo) Di VERA a cura di Maria Lampa

 

Vincenzo Di Vera

Nato a Schio il 7/2/49 attualmente vive a Padova

Laurea in Psicologia dello Sport (La Jolla University – San Diego CA). 

Master in Programmazione Neurolinguistica.

Iscritto al Master Counseling, Aspic Milano.

Inizia come grafico occupandosi di stampa e comunicazione prima in aziende editoriali e grafiche poi in agenzia pubblicitaria e successivamente con un proprio studio (Jonathan snc) maturando un’esperienza ventennale nel campo della stampa e della comunicazione.

Già amministratore delegato della casa editrice Edithink srl.

Ex atleta agonista ed istruttore di arti marziali.

 E’ Consulente di Direzione e Formazione in Programmi di Gestione Produttiva dello Stress, Motivazione, Comunicazione, Team Building, Team Work, Leadership, Coaching aziendale.

Collaboratore free-lance dellostudio Eupragmadi Udine.

 Trainer di Seminari di Peak Performance per prestazioni sportive di alto livello.

Cura la preparazione psicologica degli atleti della Nazionale della Federazione Italiana Sci Nautico. Fa parte dello Staff Tecnico della Nazionale della Federazione Italiana Triathlon.

Personal Trainer di atleti e allenatori a livello nazionale ed internazionale, segue con programmi specifici e interventi di Coaching atleti, squadre e allenatori di varie discipline sportive (Pallavolo, Vela, Arti Marziali, Sci Nautico, Triathlon, Subacquei, ecc.).

 E’ Consulente e Trainer di percorsi di Sviluppo Personale.

Socio Fondatore ed ex-Presidente di Progetto Tre&Sessanta, Associazione Culturale

Domande

Lei svolge diverse attività in contesti differenti per tirar fuori il meglio da chiunque.

Il suo è un ruolo di stimolatore ovunque?

“Stimolatore” non è un termine che mi piace tantissimo: mi dà l’impressione di essere qualcosa di “meccanico” che interviene per eccitare artificialmente la persona. Sono convinto invece che ognuno di noi è artefice del proprio successo e quindi preferisco quella di “facilitatore di processo” che permette all’individuo l’ottimizzazione delle sue risorse psicofisiche interne ed esterne quali la definizione degli obiettivi, la modulazione dell’attivazione fisiologica, il controllo delle immagini, la gestione dello stress, la focalizzazione dell’attenzione, il controllo dei pensieri e del dialogo interno, unita alla capacità di comunicare in maniera efficace per gestire le relazioni e far fronte a fenomeni conflittuali (interni o esterni) che altererebbero l’equilibrio dinamico del sistema, ricercando le reali motivazioni all’azione personale, professionale ed organizzativa. Tutto ciò significa permettere consequenzialmente l’innalzamento della prestazione (il fare) e dell’individualità (l’essere) cioè l’autoimmagine complessiva, la centratura che ognuno ha di sé.

 Cosa significa scoprire “il campione che è in te” per la persona che si accinge ad una prestazione sportiva?

Cercare qual è la Differenza che fa la Differenza!

Professionisti o Dilettanti molti sono gli atleti che, a vari livelli e con variegate personalità, cercano attraverso lo sport di esprimere al meglio le loro caratteristiche personologiche sia nel fare che nell’essere.

Alcuni di essi emergono dalla massa perché sono dei campioni, coloro che hanno il gusto dell’agonismo, della combattività e in possesso di valori quali lealtà, umiltà, coraggio, ma anche del divertimento e del piacere di allenarsi, da soli o in gruppo, che hanno chiaro il motivo per cui fanno sport, che si sentono liberi e spontanei, consapevoli anche di rappresentare un modello, che promuovono la loro disciplina onorando il campo di gara oltre che con le loro abilità tecnico-tattiche anche con il loro istinto, il loro temperamento, il loro carattere: vincenti sempre anche se non sempre vincitori. Fortemente convinti che i buoni risultati sono il frutto di un’eccellente prestazione (e preparazione) ed è qui che indirizzano il loro impegno accedendo a stati di risorsa interni, al loro Campione Interiore.

Altri si distinguono perché costantemente alla ricerca del solo risultato, del punteggio, del podio e di tutto quello che esso rappresenta per loro, costi quel che costi. Per i più di loro il risultato, scopo ultimo del proprio impegno agonistico, diventa fonte di ansie e preoccupazioni per l’incertezza che ne deriva nel tentativo di dominare ciò che non può essere certo, sicuro e sotto il loro completo controllo.

Altri ancora per la loro prestanza e potenza fisica.

Alcuni sono delle meteore che appaiono e poi altrettanto velocemente scompaiono.

Molti non emergono mai.

Ma, al di là del risultato e del successo sportivo, dentro ognuno di noi, che prima di essere atleta è persona, si agita un Campione: magari non un Campione Sportivo ma un Campione Umano mio compito é quindi cercare di capire e scoprire se quel “Campione interiore” è assopito, nel qual caso occorre “svegliarlo” e allenarlo, o se è attivo nel qual caso non dobbiamo smettere di allenarlo!

 Quali sono le maggiori difficoltà che incontra la figura dello psicologo nell’ambito sportivo?

Qualche anno fa in una intervista televisiva a un C.T. della nazionale di calcio fu chiesto se non ritenesse utile l’intervento dello psicologo. Lui rispose con fare sorpreso (forse anche per fare una battuta) che “non era mica matto”! 

Al di là della battuta, quanta confusione e scarsa conoscenza esiste nel mondo sportivo (e non) in merito a quale compito spetti ad uno psicologo sportivo e di cosa si occupi invece uno psicologo clinico piuttosto che uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Quanta diffidenza è presente in molti tecnici e dirigenti nei confronti dello psicologo sportivo anche ad altissimi livelli nel mondo dello sport: quasi fosse lo “stregone” dei nostri tempi. Quanta poca cultura in materia di gestione delle risorse umane!

Sono questi a mio avviso gli scogli più duri da superare: l’ignoranza e il pregiudizio.

 In che misura la componente  psicologica incide sulla prestazione sportiva e di vita?

Una domanda, questa, che emerge spesso e io la definisco complessa. E vediamo perché. Ci sono di sicuro molte variabili che riguardano la Preparazione Atletica, le Metodologie di Allenamento, l’Integrità fisica, la Motivazione e gli Aspetti Psicologici, l’Organizzazione e poi l’Ambiente, il Tecnico e così via ma non sempre sono chiari la ricetta e gli ingredienti che compongono il menù, il mix qualitativo e quantitativo che porta al successo sportivo. Idem per quello personale e professionale fatte le debite considerazioni.

Per usare una metafora piuttosto che chiedere al “cuoco” gli ingredienti per la ricetta del Successo, e quindi  le giuste proporzioni e misure, tempi di cottura e preparazione, chiederei al “dietologo” la quantità e il giusto peso di “carboidrati, lipidi e proteine” per quella persona ovvero la “dieta” personalizzata per quell’atleta (persona, professionista) fatto salvo comunque che non possiamo eliminare uno dei tre elementi essenziali alla “nutrizione”.

Il tentativo di queste riflessioni è quello di fornire un quadro di riferimento integrato relativamente alla cosiddetta Peak Performance (fisico-atletico / tecnico-tattico / psicologico) ovvero la Prestazione di Eccellenza in ambito agonistico-sportivo (o personale/professionale). Si tratta di individuare quali sono modelli strutturali, strategie, metodologie, azioni comportamentali e quant’altro utile al raggiungimento del risultato e cosa distingue il Grande Campione dal Vincitore Occasionale piuttosto che dall’Eterno Secondo o dal Perdente. In altri termini spostiamo l’attenzione non già sul Vincere “tout-court” piuttosto che sulla struttura del Vincente e se tale condizione sia apprendibile e riproducibile e come; quali gli ostacoli e difficoltà; quali i pre-requisiti che facilitano tale condizione e soprattutto quali figure sono di appoggio e facilitatori di tale processo.

Si ritorna invero al quesito di partenza delle riflessioni precedenti: “Qual è la differenza che fa la differenza?”

 Cosa intende dire quando afferma che all’interno di ogni persona c’è il  proprio “campione interiore”?

Proviamo intanto a definire un presupposto generale ovvero cosa é e chi é un Campione.

Primo: essere Campione non vuol dire vincere sempre ma piuttosto dare il massimo per raggiungere il Successo e saper gestire come opportunità di crescita il Successo stesso e l’eventuale Insuccesso.

Secondo: essere Campioni nello Sport per esserlo anche nella Quotidianità.

Terzo: essere Campione vuol dire essere responsabile del proprio lavoro per raggiungere obiettivi prefissati.

Quarto: essere Campione vuol dire essere consapevole di poter essere modello di riferimento per qualcuno.

Quinto: essere Campione vuol dire essere Leader di se stessi nell’Impresa che si è consapevolmente scelto.

Questo il presupposto di partenza, un lavoro armonico e assertivo di un atleta che si cimenta in imprese sportive in un processo di crescita personale e professionale.

Se ammiriamo una delle immagini simbolo dello sport, il Discobolo di Mirone, possiamo notare che ci propone un equilibrio di armonia, forza, bellezza e azione (tecnica) ovvero gli elementi essenziali e fondamentali di un Campione.

Ma Armonia, Forza, Bellezza e Azione sono proprie dell’Essere Umano: guardiamo un bambino (ogni bambino) e tutte queste qualità le troviamo con naturalezza.

Fin dall’inizio dà sempre il massimo per raggiungere il Successo (la sua Crescita) e impara costantemente dagli Insuccessi; quotidianamente si impegna in prove per lui ciclopiche; nella sua quotidianità è teso verso i suoi obiettivi; cattura l’attenzione del suo ambiente; sceglie e forma il suo carattere.

Peccato che a volte un ambiente troppo “forte” gli impedisce di continuare a esercitare quel Campione: ma questa energia è comunque dentro ognuno di noi e se riusciamo a risvegliarla potremo anche cimentarci nelle imprese che la vita ci propone con coraggio e determinazione.

Cosa significa, in termini pratici, mettersi in contatto con questa dimensione interiore e quali reazioni produce?

Rispondo con ciò che, la letteratura dello sport, definendo gli orientamenti psicologici del Vincente,  ovvero “Come fa a vincere l’atleta che vince?”,  dice nella pratica cosa possedere per fare ed essere Vincente. Ovviamente tutto ciò vale anche per la persona che non calca i campi di gara e cerca “semplicemente” il benessere.

  1. E’ self centered, cioè non ha eccessivo bisogno dell’approvazione altrui.
  2. E’ costantemente orientato al presente, cioè attento a ciò che sta facendo. E’ consapevole che il successo e la conseguenza diretta di una buona esecuzione.
  3. Ha buona stima di sé e si aspetta di riuscire.
  4. Possiede buone capacità di analisi. E’ obiettivo rispetto alle sue possibilità attuali e alla situazione che affronta prefiggendosi mete realistiche.
  5. Considera le situazioni avverse come facenti parte della realtà ed è in grado di apportare rapidamente modifiche al programma in funzione della situazione che cambia.
  6. Considera la competizione stimolante e divertente.
  7. E’ in grado di selezionare stimoli “rilevanti” rispetto ai non rilevanti.
  8. Ricerca il successo.
  9. Sa attendere e non “tira le somme” prima che la competizione sia terminata.
  10. Sa mettere a frutto sia il successo che l’insuccesso.

 Trasformare l’intangibile in tangibile ovvero in risorse personali spendibili nell’agone sportivo e non sportivo, è ciò che produce il mettersi in contatto con questa dimensione dove si è consapevoli che è lo “sforzo” in più che distingue il campione dall’atleta medio.

I Campioni dello Sport affermano che nei momenti di Prestazione di Eccellenza avvertono sensazioni e percezioni particolari cosi definite:

  • Chiara premonizione del successo
  • La vita quotidiana è relegata sullo sfondo
  • La concentrazione sull’impegno del momento è intensa
  • I gesti vengono anticipati prima che si verifichino
  • Si avverte un senso di potere
  • Ci si dimentica di se stessi
  • Si prova gioia ed estasi come emozione perfetta

In tutta la sua attività di Formatore Lei verte a rinforzare l’uso del pensiero positivo.

Quanto ritiene che incida la positività e l’ottimismo nella possibilità di realizzare obiettivi?

Mi permetto di rispondere con una serie di “Regole” che uso e permettono un pensiero performante (più che riduttivamente positivo: cioè non semplicemente pensare alle cose che vanno sempre bene ma come agire quando non vanno bene e come mantenere lo stato quando funzionano) e che nella mia esperienza hanno funzionato tanto in campo sportivo, che professionale e personale. Martin Seligman, nel suo “Imparare l’Ottimismo”, descrive molto bene tale processo.

 OCCUPATI, SENZA PREOCCUPARTI
Fai, agisci, impegnati, metti in pratica, occupati dell’azione progettata e studiata.

Pre-occuparsi significa farsi una visone futura catastrofica e quindi avere timore che accada. Questo genera ansia e innesca profezie auto-avveranti.

 PENSA ANALITICAMENTE
Fai un analisi di ciò che è successo, osserva il processo di quanto accaduto senza giudizi (colpe, collegamenti strani, attribuzioni di significato, …) . Identifica chiaramente cosa hai fatto giusto e cosa sbagliato e fermati li. Pensa ad un piano di soluzione per ciò che devi migliorare e riconosci ciò che ha funzionato .

 I PUNTI FORTI PRIMA DI TUTTO

Quando fai un’analisi critica tra i tuoi punti deboli e quelli forti fai in modo che siano i punti di forza a rimanerti impressi.
I punti deboli (o quelli forti dei tuoi avversari) sono i tuoi obiettivi, le tue aree di miglioramento, quindi i tuoi potenziali punti di forza futuri.

ATTRIBUISCITI I MERITI DELLA VITTORIA
Quando vinci non è un caso. La vittoria è frutto delle tue abilità e del tuo impegno.

 FAI ANDARE IL PILOTA AUTOMATICO
Fidati di te e della tua esperienza: elabora di meno i pensieri con il dialogo interno e lascia che le cose accadano.

 L’INSUCESSO E’ MOMENTANEO
Se si verifica un insuccesso è soltanto momentaneo e non permanente: domani posso riuscire in ciò che oggi non ha funzionato.

 IL SUCCESSO E’ PERMANENTE
Quando il successo arriva pensa a farlo divenire permanente: ciò significa che puoi riuscirci ancora. Il Successo genera Successo.

 CIO’ CHE VA MALE NON E’ PERVASIVO

Se qualcosa non va in un contesto lascialo in quel contesto: non spalmarlo in tutti gli altri contesti e ambienti.

 CIO’ CHE VA BENE E’ PERVASIVO

Pensa ai successi che hai nei vari ambiti della tua vita e ricordatene quando sei agonisticamente impegnato.

 NON PERSONALIZZARE L’ERRORE

Riconoscilo e correggilo, ma non pensare che sia colpa tua.

 PERSONALIZZA IL SUCCESSO

Riconosciti sempre i meriti del successo, anche di piccole cose.

 COSTANTEMENTE PRESENTE

Ogni sera addormentati con il tuo obiettivo in testa e progetta la vittoria; ogni giorno risvegliati con il tuo obiettivo in testa e agisci come se l’avessi già raggiunto.

Il miglioramento della qualità della vita, in ogni ambito, da cosa dipende? Quali sono gli elementi, valori o risorse su cui far leva?

Una domanda da poco questa! Mia personale convinzione e che dobbiamo puntare su quella che io chiamo la Cultura dell’Essere.

Essere è affermare la propria presenza con la consapevolezza di poter agire in qualche modo una propria personale volontà: un presupposto, uno scopo, un obiettivo per potersi mettere in gioco, negoziare, condividere per raggiungere poi un benessere personale e professionale o di una organizzazione.

E’ la Cultura che prevede un percorso di crescita ed evoluzione dell’individuo e del suo ambiente il cui motivo d’azione non è il raggiungimento dell’obiettivo in sé ma il tragitto che egli compie per realizzarlo e che nel suo divenire affronta attraverso un viaggio di ricerca che partendo dal Sapere, in un continuum temporale dallo stato presente allo stato desiderato, lo porta all’Essere.

La scoperta consapevole prevede delle tappe:

  • il potere dell’Apprendimento: dal Sapere al Fare, perché è il sapere che permette il fare;
  • la ricerca dell’Eccellenza: dal Fare al Saper Fare, perché il fare rende abili;
  • il significato dell’Esempio: dal Saper Fare al Saper Far Fare, perché l’abilità si può trasmettere;
  • il valore dell’Autostima: dal Saper Far Fare all’Essere, perché ciò che si passa ci fa riconoscere;
  • il desiderio dell’Autoconsenso: dall’Essere al Saper Essere, perché l’essere riconosciuto ci da benessere soggettivo e ci rende consapevoli di chi siamo veramente!

E una volta consapevole l’uomo si accorge di… non sapere ancora nulla.

E allora? Si riparte! Perché il Percorso di Formazione Culturale dell’Essere, per dirla con Enzo Spaltro, è permanentemente orientato nella ricerca del Ben-Essere soggettivo e diffuso e nella promessa e nella speranza futura anche di Bell-Essere, la bellezza di essere. Dall’etica all’estetica.

Implicitamente questo vuol anche dire che è più complesso e faticoso vivere nel benessere che nel malessere: bisogna continuamente mettersi in discussione e inventarsi creativamente come “stare” e questo è senza dubbio impegnativo.

Quali sono i Valori  e le risorse che i giovani esprimono maggiormente e quali vengono trascurati?

I Valori sono “scatole vuote” che ognuno di noi riempie con i propri significati  e che organizza in un proprio sistema gerarchico.

Questo è ciò che fanno per noi:

  • Danno una direzione e un orientamento al proprio comportamento
  • Impediscono l’affermazione del contrario
  • Sono la base della mappa del mondo (percezione soggettiva della realtà)
  • Sono molto vicini al senso di identità
  • Possono rappresentare un aspirazione
  • Sono la benzina della motivazione
  • Costituiscono dei filtri – quindi sono dei criteri per capire, giudicare, apprendere, esprimere
  • Guidano
  • Giustificano
  • Sono i pilastri sui quali basiamo la visione del mondo

I Valori della fase di Imprinting (0-6 anni) costituiscono la base e quindi i valori della famiglia di origine sono fondamentali e creano il terreno per il comportamento futuro: quindi dobbiamo sostenere socialmente la funzione di famiglie “sane e virtuose”.

Difficile quindi dire quali sono i Valori e risorse che i giovani esprimono maggiormente: dipende in quale famiglia e contesto sociale sono vissuti e vivono.

Dire che i Giovani d’oggi non hanno valori è profondamente ingiusto perché chi opera con loro sa che non è vero e che invece ci sono eccome, basta permettere loro di esprimerli e coltivarli.

E’ invece responsabilità dell’adulto riuscire a passare assertivamente i valori utili alla crescita e lo sviluppo (apprendimento, autostima, impegno, rispetto, ecologia, …) del giovane. Quindi, ove mancassero valori, è perché l’adulto e la società non sono riusciti a coinvolgerlo nella visione di un mondo responsabile del suo divenire.

Ecco questo è forse il bisogno che io sento più impellente: sostenere il giovane nel sentirsi responsabile della sua crescita, del suo successo, del suo benessere, dei suoi obiettivi, delle sue relazioni, del suo lavoro (studio), delle sue risorse, delle sue qualità, dei suoi stati d’animo, dei suoi pensieri….

Vorrei giovani (e adulti) sempre meno propensi a praticare quello “Sport Nazionale” che si chiama “Lamento” di fronte a problemi e ostacoli ma che sfruttassero questi come opportunità e trampolini di lancio perché responsabilmente orientati alla ricerca di soluzioni.

Quanto è importante nel processo di evoluzione di un popolo, scrivere, raccontare, documentare le esperienze vissute?

Fondamentale: da sempre l’uomo ha avuto il bisogno di trascrivere (nelle varie forme: pitture rupestri, graffiti, geroglifici, papiri, incunaboli, scritti, stampe,…) per lasciare traccia a chi “legge” della propria esperienza e storia e soprattutto appunto per trasmettere ideali e valori. Pensiamo cosa sarebbe il mondo se non avessimo avuto questa possibilità.

Nella lettura degli scritti e racconti ci è permesso di sfruttare una prerogativa del nostro cervello che è quella di immaginare e visualizzare vivificando ciò che si legge e per chi scrive poter comunicare il proprio pensiero all’altro perché lo possa confrontare con il proprio e condividerlo oppure no, trasformarlo o semplicemente poterne fare proprie riflessioni. 

Ha un sogno nel cassetto? Quale?

Si! Fare in modo che il Progetto a cui sto lavorando da trent’anni, un’Associazione che promuove lo Sviluppo Personale dell’Uomo, si diffonda e prosperi alla ricerca di quel Ben-Essere comune mai raggiunto ma sempre in divenire.

Questo è quello Grande.

Poi uno Piccolo: da qualche tempo mi frulla per la testa la possibilità di prendere una squadra di ragazzi dilettanti molto disponibili a mettersi veramente in gioco con se stessi, orientati ad essere vincenti e a lavorare duro, disposti a credere nella mission che ci daremo; scegliere una qualsiasi disciplina sportiva che a loro piaccia, diverta e motivi; formare nel contempo un piccolo staff affiatato, competente e preparato; lavorare tutti in maniera integrata sulle dimensioni fisica, tecnica e psicologica;  iscriversi ad un campionato  e vedere cosa succede applicando tutto quello che si può applicare per costruire un Team di Successo, un vero Dream Team.

Per il Primo ci sto lavorando e per il Secondo se trovassi chi fosse disponibile a provarci  tenterei di concretizzarlo!

 

 

La magia del vento

Amo  molto il vento,  la brezza, il venticello, il movimento dell’aria……

Mi piace fermarmi in mezzo alla natura, in silenzio  ad ascoltare i suoi rumori: il canto di un uccello, lo stridere di un altro, il fruscio provocato da qualche animaletto in movimento, il suono armonico della foglia sventolata  da una delicata brezza, o sbatacchiata da un vento violento.

Il vento è aria in movimento e mi porta pensieri da molto lontano e se sto attenta, comprendo cosa mi dice: c’è  chi mi manda un saluto, una coccola, chi vuole raccomandarmi qualcosa di particolare, o mi invia emozioni intense.

Forse sono le mie intuizioni non so, ma in esso  si materializzano, prendono consistenza, i messaggi  profondi che vi leggo.

Quando mi trovo in confusione, ho delle  preoccupazioni e non so quale decisione prendere, perchè sono bombardata da stimoli confusi e convulsi, io ho bisogno di isolarmi e ascoltare il vento, perchè

in esso e attraverso di lui, arriva la risposta, il messaggio, l’intuizione, la certezza di quello che cerco e che devo fare:  mi faccio  abbracciare, penetrare, attraversare, mi lascio inebriare, ubriacare.  Affido a lui,  come ad un fattorino,  i miei pensieri e gli chiedo di recapitarli alle persone a me care, e gli suggerisco in che modo consegnarli.

A qualcuno li mando con insistenza, con la tramontana; a qualche altro con delicatezza, quasi come un soffio, a qualcuno in modo travolgente attraverso la bora  o coinvolgente con il  caldo libeccio , e ho come la certezza, in cuor mio, che il messaggio arrivi proprio come io l’ho inviato, perché il vento segue le mie proposte, e indicazioni.

Mi piace cogliere al volo, nell’aria, certi pensieri, e poi esprimerli e donarli a qualcuno: è come cogliere delle ciliegie dall’albero e offrirle alla persona cara.

Ho confidato questo mio modo di usare questa forza della natura, ad un mio amico che,  in un particolare momento della sua vita,  non riusciva a comunicare, ad esternare i suoi pensieri ed emozioni alle persone amiche e gli ho detto: “Affida i tuoi pensieri al vento, lui li gestirà, li coccolerà, li cullerà e li porterà in giro, appoggiandoli dove tu desideri”.

Ha iniziato così, lasciandosi andare,  ad  affidare i suoi dubbi e desideri ed emozioni al vento, fino ad arrivare,  in un momento successivo,  a parlarne concretamente con qualcuno:  in questo modo originale  è iniziato il suo processo di condivisione e di comunicazione autentica con le persone che  riteneva opportune.

 Il vento, in ogni momento  ha qualcosa di straordinario che tocca la mia anima, scuote le mie emozioni, rinforza i miei sogni e desideri,  mi consola, mi solleva, alleggerisce le mie preoccupazioni, mi da la carica perchè produce costantemente energia positiva e attiva.

E’ il mio  “corriere”  preferito, quello più originale e diverso che mi ascolta sempre,  riesce a  “sgrovigliare”  la matassa dei miei pensieri confusi,  mi strapazza e poi mi culla dolcemente, facendomi sentire VIVA,  e provo una sensazione molto bella e intensa nel costatare la sua speciale magia quando  mi recapita tanti pensieri affettuosi di amici lontani fisicamente, che utilizzano lo stesso “ mezzo di trasporto”, per inviare proficui incoraggiamenti, saluti particolari, congratulazioni, auguri speciali,  preziosi ed utili suggerimenti.

tratto dal libro   “Il valore nelle orme del cuore” di Maria Lampa.  Edizioni Marcelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avventura senza Tempo

Il mio sogno, quello che è stato di sempre, ora è qui, sempre più forte e sempre più reale. Alle spalle ho il mio grande camino, ben infuocato e scoppiettante delle pigne che raccolgo nel mio bosco appena adiacente la mia casa. Alla sinistra la mia amata finestra, un occhio della casa che guarda verso una fantastica, selvaggia vallata. Nelle giornate terse la visione è paradisiaca: si riesce a spaziare con la vista sino alle montagne, ora completamente innevate. Sopra il mio tavolo… c’è un gran casino: del pane spezzettato, una mezza forma di formaggio scavato, una pentolaccia di terracotta fino a poco fa piena di minestra di ceci, uno spezzone di salame addentato, spezie varie, il mio fido coltellaccio da montagna, dei fogli di carta per appunti oramai con più appunti che carta, una matita ridotta ai minimi termini. Ed il mio portatile, un lucido ed inviolabile super potenziato Macintosh. Vissuto e moderno, rustico e tecnologico. Binomi che mi piacciono, mi eccitano. Mi alzo un momento, per sgranchirmi le gambe e la schiena. Sono ore che sto seduto davanti al mio tavolo, davanti al mio computer, guardando di tanto in tanto fuori dalla mia finestra i miei alberi, il mio vento, il passare del mio tempo, quello meteorologico e.. quello che di giorno in giorno inesorabilmente è sempre più ridotto. Questo non mi ha mai spaventato, considerato che è una vita che lotto a braccio di ferro con la Vecchia Signora. Casomai mi fa incazzare!
Qui tutto  è “mio”, materiale ed immateriale, una sensazione che nella vita di città non è possibile saggiare.
Prima di trovare questo mio paradiso, neanche nel sogno più fantasioso avrei immaginato che ciò che ora sto vivendo potesse somigliare ad una realtà. Madre natura ci ha creato liberi ed in sintonia con essa. Noi uomini “civili” abbiamo invece sovvertito questa condizione, allontanandoci fin quasi a temere la natura. Sì, anche tu! Tu che stai leggendo questo blog, hai mai pensato di  alzarti dal letto in piena notte ed uscire dalla tua casa di città ed addentrarti nel primo boschetto rintracciabile? Ammesso e non concesso che in una tua notte insonne un vago desiderio simile ti sia balenato per la mente, so benissimo, da ex cittadino, quali e quanti problemi ti porterebbero a rinunciare a questa folle avventura. Primo problema sono coloro che potrebbero vivere con te. Un genitore, una moglie o marito, un figlio (no, tralasciamo le più elastiche, giovani menti) che ti vedono vestire e si vedono salutare con un: “Dormi, dormi. Torno fra un po’! Faccio un giro nel parco. Sai, il tempo di rilassarmi!”. Ti prendono per matto. Secondo problema – fregandotene del primo – sarà quello di prendere necessariamente l’auto per arrivare ad un boschetto o parco che si rispetti. Ma dove avrai lasciato ieri sera la tua luccicante berlina? Cazzo: nel garage! Sono, diciamo, le tre e mezzo. Tutti i condòmini, è una certezza, dormono, a parte qualche insonne come te che… al bosco proprio non ci pensa minimamente. Va bene. Ammettiamo che decidi di rischiare l’indomani linciaggio condominale. Scendi nel garage, alzi quella maledetta cigolante serranda, metti in moto producendo echi di rombo bestiali per tutti i sei piani del palazzo, innesti la marcia e vai. Sei fuori, grondante di sudore, ma sei fuori, ad un passo dalla tua agognata passeggiata notturna. Problema terzo, il più importante, è quello di trovare quelle condizioni ideali per vivere una esperienza notturna a contatto con la natura. Il parco vicino casa? Neanche a pensarci. Girano più beoni e tossici che non viaggiatori alla stazione di Milano. Il bosco più vicino è quello di, insomma quello lì. Decidi per questo. Ti è sempre piaciuto quel posto, sin da bambino in cui ci andavi con la tua famiglia tutti i ferragosto e trascorrevi la giornata giocando con altri bambini a nascondino o al classico guardia e ladri. E’ un posto familiare, rilassante, rassicurante. Diciamo che  raggiungi il confine del boschetto dopo una mezz’ora. Scendi dall’auto. Ti guardi attorno. Quel silenzio non lo ricordavi. Un silenzio inquietante! Quell’oscurità non la ricordavi. Un’oscurità opprimente! Quella solitudine non la ricordavi. Una solitudine deprimente! Il solo pensiero di sforare il confine tra la strada statale ed il bosco ti terrorizza. Solo il pensiero di avvicinarti a quel luogo così ostile e diverso dal tuo habitat ti provoca brividi di paura.
Risali in auto e te ne ritorni a casa, convinto che i tuoi familiari avevano ragione.
Sciocco, cieco, sordo, pavido umano. Anche io ero come te. Poi! Qui, da dove ora sto scrivendo, immerso tra le meravigliose colline di questa fantastica regione, ho iniziato a conoscere il senso della nostra esistenza, sentire quello che non siamo più abituati a sentire, vedere l’invisibile, comprendere i semplici meccanismi della vita, accettare l’inaccettabile e l’incomprensibile di tutte le cose che ci circondano e che viviamo. Anche la nostra più ancestrale paura.
Guarda caso, sono tornato, da poco, da un’escursione notturna, che mi sono goduto insieme al mio dolce Billo, un meraviglioso bastardino. Non più di due ore fa ero a letto. Non per insonnia da brutti pensieri ma proprio per desiderio di farlo, mi sono alzato, vestito alla bella e meglio con jeans, magliaccia, giaccone e scarponi, ho fatto un fischio al “bastardo dentro e fuori” e sono uscito da quell’uscio, che mai chiudo a chiave, per ritrovarmi a solo poche decine di metri da quel bosco che lambisce questa vecchia, vissuta, viva casa colonica.
Le prime volte che mi accadeva di passeggiare nella notte, non ero così attento da accorgermi di quanto oggi, invece, sono in grado di vedere e sentire. Oggi sento che il silenzio della notte non è proprio silenzio: è un fracasso di richiami di uccelli, di zampette che scavano, di ali che strusciano, di foglie che sventolano, di rami che sbattono, di vento che fischia. Ma quale silenzio! Oggi vedo che l’oscurità della notte non è proprio oscurità: è una esplosione di brillanti, quando il cielo è stellato, è un bagno di bianco, quando c’è la Luna, è un vorticare di fiamme, quando volano le lucciole. Ma quale oscurità! Oggi avverto che la solitudine della notte non è proprio solitudine: è un continuo fruscio di esseri viventi che corrono, che si arrampicano, che scappano, che lavorano, che cacciano. Ma quale solitudine!
Tutte questo ognuno di noi dovrebbe provarle per riuscire a dare quel minimo di significato della vita che tutti cercano.
Mi sento fortunato. Fortunato di avere avuto in dono dalla vita il coraggio di cambiare una pagina della mia storia che non mi si addiceva ma che per tanto, troppo tempo ho vissuto. Mi sento fortunato nell’avere conquistato oggi una buona malleabilità nel vivere, nell’accettare l’imponderabile, nel comprendere il comprensibile fregandomene di cercare di comprendere l’incomprensibile.

Ricordati di giocare

Le emozioni che un vecchio giocattolo suscita vanno ben oltre l’oggetto stesso. E’ proprio questo il messaggio che lancia il “Museo del giocattolo e del bambino”, un luogo magico che sorge al Coppo di Sirolo e rievoca la vita quotidiana e le abitudini dei piccoli vissuti dall’epoca romana al secondo dopoguerra. Creato da Gabriele Schiavoni e sua madre Gioia Prevetti, il museo è molto più di una raccolta di vecchi giocattoli: “Qui è racchiusa tutta la nostra passione di collezionisti – afferma il proprietario -. Raccolgo giocattoli originali antichi, italiani ed europei, fin da quando ho memoria e nel corso di tanti anni, grazie alle mie ricerche, ai prestiti e alle donazioni, ho anche ampliato la gamma e deciso di mettere insieme a tutti questi oggetti di fantasia anche cimeli preziosi di epoche perdute ma che forse serbiamo ancora nella nostra memoria”. Ogni teca del museo racconta una storia di eccezionale rarità: tra bambole, vestiti dell’opera di fine Ottocento, la mente vaga in tempi lontani grazie ai dagherrotipi, a vecchi carnet da teatro, orsi di peluche battuti all’asta a valori altissimi, piccoli robot giocattolo e addirittura auto d’epoca. Grande è la risonanza di cui sta godendo il museo, dove spesso vengono portate scolaresche alla scoperta dei divertimenti di un passato che ancora ci appartiene perché in fondo il bambino ha sempre giocato, già da molto prima dell’era del consumismo, usando soltanto la propria fantasia. Il museo è nato proprio per sensibilizzare i visitatori a salvaguardare il diritto del bambino al gioco, un diritto inalienabile e tanto importante da formare le persone di domani.

Silvia Santini