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Ognuno al suo lavoro. Domande al mondo che cambia

Le riflessioni sul mondo del lavoro sono state uno dei temi centrali approfonditi durante la 38° edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli proposto da Comunione e Liberazione a Rimini dal 20 al 26 agosto. Il fil rouge di tutti gli eventi organizzati quest’anno è stata la simbolica frase “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” tratta dal “Faust”, uno dei poemi più noti di J.W.Goethe in cui si parla di illusioni, di sogni, di aspettative. E una delle mostre maggiormente sentite al Meeting che ha dato voce ai sogni e ai desideri di tanti giovani alla ricerca del loro posto nel mondo, è stata proprio quella curata da Giorgio Vittadini, Marco Saporiti e da un gruppo di una trentina di giovani lavoratori tra i 25 e i 30 anni che si sono messi in gioco interrogandosi sul loro futuro. E’ nata così “Ognuno al suo lavoro. Domande al mondo che cambia”, esposizione che anche dopo la manifestazione riminese continuerà online attraverso un apposito sito dedicato: www.ognunoalsuolavoro.com. In particolare per i giovani, nel nostro Paese il futuro non è roseo con un tasso di disoccupazione che resta stabile all’11,9%. Un dato significativo riguarda la mobilità: tra il 2013 e il 2014 solo l’80% dei contratti stipulati è rimasto in essere, mentre il 20% è stato rescisso, di cui il 9% sono stati i lavoratori licenziati, il resto ha scelto di cambiare lavoro liberamente. Il lavoro dunque non si identifica più con un “posto fisso” ma si delinea come un percorso per crescere e cambiare. Il punto di partenza per l’allestimento della mostra è stata la consapevolezza che il mondo del lavoro negli ultimi decenni ha subìto fortissimi cambiamenti, sono cambiate le modalità e si sono inevitabilmente innescate nuove sfide, ma non sono cambiate le domande e i desideri. L’uomo è da sempre protagonista del lavoro, ambito principale attraverso cui ciascuno di noi si rapporta alla totalità del reale. E proprio gli stessi interrogativi di carattere esperienziale che i giovani curatori della mostra si sono posti sono stati condivisi con altri intervistati eterogenei per formazione, storie e percorsi professionali: manager e imprenditori come Marina Salomon fondatrice di Altana e presidente di Doxa Spa, Davide Dattoli, fondatore di Talent Garden e Sandro Veronesi, presidente del Gruppo Calzedonia Spa, ma anche medici, operai o donne delle pulizie. Le domande sono state suddivise in sette aree tematiche (Scelta del percorso; Fallimento; Un “io” al lavoro; Lavoro e vita privata; Formazione; Innovazione; Crescita professionale) con l’obiettivo di aiutare il singolo visitatore a trovare la sua strada, la sua strategia senza mai perdere quel senso di positività e di disponibilità a ricalcolare il percorso intrapreso, soprattutto dopo fallimenti drammatici, certi che a fallire è un progetto, ma mai la persona e la sua unicità. Il cammino spesso impervio nel mondo del lavoro è fatto di passi che costruiscono l’“io” anche grazie a punti di riferimento certi, di maestri capaci di accompagnarci, aiutandoci a far emergere tutto il desiderio di vivere la propria missione anche attraverso il lavoro. La mostra si pone dunque come un invito chiaro a lavorare per il mondo, a lavorare con coscienza, serietà e responsabilità consapevoli che così facendo daremo il nostro piccolo contributo per il bene di tutti. La prima solidarietà verso chi è meno fortunato e resta indietro è fare quello a cui siamo chiamati accogliendo così le parole pronunciate da Papa Francesco all’Ilva di Genova il 27 maggio scorso: “Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. […] Il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide.

Benedetta Grendene

La giustizia capovolta: un nuovo modello di speranza nell’analisi di Padre Francesco Occhetta

La giustizia capovolta: dal dolore alla riconciliazione” è il titolo dell’ultimo libro del padre gesuita Francesco Occhetta scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente ecclesiastico dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana). Il testo pubblicato dalle Edizioni Paoline, attraverso un’analisi attenta dello stato di salute delle carceri in Italia, fotografa una triste rappresentazione di quella “cultura dello scarto” più volte denunciata da Papa Francesco e propone un nuovo modello di giustizia, alla luce del protocollo del Vangelo sul quale noi tutti saremo giudicati: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36).

Nella Bibbia la giustizia è relazione. Una relazione di cura che rende un uomo morale allorquando si prende cura del fratello: partono da qui le radici bibliche e antropologiche della giustizia riparativa che si traduce nel desiderio concreto di “non volere il male per il male, ma il male per il bene dell’altro.” E’ un percorso lento, lungo e doloroso che pone sempre al centro l’uomo sofferente, da una parte la vittima che subisce il male dall’altra il carnefice che lo compie. In questo cammino diventa spesso cruciale l’aiuto di un mediatore che supporta i detenuti nella riabilitazione, aiutandoli a ritrovare nelle periferie buie e oscure del loro cuore anche solo un piccolo spiraglio di luce per far entrare la grazia del perdono e della misericordia. Così talvolta accade che proprio “l’incontro e la ricostruzione della Verità cambiano la vita” come testimoniano le icastiche parole di Lina Ghizzoni vedova dell’agente Evangelista ucciso nel 1980 dai neofascisti dei Nar, il più violento gruppo terrorista nella storia del dopoguerra italiano: “Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso”.
Nella prefazione del libro Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione “Libera” impegnata nella lotta alle mafie e nella promozione di una cultura della legalità, definisce la giustizia riparativa come un “prodotto culturale prima di un sistema giuridico, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare le esigenze della giustizia ‘retributiva’ (incentrata sul rapporto tra il reato e la pena) e della giustizia ‘riabilitativa’ (più attenta al ‘recupero’ del detenuto).” Il modello di giustizia riparativa che ancora in Europa tarda ad essere recepito, è invece molto diffuso negli Usa, in Canada, in Australia e in India dove grazie all’impegno di Kiran Bedi, la direttrice del carcere di Tihar, il più grande dell’Asia, ha riabilitato il valore tanto del reo quanto della vittima in quanto persone ed esseri umani capaci di tornare ad amare, rispondendo al male con il bene. E forse il segreto è tutto qui: nella rivoluzione del bene e dell’amore di cui l’annuncio cristiano è promotore, continuando nonostante tutto “a credere nell’intima bontà dell’uomo” come tanti anni fa la giovane Anna Frank confidava all’intera umanità nel suo Diario.
Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto…eppure, quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”.. (Anna Frank – Diario)

Benedetta Grendene

Vedere, comprendere, narrare: i pericoli della rete

Dal 7 al 9 ottobre si è svolta ad Assisi, capitale della pace e del dialogo, l’alta scuola di formazione al giornalismoGiancarlo Zizola” proposta dall’UCSI (Unione cattolica stampa italiana) che quest’anno ha coinvolto un bel gruppo di giornalisti cattolici, provenienti da tutta Italia. Tante le tematiche affrontate durante i tre giorni di incontri, convegni e tavole rotonde all’insegna del confronto e della condivisione attorno al tema: “Vedere, comprendere, narrare”. Nella mattinata di domenica 9 ottobre è giunto alla Cittadella di Assisi, luogo scelto per il meeting, il vice questore aggiunto della Polizia Postale dott.ssa Elvira D’Amato che dal 1998 svolge un’attività capillare per tutelare i minori nel cyberspace. Dialogando con i presenti in merito ai pericoli della rete, riflesso speculare del mondo in cui viviamo, ha sottolineato come sia necessaria una regolamentazione che disciplini il mare magnum del web. La rete siamo noi e replica il mondo, non lo crea. Siamo noi utenti che costruiamo e popoliamo il web, realtà apparentemente astratta che non ha barriere nè confini, non ha luogo e non ha tempo. Il Servizio Centrale della Polizia Postale e delle Comunicazioni che ha sede a Roma, coordina 20 compartimenti regionali e 80 sezioni territoriali e da anni mette in campo attività sotto copertura per stanare comunità di pedofili, gruppi strutturati esattamente come la criminalità organizzata che si trasmettono tra loro le cautele per non essere presi dalle forze dell’ordine. Dei pericoli del web se ne parla, ma purtroppo se ne parla male, dal momento che si parla di dark web con una vena di sensazionalismo e in tal modo si allarma senza risolvere. Manca spesso un’informazione corretta: a cosa serve rappresentare la violenza senza poi consegnare risposte pratiche e soluzioni di intervento concrete, dimenticando che oltre ad una pars destruens c’è anche una pars costruens? Ci sono risposte da dare, ci sono misure da adottare, ci sono contro-modelli positivi da mettere in luce rispetto alle brutture di questa umanità. Con quale responsabilità abbiamo parlato di baby prostitute, senza renderci conto del peso che hanno le parole? Questo modo di comunicare sfida e interpella anche gli investigatori, di fronte alle varie aree di intervento in cui operano, dalla pedopornografia, al cyberterrorismo fino al controllo di giochi e scommesse online. Nel caso dei minori, il cyberbullismo prevede ad esempio condotte criminose perpetrate da minori, che ruotano per la maggior parte intorno al sesso, all’immagine erotica di rapporti sessuali tra minori riconducibili ad atteggiamenti di pedopornografia, questa volta prodotta da ragazzi. Sono i ragazzi stessi a prevaricare sui loro pari: sono loro la longa manus di questo crimine che un tempo li vedeva vittime ed ora carnefici. Dobbiamo spogliarci delle nostre ideologie e cercare di capire cosa c’è dietro ad una mentalità pedofila. Il vice questore aggiunto D’Amato ha voluto sottolineare come spesso, girando capillarmente nelle scuole con progetti ad hoc come “Vita da Social”, ci si rende conto che ancora molti insegnanti non sono a conoscenza del fatto che sono stati stanziati dal MIUR dei fondi per formare e diffondere sul territorio nuove figure. Tra queste gli animatori digitali, ossia dei docenti correttamente formati che, in sinergia con il dirigente scolastico, dovrebbero ricoprire ruoli strategici nella diffusione dell’innovazione a scuola, in un’ottica di igiene informatica anche nella scuola stessa. Occorre però che tutto il corpo insegnanti metabolizzi e renda attuativo il protocollo definito con il decreto sulla Buona Scuola. Le regole vanno rispettate e i ragazzi educati: se la norma prevede che il telefonino sia lasciato fuori dalla classe e non debba essere usato durante le ore di lezione, l’insegnante in qualità di pubblico ufficiale ha il diritto di sequestrare l’ultimo modello di smartphone che sempre più spesso i genitori mettono in mano ai loro figli, come regalo per la Prima Comunione. L’investigazione, il controllo e soprattutto la prevenzione, devono dunque attuarsi non in modo solipsistico, ma in sinergia con diversi attori: dagli operatori delle transazioni finanziarie, economiche e della ricerca scientifica, fino ad arrivare alla scuola, alla famiglia e ai media. “A voi giornalisti chiediamo di rappresentare bene cosa stiamo facendo, ma anche quali sono i modelli che cerchiamo di combattere e contrastare” ha concluso la dott.ssa D’Amato. La tutela dei minori non è dunque solo prerogativa della polizia, ma di tutta la comunità, in una logica di ecologia integrale che ci esorta ad abitare il mondo in cui viviamo con una cura profonda per la “casa comune” che ci è stata affidata, come ci ricorda Papa Francesco nella Laudato Si’. A noi giornalisti il compito di diffondere messaggi positivi, cercando sempre la Verità nel nostro mestiere, raccontando la bellezza attraverso la parola e l’immagine, senza delegare ad uno smarthphone il compito educativo. Siamo noi i comunicatori della Buona Notizia che in questo momento di disincanto mediatico a chiare lettere ci farà gridare che il bene trionferà. Sempre e comunque.

Benedetta Grendene

Vedere, comprendere, narrare: “farsi prossimi” nel giornalismo

Il Padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore e giornalista de “La Civiltà Cattolica”, in qualità di consulente ecclesiastico dell’UCSI, ha voluto condividere le sue riflessioni con i giornalisti cattolici riuniti ad Assisi dal 7 al 9 ottobre. “Vedere, comprendere, narrare”, tema scelto per questa edizione del meeting, sono tre parole chiave che ci guidano nel nostro mestiere, a partire da un cammino introspettivo da compiere dentro noi stessi. Responsabilità, onestà intellettuale, rispetto di una moralità e di una eticità: nella professione vince chi cerca la Verità, chi è vero, chi è autentico, chi comunica con fiducia e credibilità. Vedere è diverso da guardare, in quanto presuppone una presa di coscienza personale ed attiene ad una conoscenza interiore che è evidente ci sia donata. “Rabbunì, che io veda di nuovo”: il fondamento del vedere lo ritroviamo in quella pagina del Vangelo di Marco (Mc 10.46-52) in cui si restituisce la vista al cieco, un brano non di guarigione ma di sequela. La parola di Dio la si può pregare, ma anche vedere e immaginare, sentire viva, carnale, presente e attuale oggi. Se vedo, posso parlare con linguaggi nuovi, puntando ad un coinvolgimento emozionale, che si avvalga dell’uso di metafore semplici e incisive. Nella realtà complessa in cui viviamo, l’invito a rialzarci e a vivere la nostra vocazione ci interpella anche nel lavoro di giornalisti, chiamati a raccontare questa realtà piena di paura. Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ci viene in aiuto proponendoci l’esercizio dell’esame di coscienza, pensato non solo per un gesuita, ma per tutti noi. Ogni sera allora sbobiniamo il “film della giornata”, per renderci conto di ciò che abbiamo vissuto, certi che il domani può essere migliore dell’oggi. Ringraziamo sempre, ogni mattina, per il dono della vita e impegniamoci a monitorare la nostra vita che è continuamente in fieri: panta rei nel fiume dell’esistenza. Naviga solo chi conosce: la metafora aristotelica dell’arciere che deve impiegare la dovuta cura nello scagliare la freccia, è evocativa del mestiere del giornalista che deve far sì che la Buona Novella entri nel cuore delle persone. La realtà può essere però compresa solo in relazione a qualcuno che ci guida, perché nessuno basta a se stesso. Essendo oggi esasperato il valore dell’individualismo, non siamo più disposti a lasciarci guidare con umiltà. La comprensione è il fondamento dell’amore e consiste nell’anticipare il destino che il tuo amato ha per te, come accade nella pagina del Vangelo in cui Marco tratteggia la sepoltura del Signore a partire dalla figura di quella donna che porta il profumo per Gesù, vincendo la morte con quel profumo di vita. Una pagina paradigmatica anche nella nostra professione, perché siamo chiamati a seminare questi fiori che profumano di bene: c’è tanta morte attorno a noi, ma dobbiamo andare oltre la morte parlando di Vita, di Bellezza, di Bene. Conoscere la Parola di Dio ci aiuta anche nel nostro giornalismo, perché lo nutre e lo fa diventare un “giornalismo di prossimità” che cerca di costruire ponti e non di erigere muri. Vivere una responsabilità nella nostra professione significa leggere il contesto in cui viviamo, vivere un’esperienza, incarnarla e non scriverla solo sui tavoli delle nostre scrivanie, ma rifletterla a livello comunitario. E’ la riflessione che ci spinge a cambiare e a migliorare, perché se vivo da solo non posso comprendere niente e nessuno. Il comprendere rimanda anche all’arte del discernimento, a cui tanto ci chiama il pontificato di Papa Francesco, che ci invita a riacquistare questa arte che non fornisce mai soluzioni precostituite. O noi accettiamo questa sfida oppure i nostri tempi così complessi non li potremo mai comprendere e tantomeno narrare.

Benedetta Grendene

 

 

Incontriamoci tra le righe: Sognare si può!

Occorre imparare a “sognare in grande” e valorizzare ogni piccola cosa,
perché il Sogno può nascere piccolo come una ghianda e diventare grande come una quercia

Sognare si può: questo il tema scelto per l’ottava edizione della kermesse culturale “Incontriamoci tra le righe” che si è svolta domenica 16 ottobre presso la sala meeting del Klass Hotel di Castelfidardo. Ad aprire la mattinata dedicata alla riflessione dei relatori presenti, è stata la scrittrice Maria Lampa, anima e ideatrice di un evento che è divenuto ormai un appuntamento imperdibile per autori, scrittori, amanti della parola scritta e di ogni forma di arte. Maria ha pensato di riproporre con questa iniziativa la stessa esperienza straordinaria di incontro, entusiasmo, passione e condivisione che tanto l’aveva colpita partecipando per la prima volta tanti anni fa al Salone del Libro di Torino. Il mondo è nelle mani di chi sa sognare ed ha il coraggio di realizzare i propri sogni: il sogno, atto primordiale di vita di ogni innovazione a beneficio dell’umanità, nasce in silenzio quasi senza far rumore, come il delicato batter d’ali di una farfalla. E’ possibile costruire insieme una cultura dell’incontro che abbia il sapore di bene e di vita, grazie a quell’olio d’amore che deve permeare le relazioni sociali tra tutti gli esseri viventi. La mattinata è iniziata sulle note del violino magistralmente suonato da Marco Santini, artista di fama mondiale che attraverso il linguaggio universale della musica ha fatto sognare e vibrare le corde dell’anima dei presenti in sala. “Da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”: citando i versi che la poetessa Alda Merini nel 1993 dedicò alle donne vittime di violenza, ha preso la parola il dott.Achille Ginnetti, medico di medicina generale che ha ricordato l’importanza del sogno nella vita di tutti noi. “I have a dream” gridava nel 1963 Martin Luther King, sperando un giorno di costruire una società non violenta: oggi il suo sogno è sepolto sotto una miriade di bombe di egoismo, più forti di quelle al napalm, ma non possiamo smettere di desiderare la pace. E’ possibile sognare anche in medicina, a partire dalla concezione che ogni persona è un unicum fisico, psichico, morale. L’oncologo Umberto Veronesi nel suo libro “Dell’amore e del dolore delle donne” narra storie che parlano di vita, amore e libertà, raccontando il suo sogno di medico ricercatore, ovvero far sì che le donne potessero essere salvate dalla malattia senza subire mutilazioni inutili, come la mastectomia. Andare avanti senza paure ma con fiducia e speranza: è questo il sogno raccontato da un altro medico, il dott.Franco Mandelli, nel suo libro appassionante e commovente “Ho sognato un mondo senza cancro”. Non solo assenza di malattia, ma raggiungimento di uno stato psico-fisico sereno, persino di una gioia anche nella malattia, affinchè il paziente abbia la percezione di sentirsi ancora importante in una trama di relazioni e in un mondo di persone che soffrono e gioiscono con lui. A questi modelli dobbiamo guardare: ne è convinto Giancarlo Trapanese giornalista di RAI 3, presenza costante e affezionata in tutte le otto edizioni di “Incontriamoci tra le righe”, che anche quest’anno ha donato ai presenti la sua testimonianza. Quando si parla di sogno, oggi automaticamente per una questione di processo mentale ormai consolidato nella nostra società, associamo anche altre due parole: “successo” e “soldo”. Ma il sogno vero e autentico è il sogno di chi vive spendendo la vita per gli altri, desiderando una società migliore e più giusta. Occorre dunque seguire l’esempio di tutte quelle persone che nel silenzio della quotidianità possono essere “scintille di luce” che ci sappiano insegnare e testimoniare come sia possibile amare per primi e gratuitamente. Lucia Tancredi, scrittrice e insegnante, prendendo la parola durante il suo intervento, ha esordito dicendo: “gli oggetti che mi fanno più sognare sono i libri, tanto che nel 2009 ho fondato EV casa editrice, insieme ad altre quattro donne che condividevano con me lo stesso sogno”. E la sua riflessione in merito al tema del sogno si è articolata proprio a partire da alcuni libri. Luisa Muraro nel suo romanzo “Il dio delle donne” evoca spesso la figura dei passage, una sorta di “gallerie” in ferro e in vetro, che verso la fine del Settecento consentivano ai parigini che amavano passeggiare per la città di fessurare i muri, di aprire passaggi che permettessero di entrare straordinariamente in contatto con gli altri, creando luoghi di incontro e di esperienze. Umberto Galimberti nel suo libro “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” sottolinea come a volte il problema sia l’eccesso di sogno: il nichilismo può essere generato da ciò che sarebbe il suo contrario tanto che un sogno talmente grande, bello e vorace rischia di non divenire mai realtà.. Sognare troppo può essere paradossalmente pericoloso, a tal punto che Maria Zambrano arriva ad affermare che tutti i grandi dittatori promettono sogni che spesso si traducono in incubi. Simone Weil, ebrea coraggiosa e rivoluzionaria, nella sua “Attesa di Dio” durante l’incubo delle persecuzioni razziali afferma che bisogna incarnare il proprio sogno con gioia. La gioia è contagiosa per una sorta di travaso spirituale che moltiplica la sua energia e il sognatore deve essere perfettamente incarnato nella realtà. Per incarnare un sogno con passione serve lungimiranza, attenzione e soprattutto “una selvaggia pazienza” come scriveva la poetessa Adrienne Rich. “Il mio sogno è sempre stato legato alla parola. Le persone che incontro mi donano un frammento della loro vita che io a mia volta regalo ad altri e diventa un sogno che passa di mano in mano..”: molto toccante la testimonianza della giornalista italo-siriana Asmae Dachan che ha parlato del sogno a partire dal suo lavoro appassionato, ma pieno di responsabilità. “Voi scrivete la prima bozza della storia”: con parole ricche di umanità che nascono dal cuore, Papa Francesco il 22 settembre scorso ha accolto in udienza privata un gruppo di giornalisti di cui la stessa Asmae ha avuto la gioia e l’emozione di far parte. A chiudere il convegno ancora una volta le note di Marco Santini che dopo aver interpretato la struggente melodia “Il Cristo delle Marche”, si è esibito in un inedito duetto con il chitarrista Antonio Del Sordo.

Benedetta Grendene

Migrazione, comunicazione e web. Media cattolici, quale direzione?

Durante la giornata conclusiva del terzo meeting nazionale dei giornalisti cattolici “Pellegrini nel cyberspazio. Raccontare la foresta che cresce” tenutosi a Grottammare (AP) dal 16 al 19 giugno particolarmente toccante è stata la testimonianza di chi vive la guerra siriana da vicino e ha voluto raccontare la verità della sua gente. Mons.Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico dell’Arcieparchia di Hassaké-Nisibi dei Siri ha narrato le sofferenze patite dal suo popolo travolto dalla guerra, dialogando in un confronto aperto con la giornalista Marta Petrosillo, responsabile stampa di ACS, “Aiuto alla Chiesa che soffre”. ACS è una fondazione pontificia che sostiene la pastorale della Chiesa in particolare là dove la sua missione evangelizzatrice è messa a repentaglio, dando così conforto ai cristiani perseguitati che soffrono. Quella di Mons.Hindo è una voce debole del Medio Oriente, al centro di tante sofferenze: una realtà tragica e terribile che oggi la Siria vive, ma che nasce da molto lontano. Mons.Hindo dal 1996 guida l’arcieparchia che ha sede nella città siriana di Hassakè, maggiore centro abitato della provincia nord-orientale di Jazira e negli ultimi anni ha vissuto il terrore della guerra negli occhi e nell’anima. Si commuove nel ricordare i tempi in cui la Siria era un paese prospero e sicuro: dal 2011 le cose sono cambiate e nelle mani dei nostri fratelli musulmani sono arrivate le armi. Da cinque anni il popolo siriano e i suoi territori sono sotto l’attacco dell’ISIS, vivono nell’angoscia, in un paese frammentato dove quasi il 50% della gente cristiana è fuggita. Quando una guerra distrugge la storia, la cultura e i sogni di un popolo le responsabilità sono molteplici e anche l’Occidente e i suoi governi che ragionano solo con interessi nazionali, hanno le mani sporche del sangue e della disperazione che stanno dilaniando il Medio Oriente. In questa condizione di emergenza Mons.Hindo oltre ad essere vescovo è anche sindaco e messaggero di pace che più volte si è trovato a dialogare con il presidente della Siria Bashar al-Assad, ma l’accoglienza più importante a cui si sente chiamato è quella verso la sua gente impietrita dalla paura e dalla povertà.

Di fronte alla drammaticità di una famiglia che in Siria a colazione, a pranzo, a cena si nutre di pane e di tè senza potersi permettere il lusso dello zucchero, il prelato ripete a se stesso: “Gesù può aspettare. Loro no. La preghiera più bella che posso fare è aiutare e ricevere la mia gente. Non ha senso sedere sul mio trono e pregare.” Pensare solo a Cristo, accogliere ed essere misericordiosi verso tutti, non solo verso i cristiani sono le uniche strade possibili per uscire dalla tragedia. Mons.Hindo ha ricordato un episodio particolarmente significativo, allorquando si è trovato a celebrare un funerale e sia i cristiani sia i musulmani presenti davanti alle tredici bare tutte in fila urlavano a gran voce: “Ma Dio, dove sei?”. “Tutta la speranza che c’è e che ancora ci sostiene è il Mistero della Resurrezione dalla Morte in Croce e – continua Mons.Hindo – quando ho detto alla mia gente che sarei venuto in Italia per partecipare ad un meeting di giornalisti cattolici mi hanno implorato di chiedervi di pregare per noi.” Omnia vincit Amor: questo popolo così martoriato ha bisogno adesso solo di amore, di aiuto a sopravvivere a questa crisi poi sarà necessario ricostruire tutto, da un punto di vista materiale ma soprattutto a livello spirituale e culturale. Per aiutare e salvare la sua gente che oggi è ossessionata dal pensiero dello zucchero e del cibo che non c’è Mons.Hindo ha organizzato un concorso di saggi, di poesie, di opere artistiche con il desiderio di elevare lo spirito e di risvegliare anche solo un debolissimo flatus vocis verso l’infinito che possa essere un inno alla vita in risposta alla cultura della morte.

Di fronte a questo “ecumenismo del sangue” e a ciò che accade nella martoriata Siria, noi giornalisti cattolici dove dobbiamo guardare? E’ evidente che dobbiamo mantenere sempre lo sguardo sulla realtà, ma come mai la maggioranza dei media racconta solo certi giochi di potere e non l’agonia di Aleppo? E’ l’interrogativo che Marco Tarquinio, direttore di Avvenire ha posto al Cardinale Edoardo Menichelli intervenuto al meeting per donare il suo contributo. Spesso l’informazione è così veloce che non andiamo più in profondità: dobbiamo dunque centrare tutto sulla persona, cambiare la prospettiva dal fatto in sé all’uomo, raccontando con attenzione, verità e umiltà le implicazioni di ciò che accade sull’umano. La chiave di lettura che ci può aiutare a cercare la Verità è proprio l’ascolto: il comandamento che Papa Francesco ci consegna con la sua enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune invitandoci ad un cambiamento negli stili di vita è quello di “ascoltare tanto il grido della terra quanto quello dei poveri”. E la questione del lavoro è urgente tanto quanto quella dell’ambiente. Ricordando il XXV Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi ad Ancona nel 2011, Menichelli ha rievocato un’inquadratura televisiva in cui veniva ripresa la cattedrale di San Ciriaco icona simbolica e faro spirituale per i naviganti del mare mentre si svolgeva la celebrazione eucaristica con il Papa che allora era Benedetto XVI. Uno zoom inaspettato molto colpì i telespettatori, allorquando la telecamera si focalizzò su una scritta nel cantiere navale di Ancona dove si poteva leggere questa frase: “Il lavoro è dignità”. Il lavoro è un dono, ma è anche una benedizione e una preghiera nella misura in cui come l’eucarestia diventa il frutto della terra, della vite e del nostro lavoro. Ma il lavoro deve declinarsi e accompagnarsi anche ad altri impegni, non viaggia mai da solo: lavoro e famiglia, lavoro e solidarietà, lavoro e giustizia sociale. E’ sempre l’uomo che deve dare dignità al lavoro: il lavoro più vero e profondo è prendersi cura del giardino e degli altri, che il Creatore ci ha affidato come compagni di viaggio. Dovremmo prenderci cura gli uni degli altri come a più riprese sottolinea Papa Francesco nella Laudato Si’, consapevoli che oggi viviamo in una società squilibrata, con un forte divario tra ricchi e poveri e un depauperamento totale di valori e di integrazione umana. E allora ecco che torna fondamentale l’ascolto della realtà e del cuore di chi incontriamo, che deve sempre precedere le idee che abbiamo in testa. Sappiamo bene che ascoltare non è facile, nell’ascolto “si consuma una sorta di martirio” come ci ha ricordato Papa Francesco nel messaggio per la cinquantesima giornata delle comunicazioni sociali, ma oggi più che mai è necessario che ognuno di noi torni umile e tolga i suoi sandali sulla “terra santa dell’incontro con l’altro”. “Siamo i vigilanti della storia, con una profezia da consegnare – ha concluso il Cardinale Menichelli – La Chiesa non deve avere pulite le mani, ma la coscienza di una missione.”

Benedetta Grendene

Annunciazione e comunicazione

Quando la testimonianza di un volto noto e di successo riesce a toccare il cuore e a far vibrare le corde dell’anima di chi ascolta, ci si sente arricchiti e si diventa consapevoli che l’incontro con Cristo è davvero un incontro carnale tra uomini, che ci accompagna e ci fa sentire meno soli nel pellegrinaggio della nostra vita.
A riflettere intorno al binomio autentico “Annunciazione e Comunicazione” è stato invitato a Loreto Michele Mirabella autore, regista, conduttore televisivo, grande esperto e appassionato di cultura classica che ha incontrato il pubblico nella suggestiva cornice delle Cantine del Bramante, situate al pianterreno del Palazzo Apostolico lauretano. Grande emozione per il presentatore pugliese trovarsi proprio a Loreto, il luogo del “Sì” di Maria, dove il cammino dell’umanità è iniziato, mettendoci in comunicazione con il divino e con tutta la storia della Chiesa.
Mirabella ha preso la parola recitando a braccio alcuni versi tratti dal terzo canto del Purgatorio dantesco che apostrofa come un folle colui che crede nel dogma della Santissima Trinità: “Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone.” Ma il Sommo Poeta invita gli uomini a “stare contenti” e a gioire per ciò che è stato loro rivelato perchè se avessimo potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse Gesù: “State contenti, umana gente, al quia; ché, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria”. E proprio nel momento in cui l’angelo del Signore portò l’Annuncio a Maria con il messaggio che per sempre cambierà la storia dell’uomo, il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo, meravigliosamente nasce anche la comunicazione. L’inizio della comunicazione è tutto lì: in quell’Ave Maria, in quel “non temere” che è replica della carezza che il Padre ci ha dato e continua a donarci. Ai suoi studenti universitari in Sociologia della comunicazione il “professor Mirabella” parla sempre di quella stupenda tempera su tela oggi conservata al Museo del Prado a Madrid che è l’ “Annunciazione” del Beato Angelico, in cui l’angelo si presentò a Maria con la buona novella. L’Annunciazione è l’inizio della comunicazione: se non si annuncia, non si comunica. Non a caso nell’antica Grecia l’ “emerodròmos”, messaggero che correva da una città all’altra per recapitare i messaggi che gli venivano affidati, era allora colui che annunciava notizie, poiché una notizia per raggiungere e interessare tutti deve correre, deve viaggiare e semanticamente il termine “comunicazione” in latino significa proprio “mettere in comune”, condividere una notizia con la communitas.
Anche quando Gesù nacque, forti furono il bisogno e la gioia di condividere la buona novella, ma i Re Magi allora non ebbero bisogno di Internet per andare ad adorare il bambino: seguirono la stella cometa, quella luce emblema della comunicazione globale, dono inestimabile del creato che tutto il mondo vede. E nell’archetipo simbolico l’uomo per millenni ha atteso questa verità, questa notizia, la comunicazione di questo momento meraviglioso dell’Annunciazione che rende anche gli umili pastori “emerodromi”, messaggeri che pieni di stupore hanno ricevuto l’Annunciazione.
Mirabella si è poi collegato al tema del suo libro “Cantami, o Mouse”, pubblicato per Mondadori nel 2011, dove già nel titolo il gioco di parole “Mouse” “Musa”, evoca l’incipit dell’Odissea il poema omerico che narra di Ulisse, uomo di carne e di passione che, animato dalla sete di conoscenza, cerca la verità, consapevole dei suoi limiti, con l’unico compito di traghettare l’antichità mitologica alla modernità storica. E c’è un sottile file rouge che lega la mitologia al racconto della Verità del Cristianesimo: a ben vedere la mitologia e l’antichità classica sono una fase preparatoria e di passaggio che ci apre al racconto della Verità cristiana e in questo forse si nascondono le cause della crisi di valori e di etica che stiamo vivendo. La Musa oggi è stata sostituita dal mouse, oggi cerchiamo di colmare con la scienza e con il progresso la perdita e la progressiva depauperazione di valori che tristemente attanaglia il nostro miserabile tempo.
Il mito classico con la sua narrazione investita di sacralità e con la sua tradizione caratterizzata dall’oralità ha segnato e costruito la nostra cultura, ma se oggi ci chiedessimo che cos’è e chi è un “mito” ci renderemmo presto conto che non c’è nessun personaggio, nessun eroe del nostro tempo che può reggere all’immortalità in eterno. Per essere un mito bisognerebbe incarnare quell’idea e quel valore assoluto, prima ancora di esistere. Mirabella cita allora un ricordo: un giorno morì Papa Giovanni XXIII e “quella sera io che ero agnostico piansi.. Da quel momento iniziò il mio percorso di Fede, grazie ad un Papa che bussò al mio cuore, commosso e intenerito profondamente quando pronunciò queste parole: “Tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa.” Ecco, Papa Giovanni XXIII può essere un mito e un modello che siamo chiamati a seguire, così come lo è stato San Giovanni Paolo II che si presentò al mondo con un disarmante: “Se mi sbaglio mi corrigerete” attuando una rivoluzione di pace e di amore sulla scia di quelle dolcissime ma decise parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”
Come l’annuncio di un Papa può essere comunicazione? Semplicemente seguendo la Via, la Verità, la Vita che da tre anni è affidata ai gesti, agli sguardi, alle parole di Jorge Mario Bergoglio, grande comunicatore di umiltà che appena eletto ha scelto il nome di Franciscus e non ha salutato il mondo con grandi convenevoli, ma con un modesto “Buonasera” segno immediato di una comunicazione umile, spicciola, semplice, spirituale di chi ha nel cuore il misero, il povero e serba ancora dentro lo stupore di un annuncio che deve rimanere vivo in mezzo a noi.

Benedetta Grendene

La Misericordia, bisogno dell’anima in Papa Francesco

Le giornate dell’anima”: questo il titolo della quarta edizione del festival di cultura e spiritualità organizzato dall’arcidiocesi Ancona-Osimo e ideato dal Card.Edoardo Menichelli per tornare a “coltivare l’umano nell’uomo”. Il ciclo di conferenze prevede quattro appuntamenti che vogliono essere un’esperienza non catechetica, ma viva e legata al recupero di un nuovo umanesimo in Gesu’ Cristo, di cui tanto si è parlato durante il quinto convegno ecclesiale nazionale che si è svolto a Firenze durante l’autunno scorso.
Il primo incontro si è tenuto nel pomeriggio di venerdì 5 maggio nella suggestiva Sala San Francesco ad Osimo, dove il Prof.Giancarlo Galeazzi, docente di Filosofia presso il Polo marchigiano della Pontificia Università Lateranense, ha relazionato sul tema “La Misericordia: bisogno dell’anima in Papa Francesco”. Che la Misericordia sia un bisogno dell’anima da un punto di vista religioso sembrerebbe quasi scontato: è un attributo di Dio, è il nome di Dio. Ma è anche un comandamento di Dio per l’uomo, dunque sia a parte dei sia a parte homini la Misericordia è un elemento fondante in tutte le religioni, in particolare in quelle monoteiste e nel cristianesimo. La Misericordia appartiene alla religione non solo da un punto di vista teologico, ma anche da un punto di vista pratico, in riferimento alle opere di Misericordia corporale e spirituale, di cui la Chiesa ne incentiva la pratica, demandando alle organizzazioni laicali l’assolvimento di questo compito.
Se guardiamo alla società attuale, ci rendiamo però conto che il deficit di umanità aumenta e nella società alberga una disumanizzazione etica totale. E allora quella Misericordia di cui la Chiesa si fa interprete, in che misura entra nella società? Se fotografiamo la realtà, ci rendiamo conto con tristezza che oggi la Misericordia, che è una categoria religiosa, sta completamente fuori dai vari ambiti della società ed è relegata solo alla Chiesa. La Misericordia è la grande assente nella società, che si regge in realtà su tanti diritti e su tanti doveri, nati proprio nella modernità. La società moderna si è ispirata a valori che dovrebbero essere sani e solidi e che possono essere riassunti nelle due grandi triadi affermatesi tra il Seicento e l’Ottocento: libertà, uguaglianza, fratellanza; tolleranza, rispetto, solidarietà. Se pensiamo al principio della fratellanza, questo è stato da sempre dimenticato, lasciando soli i principi di libertà e di uguaglianza, che sono stati assolutizzati e ideologizzati in balia dei totalitarismi. Analizzando la seconda triade, la tolleranza è diventata sopportazione o addirittura indifferenza, il rispetto si è ridotto a puro formalismo e il principio della solidarietà è stato travisato in paternalismo. Come mai allora queste due triadi sono crollate? Cosa è mancato? E’ mancata la Misericordia, è mancata l’anima. E’ dunque necessario che la Misericordia non sia solo una categoria sacra e religiosa, ma allo stesso tempo anche una categoria laica e profana. La Misericordia, alla luce delle riflessioni del Prof.Galeazzi, è l’anima che manca ai valori della modernità. Il bisogno di amare e di essere amati, che abbiamo perso nella società attuale, trova concretezza nella Misericordia, categoria che non è estranea agli ambiti umani, ferma restando la sua valenza religiosa. Il teologo gesuita spagnolo Jon Sobrino, nel suo testo “El principio de Misericordia”, parla di una “Chiesa samaritana” in cui la Misericordia non è un principio che si aggiunge ad altri principi per sostituirli o per affiancarli, ma è un orizzonte di senso nel quale i valori della modernità già proclamati e riconosciuti, possano ritrovare il loro significato più vero e profondo. E’ dalla Misericordia che bisogna ripartire per ritrovare compassione, vicinanza e prossimità nei confronti di ogni fratello che incontriamo. La Misericordia non sia solo un principio astratto, ma sia operosa, sia uno spirito all’opera che spinga ognuno di noi non ad essere spettatori più o meno attivi, ma uomini chiamati a condividere. In questo senso l’Enciclica di Papa FrancescoLaudato Si’” sulla cura della casa comune è un testo straordinario: diventa l’imperativo a rispondere e ad “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. La “Laudato Si’” con la sua ecologia integrale ci invita ad adottare un nuovo stile di vita che coinvolga ogni ambito della nostra esistenza. Come è possibile nel concreto sviluppare questa idea di una “Misericordia operosa”? Al cristianesimo, o meglio al Vangelo, spetta il compito di attualizzare questa categoria religiosa. Il Cristianesimo, come ha sottolineato il Cardinale Edoardo Menichelli, “è la patria di chi ha scelto di vivere il Vangelo. Ma il Vangelo è per tutti”. Un messaggio universale, dunque, sia per i credenti sia per i non credenti, perché la Misericordia è condivisione. La fratellanza, arricchita di una dimensione misericordiosa, diventa in tal modo viva, vera e incarnata. Alla domanda “Chi è il prossimo?” alla luce di queste riflessioni, la risposta sarà: “Chi si fa prossimo, chi si comporta da prossimo. Chi ha a cuore il misero”. Approssimarsi, farsi prossimo è un “farsi sentire dall’altro”, è una carezza. E la modalità con cui Dio manifesta il suo Amore e la sua Misericordia all’uomo è ben descritta in questa frase di Papa Francesco dove emerge tutta la tenerezza del Padre: “Dio non perdona con un decreto, ma con una carezza”. Portare lo spirito della Misericordia nella quotidianità è un compito che spetta ai laici, sulla base degli insegnamenti di Gesù Cristo, che è stato il più grande laico, in virtù del Mistero dell’Incarnazione ed è il volto della Misericordia del Padre. La laicità vera è dunque nel Vangelo: se nella storia la Misericordia non avesse più cittadinanza, la speranza finirebbe e ci lascerebbe chiusi nella presunzione di essere fratelli, senza avere l’umiltà di riconoscere che siamo figli e dipendiamo dal Padre. Tutti abbiamo bisogno di Misericordia che, nelle parole del Cardinale Menichelli, “è un dono che converte”.

Benedetta Grendene

Il Giubileo dei Giornalisti a Loreto

Nella mattinata di venerdì 22 aprile tutti i giornalisti marchigiani, su invito della Conferenza Episcopale Marchigiana, sono stati chiamati a Loreto per vivere un tempo di Grazia e un momento di riflessione. Particolarmente incisive le testimonianze di Mons.Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, giornalista, autore e conduttore televisivo della rubrica religiosa “Sulla via di Damasco”, di Don Dino Cecconi, giornalista e membro dello staff di RaiUno per la regia della messa domenicale e del giornalista Saverio Gaeta, vaticanista di “Famiglia Cristiana”. Un’occasione spirituale molto bella che si è svolta nella Sala Paolo VI e si è conclusa con il rito giubilare, la recita dell’Angelus in Santa Casa e la Santa Messa presieduta da Mons.Giovanni D’Ercole. L’incontro è iniziato a partire dal Messaggio del Santo Padre per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazione sociali che si è tenuta il 24 gennaio: “Comunicazione e Misericordia: un incontro fecondo”. Nella nostra professione non dobbiamo essere semplicemente giornalisti cattolici, ma prima di tutto dei cattolici che svolgono il lavoro di giornalisti: ognuno di noi è una persona che vive concretamente la Fede nella propria vita, cogliendo questa sfida che riguarda non solo la nostra professione, ma l’Eternità.

“Per amore del mio popolo non tacerò”: queste parole del profeta Isaia devono essere il nostro motto, la nostra luce, poiché l’esperienza che raccontiamo mentre siamo in onda o scriviamo deve essere quella che noi per primi viviamo. Siamo persone che cercano e raccontano la Verità, la bellezza, la gioia del Vangelo, sperimentando la Misericordia nella comunicazione verso noi stessi in primo luogo e poi verso chi è misero e povero nel cuore. Esprimere Misericordia nella comunicazione significa dare il nostro cuore al misero, avendo sempre presente Dio, che per primo ha incontrato il misero. Comunicazione e Misericordia hanno in comune la Verità, la giustizia, l’Amore e il fatto di ritrovarsi proprio a Loreto, il luogo del “Si” dove il pellegrinaggio e il cammino della nostra vita è iniziato, assume un significato simbolico e autentico, perché ci mette in comunicazione con il divino e con tutta la storia della Chiesa, così come ha sottolineato Mons.Giovanni Tonucci che ha voluto donare il suo personale benvenuto a Loreto a tutti i giornalisti presenti. Seguiamo dunque l’esempio di Maria, la prima “giornalista” che è uscita per annunciare il messaggio della Santa Casa, la buona novella al mondo intero. In questo tempo di post-modernità, secolarizzazione, di “società liquida” dove tutto passa, tutto scorre e tutto muore, nessuno si chiede più attraverso il proprio lavoro le ragioni profonde della propria vita…Allora dobbiamo interrogarci affinchè la comunicazione crei ponti: dobbiamo essere vigilanti nel modo di esprimerci e nel rispetto di chi la pensa diversamente da noi. Nel Salmo 84 è scritto: “Misericordia e Verità s’incontreranno”: noi giornalisti e comunicatori possiamo essere i canali, i fattori, gli strumenti della Misericordia, ma mai esserne i creatori, se non in forza del lavoro di Dio. Il nostro piccolo contributo nel progetto divino sarà allora cercare di trasmettere all’altro quell’amore che abbiamo incontrato, percependo il senso che il nostro cuore attende, senza restare prigionieri del nostro limite, del nostro peccato. Siano per noi un faro sempre acceso le parole di Papa Francesco: “Comunicare significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire. L’udire riguarda l’ambito dell’informazione; ascoltare, invece, rimanda a quello della comunicazione, e richiede la vicinanza. L’incontro tra la comunicazione e la Misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa.” L’invito alla condivisione sia una luce anche tra noi colleghi giornalisti, consapevoli che il nostro lavoro è per un bene più grande, al fine di aiutarci insieme a cogliere il senso più vero di quello che facciamo. Anche gli strumenti di comunicazione e la tecnologia siano usati per intessere relazioni umane non distruttive, poiché il cuore dell’uomo è fatto per la Verità e la Verità è sempre frutto di un incontro: dentro questo orizzonte si sperimenta la Misericordia, che è un abbraccio, una carezza, uno sguardo che ci fa sentire amati.

Benedetta Grendene

Misericordiosi come il Padre: gli esercizi spirituali dell’UNITALSI a Loreto

Misericordiosi come il Padre”: questo il titolo degli esercizi spirituali che, in pieno Anno Giubilare, hanno coinvolto piu’ di trecento volontari dell’UNITALSI, riuniti a Loreto da tutta Italia dal 19 al 21 febbraio, sotto la guida di S.E.Mons.Luigi Marrucci, assistente ecclesiale nazionale UNITALSI e vescovo di Civitavecchia-Tarquinia. Chiamati a volgere lo sguardo verso il volto misericordioso di Gesù, la nostra vita e’ un continuo pellegrinaggio attraverso il quale fare esperienza del Signore realmente e carnalmente presente accanto a noi. Durante la prima meditazione di venerdì 19 febbraio, giorno di apertura del ritiro nazionale nella citta’ mariana, S.E.Mons.Marrucci ha ricordato il significato più vero degli esercizi, da leggersi come un’occasione per guardarsi dentro, chiamati nella casa di Maria. Ogni tanto bisogna fermarsi e avere del tempo da dedicare a noi stessi per nutrire lo spirito e l’anima, unici beni e preziose ricchezze che possono renderci felici. E allora ci si ritira per ascoltare il Signore, per contemplare, per rimanere in estasi e per cambiare così la nostra esistenza, imparando ad amare di più. Piano piano ci spogliamo di noi e ci rivestiamo di Lui, iniziando sempre con una preghiera silenziosa, che altro non e’ che un grido di libertà dalla nostra idolatria e dalla nostra superbia, un atto di umiltà che ci rende consapevoli della nostra dipendenza e della nostra miseria umana, capace di trovare salvezza solo nell’infinita Misericordia divina. In particolare i salmi, con il loro grande valore spirituale e poetico, ci aiutano a pensare Cristo attraverso tutto ciò che ci circonda e il salmo 139 di Davide ci rimanda proprio alla letteratura sapienziale, cantata attraverso il tempo, lo spazio e le persone. Il Signore sa tutto di me, mi scruta e mi conosce, leggendo nel mio cuore, in risposta al male più profondo e dominante di oggi: il non riconoscere che tutto viene da Lui. Dio solo conosce tutto l’uomo, ancor prima che i suoi pensieri siano espressi, poichè Lui ci ha amati e voluti fin dall’eternità. Ognuno di noi è quindi chiamato, pensato, conosciuto e inviato da Dio. Anche Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium ci invita ad essere “discepoli missionari”, testimoniando con la nostra vita l’impegno all’evangelizzazione: “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù”. Nonostante la fatica del quotidiano, la luce di Cristo riesce così a squarciare le tenebre: basta un cerino, un fiammifero per restare infiammati dal Suo amore, cosicche’ ognuno attingendo da Cristo possa portare luce e irradiare il mondo. E anche uno dei brani più famosi e più belli della letteratura d’ogni tempo, la tragedia greca “Antigone” di Sofocle, inizia proprio con questi versi nel primo stasimo: “Molte meraviglie vi sono al mondo, ma nessuna meraviglia è pari all’uomo”, un uomo ancor più meraviglioso, perché immagine di quel Dio Padre che lo ha creato. Una tragedia eterna e modernissima in cui riecheggiano in parte i temi della Laudato Si’, in particolare il rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e il mondo, tra l’uomo e se stesso in continua dicotomia tra il bene e il male.

Anche l’UNITALSI nel suo servizio non deve mai legare a sé il destino dell’altro, ma sempre e solo a Gesù Cristo, nella consapevolezza che noi siamo strumenti attraverso cui Lui agisce. Affidiamoci agli insegnamenti di Santa Caterina da Siena, allorquando parla dei tre scaloni con cui Gesù s’innalza sul genere umano per fare da ponte attraverso il Suo corpo: i piedi per accoglierlo, il costato per toccare il suo cuore, e la bocca. Ora tocca a noi, chiamati a portare a tutti la Sua parola: la nostra vita deve essere vissuta in funzione di Lui, per intercessione della Mamma Celeste Maria, la via migliore per arrivare a Cristo Gesù. Maria, Colei che non esiste se non in relazione a Dio, non ci trattiene, ma ci porta con Lei in volo verso Cristo.

Benedetta Grendene